Nello stesso giorno nel quale ho ammirato i “misteri” di Cleopatra al Chiostro del Bramante – esposizione della quale ho già scritto – ho finalmente visitato anch’io la mostra forse più celebrata degli ultimi tempi, e cioè quella dedicata ad Augusto, aperta fino al 9 febbraio alle Scuderie del Quirinale di Roma. Ne sono curatori un solido team di studiosi italiani e francesi, e cioè Eugenio La Rocca, Claudio Parisi Presicce, Annalisa Lo Monaco, Cécile Giroire e Daniel Roger, in quanto l’esposizione, da marzo 2014, traslocherà al Grand Palais parigino: rappresenta quindi un ottimo esempio di collaborazione internazionale, che ha favorito prestiti da diversi musei del mondo.

Augusto_da_Via_Labicana1

 

Non voglio qui fare l’elenco delle varie sale, dei numerosi e davvero bei pezzi che sono esposti nelle eleganti sale delle Scuderie: c’è già, a questo fine, il prezioso catalogo edito da Electa.
Vorrei invece proporre un doppio livello di lettura della mostra, una sorta di duplice – anche se intrecciato – “filo rosso” che lo spettatore potrebbe (io credo dovrebbe…) seguire nel percorso espositivo.
Il primo è quello dell’iconografia imperiale, che è uno dei più potenti mezzi di comunicazione e  propaganda messi in atto da Ottaviano Augusto, che doveva in ogni modo legittimare la sua paradossale posizione politica: un imperatore – sì, un monarca – all’interno di quella costituzione repubblicana che il principe mai rinnegò.
Egli cercò anzitutto di definire il suo ruolo, dopo avere sconfitto Antonio ad Azio (31 a.C.), con la costruzione di un complesso sistema onomastico (“titolatura imperiale”) dove il princeps (cioè il “primo” tra i cittadini), si faceva chiamare Imperator Caesar Augustus. Imperator nel senso di detentore Augusto_da_Prima_Porta1dell’imperium (il potere militare che i soldati gli avevano dato per acclamazione), Caesar in quanto discendente di Cesare (ormai Divus Iulius) e Augustus  in quanto caratterizzato dall’auctoritas, cioè dell’autorità morale che lo rendeva un uomo speciale, venerabile e fortunato. Promosse inoltre la realizzazione di numerose statue che, in ogni parte dell’impero, lo raffigurassero nella sua varie e diverse funzioni, ad esempio di glorioso vincitore (come quella da Prima Porta) o di pensoso pontefice massimo (come quella da Via Labicana). Statue che rappresentassero dunque – per così dire – la resa per imagines dei concetti sottesi alla titolatura imperiale, perché quando uno è Augustus (termine intraducibile) in qualunque foggia lo si rappresenti mantiene la sua auctoritas, se è vero che il suo volto era pure “eroizzato” - al pari di quello di Alessandro Magno - su preziosi camei (e davvero favoloso è il “Cammeo Blacas”, dal British Museum). Insomma, le immagini di Augusto in mostra alle Scuderie, come pure quelle della sua famiglia, dalla moglie Livia, dello sfortunato Marcello, dei nipoti Gaio e Lucio morti anzitempo, dell’erede “obbligato” Tiberio, rappresentano non estemporanee manifestazioni iconografiche, ma debbono essere inserite in un più vasto progetto politico e ideologico.
Progetto ideologico cui non dovette essere estranea l’epigrafia, che è il secondo livello di lettura che propongo, pur consapevole di averne già scritto su queste colonne a proposito del Tropaeum Alpium di La Turbie. Deve però essermi consentita, proprio in quanto epigrafista, la menzione di uno straordinario (anche se a prima vista non appariscente) oggetto in mostra a Roma, e cioè il cosiddetto “Scudo di Arles”.

