Cosa resta di Costantino il Grande?

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Millesettecento anni dopo il famoso “Editto di tolleranza” del 313 d.C. gli studiosi propongono una sostanziale rilettura di questo evento.

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L’editto di Costantino (e dell’altro Augusto, Licinio, sempre un po’ dimenticato…) emanato a Milano nel 313 d.C. è stato – certamente nel nostro passato di studenti e quasi certamente nel nostro presente di docenti – una delle poche certezze: il principio della tolleranza religiosa, l’atto di inizio della convivenza pacifica tra pagani e cristiani sotto l’autorità imperiale romana.

Dunque il prossimo 2013 rappresenta un importante anniversario, e ne fanno fede la grandiosa mostra a Palazzo Reale di Milano Costantino 313 e la programmazione di alcuni prestigiosi convegni.
L’esposizione di Palazzo Reale – lo premetto – è spettacolare, soprattutto perché mette in mostra reperti altrimenti di difficile visibilità (penso agli elmi dorati da Novi Sad, allo strepitoso Cameo di Belgrado, ad alcuni bellissimi ritratti di Costantino e della madre Elena). La lettura del Catalogo (Electa) può però rivelarsi deludente, quasi straniante. Non fraintendetemi:  non mi riferisco alla qualità dei contributi (elevatissima, dato il rilievo internazionale degli studiosi), ma all’esito sorprendente di alcuni saggi, e soprattutto a quello di Arnaldo Marcone, grande esperto di tardo-antico. Egli infatti, anche alla luce di altri studi precedenti, sembra dimostrare che l’editto di Costantino non sia mai esistito! In realtà, che la libertà di culto fosse già stata concessa dal terribile Galerio (nel 311 d.C.) era ormai dato di fatto: con quell’editto l’imperatore pagano aveva infatti – mestamente – ammesso il fallimento delle sue persecuzioni, e concesso obtorto collo ai cristiani “indulgenza… sempre che non costituiscano offesa per l’ordine pubblico” (Lattanzio, Le morti dei persecutori, 34).
Ma Costantino, allora, che cosa fece incontrandosi a Milano (forse, anche su questo vi è incertezza, nonostante il racconto di Lattanzio, Le morti, cit., 48) col collega Licinio? Emanò un editto – in qualche modo – confermativo di quello di Galerio e dallo spirito maggiormente tollerante? Probabilmente no, ma si limitò a inviare lettere ai governatori d’Oriente per ribadire il “sugo” del provvedimento galeriano… E, dal momento che la parte orientale dell’impero era governata da Licinio è più probabile che le abbia “firmate” proprio quest’ultimo!

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Insomma, dopo che l’umanista Lorenzo Valla  nel 1440  “tolse” a Costantino quella Donazione di Roma che tanto faceva arrabbiare Dante (Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, / non la tua conversion, ma quella dote / che da te prese il primo ricco patre! Inf., XIX, 115-117); dopo i molti dubbi espressi dagli studiosi sulla conversione al cristianesimo e sul battesimo del nostro (anche perché il simbolo che mise sue armi prima della battaglia di Ponte Milvio assomigliava sì al monogramma cristiano, ma pure a simboli di divinità solari); dopo la smitizzazione della sua immagine di “buono” (per gli ortodossi è perfino santo), dal momento che fece uccidere moglie e figlio nell’ambito di conflitti dinastici… ora gli “togliamo” anche l’editto? Probabilmente sì. E cosa resta, allora, di Costantino il Grande? Resta a mio avviso tantissimo, e cioè l’immagine di un uomo vissuto in un’epoca in bilico tra tradizione e cambiamento, un’epoca “di angoscia” (come ebbe a scrivere il grande Eric Dodds), della quale egli – in quanto princeps – sentì quasi l’obbligo morale e storico di raccogliere su di sé tutte le contraddizioni.

Un uomo che sapeva che il potere può essere sgradevole (machiavellico ante litteram), ma deve per forza mostrarsi nella sua grandiosità esteriore (lo dimostrano i resti “a pezzi” del colosso di Costantino conservati al Palazzo dei Conservatori); e che sentiva che la religione può essere – perché no? – nello stesso tempo ricerca spirituale, calcolo politico ed obbligo istituzionale (in quanto era ancora pontifex maximus). Egli agiva infatti – lo scrive sull’epigrafe del suo arco monumentale di Roma – INSTINCTV DIVINITATIS (cioè “per ispirazione della divinità”): di quale divinità (Cristo? Mitra? Helios? Apollo?) credo non lo sapesse nemmeno lui, sempre che non preferisse che fossero i suoi sudditi ad immaginarlo; sudditi che – anch’essi turbati dell’inquietudine dei tempi – avranno forse sentito la maiestas imperiale vicina ai travagli delle loro “piccole” esistenze.
Esistenze come quelle dell’altrimenti ignoto milanese Caesius Vitalio che dedicò un modesto altare in pietra (CIL V, 5798) a un Deus Magnus Pantheus, cioè al “Dio Grande, dio di tutto”: un monoteista pagano o un cristiano – più o meno – senza saperlo? Come il suo “colossale” imperatore era solo un uomo in cerca di una verità della quale intravedeva i contorni, ma che non riusciva a focalizzare appieno. E in questa temperie la tolleranza non poteva che essere un progetto politico e ideologico necessario: al Costantino uomo, per accettare la convivenza personale con una divinitas che fosse “una, nessuna, centomila…” , al Costantino imperatore per potere “tenere insieme i pezzi” di una compagine statale formata da moltissimi sudditi; da milioni di Romani che non erano più – come ai tempi eroici dell’Urbe – intenti a praticare il “mestiere di cittadino” (la definizione è di Claude Nicolet), ma che – con ben maggiore fatica individuale e con ben minore armonia politico-sociale – si sforzavano, ciascuno a modo proprio, di praticare il “mestiere di uomo”.

Le immagini riproducono, nell’ordine, il cosiddetto “Cameo di Belgrado” e Testa colossale di Costantino, Roma, Palazzo dei Conservatori

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Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

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