La vera recensione di un libro si può, si deve, fare solo dopo una sua lettura attenta. E così ho sempre cercato di fare su queste colonne, perché esiste un patto eticamente vincolante tra chi scrive e i propri lettori. Dunque mi autodenuncio subito, a scanso di equivoci: non ho ancora letto tutto il poderoso volume a cura di Andrea Giardina, “Storia mondiale dell’Italia”, (Laterza, Roma-Bari 2017, pp. 847). È uscito da pochissimi giorni, e se avessi già trovato il tempo e le energie per finirlo significherebbe o che io sono dotato di superpoteri, oppure che mi sto godendo l’otium della pensione. Purtroppo, però, si tratta di ipotesi entrambe irrealistiche: quasi più la seconda della prima… 

L'Italia, secondo la decrizione del geografo Tolomeo

Dopo avere riflettuto sull’introduzione dell’opera, valutato l’impianto d’insieme, letto alcune sue parti (quelle relative al mondo antico, come è ovvio…) ho comunque pensato di potere scrivere qualcosa, se non altro per divulgare – per chi ne fosse all’oscuro – la pubblicazione di un lavoro che merita la massima attenzione: un tentativo di fare la storia del nostro Paese dalla Preistoria ai nostri giorni, in 180 tappe, ciascuna delle quali affidata alla cura di grandi specialisti. Un azzardo? Forse. Una scelta coraggiosa? Senz’altro. Un’opera necessaria? A mio avviso sì.

Una storia mondiale dell’Italia 

Lo si capisce già dall’introduzione di Giardina, che dà anzitutto ragione del titolo, quando scrive: «Storia mondiale dell’Italia non vuol dire soltanto presenze italiane nel mondo e mondiali in Italia, sguardi incrociati, giochi di specchi: le storie interconnesse e l’immanenza della global history suggeriscono linguaggi nuovi che integrano quelli tradizionali e spingono — anche se sono solo i primi passi — a vedere l’Italia e il mondo come in alcune immagini pittoriche doppie: due oggetti diversi, riconoscibili ma insufficienti, ne creano un terzo» (p. XVI). 

L’Italia è dunque, nella realtà storica, una serie di diverse Italie, per parlare delle quali in prospettiva diacronica è necessario liberarsi della «retorica delle radici», ma anche dei concetti talora ambigui di «eredità» e «identità»: ciò potrà forse disorientare il lettore, ma senza dubbio lo farà sentire più libero di riflettere e giudicare. Così come liberi si sono sentiti gli autori nel raccontare eventi gaudiosi (tra i quali anche la vittoria ai Mondiali di calcio del 1982) o nefasti (come le stragi perpetrate in Africa dal generale Graziani nel 1931), o nel parlare di sontuosi monumenti quali il Colosseo o la Villa Adriana, come pure di mafia e terrorismo. Sì, perché per capire chi siamo davvero è necessario ammettere che non siamo solo «Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori», come recita la scritta “mussoliniana” sul Palazzo della Civiltà Italiana dell’EUR, ma anche di furbi, delinquenti, corrotti… né più né meno di altri popoli, semplicemente in modo diverso. 

Senza dimenticare che se storia mondiale ha da essere, allora sarà necessario rileggere le tappe più significative delle vicende di Roma imperiale (Augusto, Traiano, Costantino…), ma anche il ruolo dell’Italia nel Medio Evo e nel Rinascimento, fino a quello che ha avuto come paese fondatore dell’Unione Europea e come fondamentale “pedina” nel mondo diviso in due dal Muro di Berlino. Non siamo soli al mondo, ed è bene ricordarlo! 

Universalismo e limiti geografici

Due note, ancora, entrambe suggerite dal densissimo testo introduttivo di Giardina. 

La prima è di natura macro-storica, se così si può dire, e riguarda la complessa convivenza del nostro Paese con la vocazione universalistica dell’impero e del papato che in esso ebbero (entrambi) e hanno ancora (il papato) sede: ed è, in fondo, quanto lo stesso Giardina aveva scritto in un suo famoso saggio di qualche anno fa, dal titolo L’Italia romana. Storie di un’identità incompiuta, Laterza, Roma-Bari 1994. Insomma: non è facile diventare Nazione se l’imperatore o il papa – da Roma – provano con ogni mezzo ad affermare la loro dimensione sovranazionale e universale. E noi Nazione lo siamo diventati tardi, molto tardi, e forse qualche passo avanti dobbiamo ancora farlo. 

La seconda è invece di natura geografica. Con una ricercata casualità (notate l’ossimoro) il libro si apre con la mummia preistorica del Similaun, nelle Alpi, e si chiude con gli sbarchi (e i naufragi) dei migranti a Lampedusa, nel cuore del Mediterraneo. Attraversa dunque tutto lo stivale dall’alto in basso, e allude alla dimensione (volontaria o coatta) sia montanara sia marittima dei suoi abitanti di ieri e di oggi. Tale prospettiva, geo-storica prima che identitaria, avrebbe sicuramente convinto il grande Fernand Braudel, e convince anche – per quel che conta – chi ora scrive: non so, però, se piacerà a tutti.

Ne seguiranno polemiche? 

Patrick Boucheron, importante storico francese che ha diretto la pubblicazione dell’Histoire mondiale de la France uscita per le edizioni Seuil qualche mese fa (in piena campagna elettorale), ricorda in una breve nota al testo di Giardina (pp. XXVII-XXX) le polemiche successive a quel lavoro, ritenuto da alcuni troppo poco patriottico. Ho ragione di credere che l’analoga impostazione del volume sull’Italia (in campagna elettorale permanente) possa farlo incappare in una sorte non diversa, soprattutto per quel distacco dalla dimensione celebrativa di cui già si è detto. Le «radici» però – se davvero dobbiamo usare questa parola – sono sia quelle che si ramificano dal passato, sia quelle sulle quali costruiamo il nostro futuro, magari favorendo il processo di integrazione di chi, di nazionalità non italiana, è però nato e cresciuto nel nostro Paese.
Ma qualche giorno fa (23 dicembre) il Senato ha di fatto bocciato lo ius soli, non perché – come pure sarebbe legittimo – abbia respinto la proposta di legge, bensì per mancanza di numero legale: al di là dei tecnicismi della politica, una brutta immagine per le nostre Istituzioni. 

Qualcuno oggi canta vittoria, dicendo che la nostra “identità” è stata salvata e rafforzata. E ciò è indubbiamente vero, perché oltre a poeti, santi ecc., potremo ribadire con orgoglio di essere un popolo di assenteisti: sotto con lo scalpello, per allungare la scritta dell’EUR!

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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