 

Cameo_Blacas1Ma prima di parlarne, mi pare utile citare un passo delle cosiddette Res Gestae Divi Augusti, l’autobiografia epigrafica che Augusto volle fosse affissa sul suo mausoleo e diffusa in tutto l’impero (RGDA, 34):

1. Nel mio sesto e settimo consolato, dopo che ebbi estinto le guerre civili, assunto per universale consenso il controllo di tutti gli affari di Stato, trasmisi il governo della repubblica dal mio potere alla libera volontà del senato e del popolo romano. 2. Per questa mia benemerenza, con decreto del senato ebbi l’appellativo di Augusto, la porta della mia casa fu pubblicamente ornata di alloro, e sull’entrata fu affissa una corona civica; nella Curia Giulia fu posto uno scudo d’oro con una iscrizione attestante che esso mi veniva offerto dal senato e dal popolo romano in riconoscimento del mio valore, della mia clemenza, della mia giustizia e pietà (3). 3. Da allora in poi fui superiore a tutti in autorità, sebbene non avessi maggior potere di tutti gli altri che furono miei colleghi in ciascuna magistratura. (trad. L. Canali)

Leggiamo ora l’iscrizione riportata sullo scudo di marmo ritrovato ad Arles cui accennavo sopra (AE 1952, 165 = AE 1994, 227):

Senatus / populusque Romanus / imp(eratori) Caesari / Divi f(ilio) / Augusto / co(n)s(uli) VIII dedit clupeum / virtutis, clementiae, / iustitiae, pietatis erga  / deos patriamque
Il senato e il popolo Romano all’imperatore Cesare Augusto, figlio di un dio, console per l’ottava volta, donò uno scudo (testimone) della virtù, della clemenza, della giustizia, della devozione verso gli dei e la patria (trad. A. Sartori)

 

Scudo_di_Arles1Siamo dunque in presenza di una delle tante copie che  furono fatte dello scudo d’oro cui Augusto allude nel capitolo 34 delle sue Res Gestae – proprio quello riportato sopra – e che gli venne donato a Roma dal Senato e dal Popolo, in quanto imp(eratori) Caesari / Divi f(ilio) / Augusto, e come pubblico riconoscimento delle sue doti: la virtù, la clemenza, la giustizia, e il rispetto (cioè la pietas) verso gli dèi e la patria. L’impatto comunicativo di questo oggetto, dunque, non è nell’ingombrante, monumentalità propria delle iscrizioni su archi o trofei, bensì nella replica, nella serialità, nella capillarità della diffusione di questi lussuosi gadget imperiali, dei quali abbiamo trovato esemplari – meno bene conservati – anche in altre parti dell’impero.
Credo pertanto di avere dimostrato – buon ultimo, dopo molti altri – come le icone (dalle statue ai cammei), le iscrizioni (da quelle monumentali a quelle minute), e perfino le monete (con le loro immagini e legende) facessero parte di un vasto sistema propagandistico che aveva il suo vertice nello stesso Augusto e nei suoi esperti di marketing. E se a tutto ciò  associamo i versi celebrativi di Virgilio e Orazio, sapientemente orchestrati dal fido Mecenate, ci pare allora meno impossibile che un uomo abbia governato 45 anni da imperatore proclamandosi orgoglioso difensore delle istituzioni repubblicane. Miracolo? Finzione? Genio politico? Ai posteri – cioè a noi – l’ardua sentenza…

P.S. Qualche collega, animato dalla volontà di approfondire l’argomento o di assegnare qualche lettura agli studenti, mi ha chiesto di suggerirgli una bibliografia augustea “praticabile”. Si tratta di una domanda cui è difficile rispondere, pertanto lo farò solo ricordando l’incompletezza e l’opinabilità di questi suggerimenti, che faccio iniziare proprio dal recentissimo catalogo E. La Rocca et alii, Augusto. Catalogo della mostra (Roma, ottobre 2013-febbraio 2014), Electa, Milano, 2013. Mi piace però ricordare anche questi altri, dei quali menziono l’edizione più recente ed economica, e cioè P. Zanker, Augusto e il potere delle immagini, Bollati Boringhieri, Torino, 2006; A. Fraschetti, Augusto, Laterza, Roma-Bari, 2010; W. Eck, Augusto e il suo tempo, Il Mulino, Bologna, 2010. Da ultimo l’agile, ma davvero ottimo, L. Braccesi, Augusto. La vita raccontata da lui stesso, Edises, Napoli, 2013, che è proprio appena uscito.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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