Spesso i libri specialistici, rigorosamente documentati e scritti da studiosi di alto profilo, risultano un po’ troppo indigesti a chi si avvicina ad essi con spirito di curiosità. Non è questo il caso di Silvia Giorcelli Bersani, “L’impero in quota. I Romani e le Alpi”, Einaudi, Torino 2019 (pp. 288), un volume di recentissima pubblicazione dedicato al rapporto tra i Romani e il mondo alpino; volume che non è certo “divulgativo” nel senso più corrente del termine, ma neppure rivolto soltanto alla strettissima cerchia degli antichisti o degli studenti universitari.

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Rigore documentario, brillante esposizione

Il libro, infatti, non rinuncia certo al rigore documentario, come dimostrano la premessa metodologica sull’uso delle fonti (cosa davvero infrequente, e per questo assi lodevole) alle pp. XV-XVI, nonché il robustissimo apparato di note, bibliografia e indici  alle pp. 205-269; eppure non rinuncia nemmeno a una certa fluidità, perfino piacevolezza, espressiva, come pure ad alcune allusioni “comparative” al mondo attuale, fatte però con la consapevolezza che passato e presente sono tempi molto diversi, ed evitando perciò faziose e anacronistiche letture  “contemporaneistiche” dell’antichità. Ed è l’Autrice stessa, docente presso l’Università di Torino, a ricordare come «l’attualizzazione di vicende antiche non è sempre legittima e quasi mai corretta dal punto di vista del metodo: e tuttavia qualche insegnamento la storia delle Alpi in età romana lo può offrire ancora oggi» (p. XIII).

La struttura del volume

  • x Annibale in Italia, affresco rinascimentale conservato ai Musei Capitolini, Roma
  • x Ottaviano Augusto detto da Prima Porta
  • xL’imperatore Claudio
  • x Il Tropaeum Alpium
  • x Il Tropaeum Alpium

La studiosa organizza il suo lavoro in capitoli che affrontano temi diversi, ma fra loro complementari. Si comincia con Le Terre Alte in età romana (pp. 3-24), capitolo puntato sulla percezione da parte dei Romani delle Alpes come tremendae, in quanto paesaggisticamente aspre e sede di pericolosi briganti.
Segue Mito e realtà sulle Alpi (pp. 25-45), nel quale campeggia il racconto del “mitico” passaggio di Annibale e dei suoi infreddoliti elefanti attraverso le Alpi, valicate le quali egli pensava – sbagliando – che avrebbe facilmente conquistato Roma: ma del grande generale cartaginese già ho scritto su queste colonne.
Troviamo poi L’impero in quota (pp. 46-70), relativo all’atteggiamento che alcuni imperatori hanno avuto nei confronti del territorio alpino; particolarmente interessante è il caso di  Augusto, che eresse a La Turbie, in Francia, un trofeo (Tropaeum Alpium) per celebrare le sue vittorie sui popoli alpini, ma anche quello di Claudio, che capì la necessità di concessione (documentata epigraficamente dalla cosiddetta Tabula Clesiana) della cittadinanza romana ad alcune realtà tribali montanare che la reclamavano o che già la esibivano fittiziamente.
Ad esso segue Vivere come i Romani (pp. 71-100), che ci fa capire il processo di romanizzazione di quei territori, i cui signori locali – tra i quali il celebre Cottius, menzionato nell’iscrizione dell’arco di Augusto a Susa e quindi eponimo delle Alpi Cozie – divennero dopo la conquista di Roma funzionari imperiali.
Viene poi Le Alpi, incubatore di sviluppo economico (pp. 101-138), nel quale si evidenzia come lo spazio alpino non sia stato solo adibito ad attività agricolo-pastorali, ma sia divenuto anche importante crocevia di commerci.
Particolare rilievo ha il successivo capitolo Il dio delle montagne (pp. 139-190), che ci presenta le Alpi come sede di una sorta di melting pot religioso, nel quale divinità le locali si affiancano o fondono con quelle “ufficiali” romane ma anche con altre di suggestione greca e orientale (di particolare importanza le pp. 166 e ss., dedicate al culto del dio Poeninus sul Gran San Bernardo, sincretisticamente omologato allo Iuppiter romano).
Da ultimo troviamo Identità e resilienza sulle Alpi, ieri e oggi (pp. 191-202), nel quale si analizza – con molta prudenza e con un sano scetticismo – qualche recente, anacronistico, tentativo pseudo-identitario di appropriarsi di un passato “alpino”, fosse l’eroe celtico Asterix che i NO-TAV valsusini negli anni Novanta presero ad emblema della resistenza valligiana verso le nuove infrastrutture, o il “Sole delle Alpi” che divenne simbolo – per i leghisti delle prima ora – di quella opposizione alla “Roma ladrona” che qualcuno, credo, ancora ricorderà. Silvia Giorcelli parla correttamente, a proposito queste situazioni, di «identità immaginarie», espressione che mi ricorda le ben più nefaste «comunità immaginate» delle quali ha scritto Benedict Anderson qualche decennio fa, denunciando la frequente strumentalizzazione del passato in chiave nazionalistica1.

Roma antica: non solo Mediterraneo!

