Reportage dall'Iran: terza parte di un viaggio affascinante nello spazio e nella storia. Dopo Pasargarde e Persepoli, e dopo Yazd, l'ultima tappa è a Isfahan, la “città ideale” di Abbas il Grande.

  • xPiazza Naqsh-e Jahan
  • xLa piazza di Isfahan di notte

I primi due imperi persiani, secondo gli storici, sono stati quello achemenide (550-330 a.C.) e quello sassanide (224-640 d.C.), dei quali già ho parlato in un precedente articolo. La storia successiva della Persia è stata caratterizzata da invasioni, a principiare da quella araba che provocò la conversione all’Islam della popolazione, e da numerose frammentazioni politiche. 

Il rinascimento safavide e la nuova capitale

Ciò fino al cosiddetto “terzo impero” instaurato dai Safavidi, una dinastia originaria del Kurdistan che governò sulla Persia tra il XVI e l’inizio del XVIII secolo, e che – dopo la dominazione mongola e gli assalti degli Ottomani – riunificò (anche se temporaneamente) un vastissimo territorio sotto l’autorità di un unico scià. Furono i Safavidi, inoltre, a portare l’Islam persiano nel solco dello sciismo, che divenne (e tutt’ora è) una vera e propria “religione di Stato”, assumendo una dimensione fortemente identitaria: la Persia scita, pertanto, divenne la più agguerrita rivale dei potenti Turchi Ottomani, di osservanza sunnita.

L’età safavide è giustamente percepita come una fase di “rinascimento” della civiltà, della cultura, delle arti persiane; e ciò soprattutto sotto il governo dello scià Abbas I il Grande (1587-1629), uomo dalla personalità complessa. Egli fu infatti crudele e spregiudicato nelle lotte dinastiche, e ampliò i confini dell’impero con guerre vittoriose; parimenti, però, cercò di instaurare buoni rapporti con le potenze europee, mostrò una certa tolleranza religiosa, e – soprattutto – si impegnò in ogni modo a fare di Isfahan, nuova capitale persiana, una splendida “città ideale”.

Una città e la sua piazza monumentale 

  • xPiazza Naqsh-e Jahan e la Moschea dello scià
  • xLa Moschea dello scià
  • xMoschea dello sceicco

Non è allora un caso che Isfahan fosse chiamata Nesf-e-jahan (cioè “la metà del mondo”) e che la sua grandiosa piazza porticata – ideata dagli architetti di Abbas – avesse nome Naqsh-e-jahan (cioè “immagine del mondo”). L’idea che vi sottintendeva era pertanto quella – umanistica, rinascimentale… perché no? – della città come “microcosmo”, del luogo dove si può trovare riunito tutto quello che nel resto del mondo è disperso; e della piazza come elegante vetrina della città stessa, simbolo perenne del potere che l’ha voluta: da qui nei secoli l’appellativo popolare di “Piazza dello scià”, prima che lo Stato islamico la intitolasse al padre della rivoluzione del 1979, e cioè l’ayatollah Khomeini.

In effetti la piazza centrale di Isfahan è un posto dal quale non vorresti mai andare via, anche perché ti sembra che ci sia ancora qualcosa che non hai ancora visto, o che vuoi rivedere. La ornano anzitutto due moschee tra le più belle di tutto l’Iran: la grandiosa “Moschea dello scià”, decorata da elegantissimi mosaici azzurri, e sormontata dai due minareti tipici delle moschee scite, ma anche la “Moschea dello sceicco”, che Abbas dedicò al venerabile suocero, sulla cui cupola i raggi solari producono straordinari effetti cromatici. Vi si trova anche il palazzo cosiddetto Ali Papu, sede “di rappresentanza” dei Safavidi, di ben sei piani; le sue stanze sono riccamente decorate, e suscitano meraviglia, anche se nulla è paragonabile al panorama che si vede dalla sua ampia terrazza: da qui si può ammirare infatti tutta l’enorme piazza (lunga circa 600 metri), i suoi prati adatti ai pic-nic familiari, le sue rilassanti fontane, così come le moschee di cui si è detto; ma anche allungare lo sguardo sui Monti Zagros imbiancati di neve. Che vogliamo di più?

