Quando si parla di fonti audiovisive ci si riferisce a documenti di natura estremamente diversa fra di loro, come il cinema, il repertorio televisivo (montato e non), i documentari, i film familiari, tanto per citare le tipologie più ovvie. Ogni fonte presenta problemi di tipo epistemologico differenti. Poi vi sono difficoltà logistiche e materiali, soprattutto per quanto riguarda gli audiovisivi di origine televisiva, data la complicata accessibilità delle stesse: non è un caso, infatti, che gli studi sul cinema e aventi come fonte il cinema siano assai più diffusi. Un film può essere registrato visto e rivisto decine di volte. La stessa cosa non può dirsi per la Tv che, se può essere catturata nel singolo programma, nella singola messa in onda, perde senso quando tolta dal contesto nel quale naturalmente si inserisce.

«La tv è un curriculum non graduato (non ha gerarchie né memoria) e non esclude nessuno spettatore, per nessun motivo, in nessun momento».

Neil Postman

mina

 

In principio era la RAI, che, in regime di monopolio, a partire dal 1954 ha portato la televisione in Italia. Fin dalle sue origini la Rai ha agito in due direzioni relative al racconto della storia: una consapevole, di collettore di immagini del passato recente, l’altra involontaria, di creazione di un nuovo archivio della memoria pubblica dell’Italia repubblicana.
Quando dico involontario non uso un termine azzardato: la televisione infatti lascia, in principio, pochissime tracce del suo passaggio sulla terra, per motivi essenzialmente culturali: la Rai dei primi anni è guidata da funzionari convinti che i prodotti televisivi non debbano, necessariamente, essere tramandati alle generazioni future; pochi sono gli operatori dell’azienda pubblica a ritenere che il varietà, i quiz, le canzonette meritino un archivio. Molto spesso alcuni programmi della TV sono stati conservati solo in parte: c’è il video ma manca l’audio, per esempio, come nel caso dei primi telegiornali. In molte occasioni sono stati fonici o operatori a salvare le pellicole di programmi che altrimenti sarebbero state distrutte.

Negli ultimi anni è andata maturando, tuttavia, una diversa e maggiore coscienza rispetto all’importanza della conservazione delle fonti televisive. Grazie anche all’apporto delle tecnologie digitali che, se da un lato pongono il problema dei costi elevati del riversamento dei materiali analogici in formati più leggeri, consentono, tuttavia, di poter ipotizzare nel futuro prossimo un portale condiviso di tutti gli archivi delle tv.
Una consapevolezza maturata a livello europeo e recepita in anni recenti anche in Italia - sebbene con i progressivi tagli della spesa pubblica si stia assistendo a una significativa inversione di tendenza, che mette a rischio la sopravvivenza stessa di archivi audiovisivi puri come l’Archivio Luce e l’AAMOD (Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico), per citare i due principali archivi non televisivi in Italia.

 

armstrongUn passo in questa direzione è stato compiuto qualche anno fa dal progetto Presto, Preservation Technologies for European Broadcast Archives. Da uno studio preliminare è stato rilevato che il patrimonio televisivo in Europa corrisponde a un milione di ore di film, un milione e 600.000 ore di registrazioni video e due milioni di ore di audio custoditi in soli 10 archivi.
È stato stimato che il patrimonio europeo di materiale audiovisivo sia dieci volte più grande: 10 milioni di ore di film, 20 milioni di ore di video, 20 milioni di ore di audio.
Il progetto è naufragato sotto la mole immensa del lavoro da svolgere, e le pagine del sito WEB sono infatti aggiornate fino al 2007. Malgrado ciò Presto ha avuto il merito di mettere in luce non solo l’entità dei materiali esistenti, e ancora in modo approssimativo, ma anche alcune questioni che, lungi dal riguardare esclusivamente il lavoro degli archivisti, interessano da vicino il lavoro di chi fa ricerca. Per prima, quella del difficile tema del diritto d’autore, che pone a chiunque voglia fare didattica dell’audiovisivo problemi piuttosto seri: non è infatti scontato che un documento storico per la memoria collettiva (come l’allunaggio, per esempio, o l’omicidio di Kennedy) possa essere fatto vedere durante una lezione scolastica o universitaria.

 

pppIl “diritto all’accesso” è, in questo senso, assai limitato: le stesse televisioni del resto non sempre dispongono dei diritti dei programmi che hanno mandato in onda. A volte i contratti di acquisto negli anni sono andati persi o la proprietà dei filmati è cambiata, rendendo impossibile la stessa trasmissione anche in contesti culturali di fonti preziose: mi viene in mente l’intervista di Pier Paolo Pasolini a Ezra Pound che la RAI possiede ma non può utilizzare, ma anche il filmato del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, girato da una finestra di via Caetani da una troupe lì per un altro motivo, oggi unico prezioso documento visivo di quel capitolo della storia del nostro paese, nonché del suo immaginario.
Tornando al progetto Presto, uno dei dati più rilevanti ad emergere è il fatto che questo patrimonio televisivo risulta in gran parte non disponibile e spesso inutilizzabile, non solo da parte di utenti esterni (istituzioni culturali), ma anche da parte di produzioni audiovisive, e anche per una questione di obsolescenza dei formati. Ad esempio i 2/3 dei materiali di archivio non possono essere usati nei formati esistenti, e 1/3 ha subìto forme diverse di deterioramento. Il caso più interessante e sorprendente, per uno studioso che si occupa di storia contemporanea, è quello relativo ai servizi giornalistici girati su nastro magnetico nei primi anni Ottanta. Assai più fragili della pellicola, paiono oggi spesso più rovinati di quanto si possa immaginare: la pellicola, infatti, se ben conservata, mantiene con il negativo la qualità più alta dell’immagina girata. Il nastro magnetico invece tende più facilmente a deteriorarsi. Per questo fonti televisive di anni recenti sono di qualità più scadente rispetto a quelle degli anni sessanta.