Il volume ha sicuramente il merito di porre all’attenzione del pubblico un aspetto forse meno noto della storia di Roma, della quale solitamente si esalta la costruzione di un “impero mediterraneo”. Eppure, anche se in tempi e modi diversi, con soluzioni politiche, giuridiche e amministrative legate alla diversità delle singole realtà locali, Roma ebbe cura delle Alpi non meno che del grande mare che lambiva le coste dei suoi domini.
Né possiamo dimenticare come queste montagne fossero percepite in antico come baluardo contro le invasioni dell’Italia romana da parte di popoli settentrionali, e che tale funzione per qualche secolo svolsero egregiamente (con qualche eccezione: già si è detto di Annibale, che pure aveva definito le vette alpine moenia non Italiae modo sed etiam urbis Romanae, cioè «mura non solo dell’Italia, ma anche della città di Roma», secondo il racconto di Tito Livio, Ab Urbe condita, 21, 35, 9), prima che le ripetute incursioni barbariche di età tardo-imperiale facessero di esse «montagne profanate», secondo la bella definizione con cui si intitola un paragrafo del libro (pp. 66-70).

Un tema di grande interesse 

  • x La Tabula Clesiana
  • x L'arco di Augusto a Susa
  • x Dedica votiva a Iuppiter Poeninus
  • x Il colle del Gran San Bernardo

Insomma, l’importanza di questi temi è tale che gli addetti ai lavori vi riflettono già da molti anni, e con sempre maggiore insistenza. Si è infatti recentemente tenuto all’Università di Losanna un convegno dal titolo “I Romani nelle Alpi. Storia, archeologia, epigrafia” (13-15 maggio 2019, organizzazione: Michel Aberson, Romeo Dell’Era, Gian Luca Gregori): convegno nel quale, ovviamente, Silvia Giorcelli ha fatto sentire la sua autorevole voce, ma al quale anche chi scrive ha avuto l’onore di essere invitato come relatore, in quanto da molti anni studia l’epigrafia latina delle Valli alpine a Nord del Lago di Como, e cioè la Valchiavenna e la Valtellina, regioni per secoli (ma forse anche oggi?) in bilico tra “attrazione” verso la pianura e peculiarità “montanare”.
Ho così potuto constatare direttamente come la pur limitata diffusione della scrittura su pietra anche in aree in apparenza marginali della Romanità abbia contribuito a comunicare agli abitanti di quelle plaghe alcuni aspetti della cultura e dei mores di Roma; un po’ come è avvenuto – si parva licet– con la diffusione del messaggio televisivo nell’Italia del secondo Dopoguerra, che ha irradiato capillarmente “pillole” di lingua e costume italiano dove prima erano ignorati o quasi.

Il genio amministrativo di Roma

Se dunque le Alpi nell’antichità sono un tema al centro degli interessi scientifici, il volume che sto presentando credo possa trasformarlo – come anticipavo – in qualcosa in grado di appassionare un pubblico più vasto, il quale potrà constatare, tra l’altro, come la gestione di queste zone montane sia stato uno dei non pochi “capolavori” amministrativi di Roma antica. Scrive infatti Silvia Giorcelli: «La soluzione ‘romana’ all’inclusione delle Alpi nell’impero, attraverso una virtuosa sintesi tra centralità e territorialità, tra tolleranza e inclusione, tra repressione e riconoscimento, rappresenta ancora oggi un esempio altissimo di flessibilità politica, sociale e culturale» (p. XIII).

Viandanti alpini di ieri e di oggi

  • x Giovanni Segantini, "Ritorno dal bosco, Museo Segantini", Saint Moritz

Lungi da me l’idea di una mitizzazione in positivo del passato romano, che per ovvie ragioni non possiamo accettare, al pari di forzose comparazioni col presente: e ciò per i motivi che già abbiamo detto.  Eppure quando vedo quelle numerose laminette di bronzo, che i viandanti d’antan hanno dedicato come ex voto allo Iuppiter Poeninus cui ho accennato sopra, ringraziandolo per averli protetti lungo i pericolosi sentieri d’alta quota, non riesco – da qualche tempo – a non pensare ai migranti di oggi, che su sentieri non troppo diversi cercano di passare il confine tra Italia e Francia. Nessun dio montano, purtroppo, sembra proteggerli, ma essi sono invece braccati dalle Polizie di due Paesi, e ignorati o quasi dalle Autorità europee.
Ripeto, sto solo esternando un’impressione, denunciando un’emozione e nulla più: eppure mi pare di percepire un regresso, un ritorno – dopo anni, forse secoli, di faticosa “addomesticazione” del territorio – a quelle Alpes tremendae di cui parlava Orazio (Odi, 4, 14, 12).
Ma poiché (e me ne rendo conto…) sto per smarrire la diritta via di questa recensione, vi pongo ora fine, non senza, però, rinnovare l’invito a leggere il volume di Silvia Giorcelli, un testo del quale d’ora in poi sarà davvero difficile fare a meno. E non senza congedare i lettori della Ricerca – dopo queste ultime amare considerazioni – corredando l’articolo con un’immagine di speranza, quella di una donna che, pur rallentata dalla neve e dalla slitta carica di legna, è ormai giunta alle soglie di casa: è tratta da un quadro (Il ritorno dal bosco, 1890) di Giovanni Segantini, il più grande pittore delle Alpi di tutti i tempi. Almeno a mio giudizio.


Note
1. B. Anderson, Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism, London-New York 1983

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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