Perdersi nel Bazar

  • xGli affreschi nel Palazzo delle 40 colonne
  • xIl cortile nel bazar

Poco lontano dalla piazza, inoltre, si erge all’interno di un lussureggiante giardino un padiglione di delizie detto “Palazzo delle quaranta colonne”, i cui affreschi – voluti da Abbas – sono di una raffinatezza che non ho visto altrove, in Iran. E, in continuità con i negozi che affollano i porticati della piazza, si apre il “budello” apparentemente senza fine del Bazar, che dopo un primo settore più turistico diventa un intricato meandro che si snoda per circa tre chilometri. Nel Bazar, con una commistione che suscita stupore, si possono trovare a poca distanza le une dalle altre botteghe che vendono oro, altre che commerciano in zafferano o spezie, altre che esibiscono fini tappeti, altre che smerciano paccottiglia made in China di ogni tipo. Il tutto condito da colori, odori e rumori di ogni genere, perfino dal rombare delle motociclette che effettuano un irrituale quanto pericoloso slalom tra i clienti dei vari negozi.

La Moschea Jameh

  • xMoschea Jameh
  • xMoschea Jameh, particolare
  • xStudentesse in moshea
  • xMoschea Jameh, zona di preghiera

Il Bazar termina nei pressi dei uno dei monumenti più antichi e celebrati di Isfahan, e cioè la Moschea Jameh, una sorta di museo della storia dell’arte islamica, dove si possono vedere le varie fasi della sua costruzione e del suo costante ampliamento, a partire dall’XI secolo fino ai decori di epoca selgiuchide e safavide, per arrivare ai recenti restauri successivi alla sanguinosa guerra Iran-Iraq (1980-1988) che, oltre a spegnere milioni di vite umane, ha prodotto anche devastazioni al patrimonio monumentale. Le dimensioni sono impressionanti, dato che i suoi 20.000 mq di superficie ne fanno la moschea più grande di tutto l’Iran, nonché un luogo venerando per l’Islam scita.

I ponti sul fiume Zayandeh

  • xIl ponte Khaju
  • xDonne in chador sul ponte Khaju

Khaju, anch’esso voluto dallo scià Abbas, fornito di una doppia serie di archi e ornato di maioliche, presso il quale era l’albergo dove ho soggiornato. Mi è allora stato possibile, all’imbrunire, mescolarmi alla folla che lo gremiva, per ascoltare i giovani che cantavano a squarciagola canzoni popolari, oppure osservare donne chiuse nei loro chador intente a contemplare l’acqua.
Il vento, qui sempre teso, era gelido, al contrario del clima umano che vi ho incontrato, ed è stato impossibile non stringere qualche mano, scambiare quattro parole con i ragazzi, accettare un bicchierino di tè o un pezzetto di qualche zuccherosissima gelatina di melograno; e tutto ciò qui, sul ponte, così come sulla piazza Naqsh-e Jahan.

Un popolo giovane e ospitale

Sì, perché l’affabilità, la cortesia, l’ospitalità degli iraniani – al di là delle bellezze del Paese – sono state tra le sorprese di questo viaggio, che è destinato a lasciare il segno nella mia memoria, e che ho provato perciò a condividere con i lettori de «La ricerca». Mi pare invece meglio non aggiungere nulla di più approfondito sulla situazione politico-sociale di questo Stato, perché non credo che dieci giorni, passati per lo più a visitare monumenti del passato, siano sufficienti a farsi un’idea corretta dell’Iran di oggi.
Quello che è chiaro, comunque, è che la sua popolazione è anagraficamente molto “giovane” (l’età media è meno di 30 anni, rispetto ai 45 circa dell’Italia), come documenta anche l’onnipresenza di scolaresche di ogni età nei musei, nei siti archeologici, nelle moschee: tra tanti giovani in viaggio di istruzione, un vecchio professore come me non poteva non sentirsi un po’ a casa! Inoltre – perlomeno nelle città – ho riscontrato un’esibita ricerca della modernità, resa evidente dal caotico traffico automobilistico, o dall’utilizzo frenetico dei cellulari. Come tutto ciò si possa (o non si possa) conciliare davvero con le regole di una Repubblica Islamica è però cosa troppo seria per essere lasciata alla “coda” di questo reportage; e sicuramente troppo complessa per chi – come chi scrive – voleva solo trasmettere qualche impressione di viaggio.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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