Recentemente un nuovo progetto, sempre su base europea, ha ripreso l’idea del portale digitale per facilitare l’accesso agli archivi audiovisivi: si tratta di Euscreen. A partire dal 2009 un consorzio di televisioni europee, sotto la guida dell’Università di Utrecht, ha iniziato a digitalizzare parte dei propri archivi audiovisivi: ad oggi sono disponibili 30.000 documenti. Rispetto a Presto, Euscreen ha il merito di mettere in rete archivi già esistenti, semplificando dunque le procedure di classificazione e di condivisione; d’altro canto il fatto di essere una piattaforma fa si che in essa confluiscano i “difetti” dei singoli archivi. Per quanto riguarda il caso della RAI, ad esempio, si nota come, pur essendo fra i partner, non sia comunque possibile consultare le immagini online. L’archivio della televisione pubblica italiana continua ad essere fruibile soltanto dalle postazioni delle sedi RAI. Mentre disponibili sono gli archivi di gran parte delle altre Tv che partecipano al progetto: di notevole interesse l’archivio della tv rumena TVR, che a partire dai primi anni Sessanta fino ad oggi racconta la vita del paese del blocco sovietico offrendo uno spaccato visivo affatto sconosciuto, data la scarsa consuetudine ad un immaginario televisivo che non sia euro, o americano centrico. I maggiori archivi televisivi in Europa sono legati, come è ovvio, alle principali emittenti televisive, e supportati quindi, in forme diverse, da finanziamenti pubblici. È importante, in questo senso, ribadire anche in contesti come questo il valore culturale e il carattere di pubblico servizio svolto da una struttura come le Teche Rai. Il diritto all’accesso, per citare uno dei punti cardine del contratto di pubblico servizio fra RAI e Parlamento, deve continuare ad essere un elemento centrale non solo rispetto alle questioni legate ai programmi, ma anche alle questioni relative all’archivio. Sottolineo il punto perché questa caratteristica, o meglio la sua totale disattenzione, pone automaticamente il gruppo Fininvest fuori gioco rispetto alla possibilità di concorrere in futuro a diventare servizio pubblico.

 

dallasNon entro in questa sede nel merito del diritto all’accesso ai programmi, ma sicuramente rilevo come non esista alcuna possibilità di accedere agli archivi Fininvest, che costituiscono, nel bene e nel male, la fonte forse più originale dell’immaginario italiano negli anni Ottanta, decennio assai difficile da studiare anche per l’impossibilità di recuperare le sue fonti audiovisive. Parte da Milano, infatti, e dalle aziende poi confluite nel gruppo Fininvest, quel processo di ridefinizione della nostra identità collettiva, attraverso le telenovelas e i programmi di intrattenimento. Partono da Italia 1, Canale 5, Rete 4 l’ingresso dei politici nell’arena del varietà televisivo, l’uso indiscriminato del corpo delle donne, la definitiva sovrapposizione post moderna dei generi. Di questi elementi culturali non è dato ancora avere un archivio ordinato.
In Italia non esiste niente di simile rispetto al francese INA (Institut National de l’Audiovisuel) o all’inglese BFI (British Film Institute). Prendiamo quest’ultimo esempio. Il British Film Institute raccoglie materiali e programmi televisivi fin dagli anni Cinquanta. La branca del BFI destinata alla conservazione dei materiali è il National Film and Television Archive. Dal 1960 la BBC inizia a depositarvi programmi. Si afferma il principio per cui l’archivio televisivo è degno di interesse tanto quanto quello cinematografico, al punto che il National Film and Television Archive inizia alla fine degli anni Sessanta a raccogliere repertori anche dalle Tv private: la prima in UK è la Indipendent Television, che sorge proprio nel 1959.

È chiaro: il modello dovrebbe essere questo. Una sinergia fra archivi pubblici e privati, al fine di ricostruire una rete accessibile a chi fa ricerca e non solo. Ovviamente gli archivi televisivi vivono in gran parte grazie all’acquisto dei loro materiali da parte di produzioni di diverso tipo – eppure, mantenendo vivo il progetto commerciale, è ancora una volta dal BFI che possiamo ricavare un uso intelligente e niente affatto scontato della messa in rete degli archivi.
Un progetto integrato con le scuole primarie della Gran Bretagna ha consentito di mettere gratuitamente a disposizione degli insegnanti alcuni programmi che hanno “fatto gli inglesi”. In basa qualità, facilmente scaricabili, supportati da strumenti di didattica preparati da storici e operatori della media education.
Certo, su questo tema in Europa si è ragionato molto, ma sembra che in Italia poco sia arrivato fino agli insegnanti e pochissimo agli storici, che sono sicuramente da un punto di vista disciplinare i più coinvolti, direttamente e indirettamente.

Vanessa Roghi

Storica del tempo presente. Insegna alla Sapienza Visualità e storia e fa documentari di storia per Rai tre. Fa parte di SIM Storie in movimento, SIS Società italiana delle storiche, Iamhist International Association for media and History. http://vanessaroghi.com/ http://www.minimaetmoralia.it/wp/author /vanessaroghi/.
Su twitter è @VaniuskaR

 
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