Uno dei più eminenti studiosi inglesi, ben noto in Italia per i suoi studi sul Mediterraneo, esprime tutti i suoi dubbi sulla reale esistenza di una comune vicenda europea. È il testo su cui lo scorso anno, in occasione della Brexit, si è sviluppato un intenso dibattito fra gli storici del paese.

Il castello medievale al parco Mini Europe di Bruxelles

Il titolo di questo intervento fa spudoratamente il verso a un saggio uscito recentemente, Imagining Europe: Myth, Memory, and Identity. I due autori, Chiara Bottici e Benoît Challand (2013), che non a caso risiedono a New York, non danno affatto per scontato che l’identità europea esista da già secoli, occupandosi invece di studiare i modi in cui potrebbe oggi essere forgiata. Presuppongono, in altre parole, che tale processo di forgiatura debba ancora essere compiuto e precisato, al fine di soddisfare le aspirazioni di coloro che cercano un’unione sempre più stretta tra gli Stati. Non tutti i sostenitori del progetto europeo, pertanto, possono essere accusati di ignorare il problema di chiarire cosa leghi insieme gli abitanti dei Paesi posti all’estremità occidentale del continente eurasiatico. 

Chiaramente, questo legame non è il linguaggio. È possibile rivolgersi al passato e parlare di una storia condivisa, tale da includere una comune identità culturale, espressa, per esempio, nelle tradizioni religiose? O invece il progetto europeo è tutto proiettato nel futuro, nella creazione di una prospera comunità il cui successo è radicato nell’esistenza di un governo centrale attivo nella difesa degli interessi economici europei contro le sfide dei nemici commerciali e industriali, non solo gli Stati Uniti ma anche la Cina e gli altri Paesi BRICS?

Le peculiarità del modello svizzero

In un recente saggio, Jürgen Habermas (2011), un illustre pensatore contemporaneo, ha insistito sul fatto che si può perseguire l’obiettivo di un’identità politica comune dell’Europa pur riconoscendo le diverse tradizioni culturali che la compongono. Habermas, un filosofo molto conosciuto per i suoi scritti sulla sfera pubblica, auspica la nascita di un patriottismo costituzionale europeo, basato sull’introduzione di referendum popolari e di pratiche capaci di coinvolgere efficacemente i cittadini nelle decisioni degli organi centrali della Ue. 

Noto subito che se da una parte si può mettere in dubbio la validità della nozione di patriottismo costituzionale, dall’altra non si può non concordare con ciò che l’appello di Habermas sembra implicare, che cioè di fatto esiste oggi un deficit democratico nel sistema decisionale europeo. Chiediamoci comunque se sia praticabile una democrazia europea di tipo svizzero come Habermas vorrebbe. 

I libri di testo scolastici tentano di presentare la storia dell’Europa come impresa comune, ma ciò comporta una notevole distorsione del passato implicando l’assunzione di indimostrabili pregiudizi.La risposta è negativa. Il modello svizzero funziona solo perché è applicato a un Paese molto piccolo e strutturato in Cantoni largamente autonomi addirittura minuscoli. Questi Cantoni, inoltre, sono il prodotto di una storia costituzionale che risale al Duecento e che ha generato una cultura politica molto particolare. Ebbene, una volta ho sentito un eminente politico austriaco ammettere pubblicamente che non ha molto senso per i cittadini scegliere i commissari e gli altri funzionari europei, dal momento che non hanno idea di chi siano queste persone provenienti da Paesi diversi dal loro.

A differenza di quella svizzera, la storia dell’Europa è fondata sulla divisione. Lo dimostra il fatto che il principale obbiettivo dei padri fondatori della CEE era la creazione di uno spazio in cui la guerra tra vicini (in particolare tra Francia e Germania) non sarebbe più stata possibile. Gli autori di Imagining Europe interpretano quest’evidenza come una mera difficoltà nel basarsi sul passato quando si cerca di costruire un’identità europea. Maldestramente affermano che «chi siamo stati come europei non è così cruciale come rispondere alla domanda di chi vogliamo essere» (Bottici e Chaland, p. 37). La mia preoccupazione è che ci venga detto non tanto chi vogliamo essere, ma chi dobbiamo essere.

Le dubbie origini comuni

La ricerca di comuni radici europee è uno dei temi su cui più ci si impegna a Bruxelles e nelle altre capitali della Ue. Lo dimostrano i libri di testo scolastici, che tentano di presentare la storia dell’Europa come impresa comune. È appena il caso di dire che ciò comporta una notevole distorsione del passato implicando l’assunzione di due indimostrabili pregiudizi: che un senso di identità europea esista da secoli e che nella storia di quest’area si possa leggere una tendenza all’unificazione. 
È vero che il mito di Europa risale alla Grecia antica, ma analizzandolo troviamo un dio lussurioso, Zeus, che stupra una principessa fenicia, vale a dire libanese. Non riguarda quindi quell’area geografica chiamata oggi Europa. 

Va poi considerato che dal punto di vista storico la nozione di continente europeo è stata elaborata in rapporto con il Mediterraneo. E in effetti, da questa prospettiva l’Europa ha veramente l’aspetto di un continente; non appare per quello che realmente è, cioè una penisola che sporge dell’Asia e si sviluppa a Nord dell’Africa. 

Del resto, analizzando il modo in cui percepiamo i continenti, Martin W. Lewis e Kären Wigen (1997) hanno messo in luce l’importanza dei presupposti culturali oltre che delle determinazioni geografiche. L’isola di Cipro, ad esempio, anche se è più vicina all’Asia, è generalmente inclusa nell’elenco dei Paesi europei perché la sua popolazione è a maggioranza di origine greca. Si presume anche che le Canarie non appartengano all’Africa ma all’Europa, dal momento che sono state governate dalla Spagna e a partire dalla fine del XV secolo abitate in gran parte da emigrati provenienti dalla penisola iberica.

Ma se applichiamo sistematicamente questo approccio, l’identità geografica dell’Europa diventa evanescente, perché tutte le maggiori isole del Mediterraneo in certe fasi della storia sono state governate o colonizzate da popolazioni provenienti dall’Africa o dall’Asia, anche se tutte oggi fanno parte di Stati europei grandi e ben consolidati, molto più di Cipro (ovviamente un problema politico particolare) e di Malta, la cui europeità cattolica è compromessa dal fatto che i suoi abitanti parlano un dialetto proveniente dall’arabo maghrebino. 

Il peso delle religioni

L’Armenia è più europea dell’Azerbaijan? Entrambe partecipano all’Eurovision Song Contest [in Italia noto come Eurofestival], un buon test di europeità che però include anche Israele. E che svela nel suo funzionamento la mancanza di un’identità culturale comune, perché in questo concorso, come in tutti quelli organizzati a livello sovranazionale, le votazioni popolari sono sempre determinate dalla lealtà regionale: gli scandinavi o gli slavi votano sempre in massa per i propri cantanti, anche quando le performance degli altri sono migliori. In breve: su grande scala i continenti hanno confini sfocati e nel caso dell’Europa dell’Est questi non esistono affatto. 

Forse l’Armenia è più europea perché da sempre cristiana, mentre l’Azerbaigian è prevalentemente musulmano? Negli anni in cui è stata fondata l’Unione europea si è molto discusso della sua antica identità cristiana, sia cattolica sia protestante, successivamente estesa a quella ebraica, tanto che oggi l’ossimoro giudeo-cristianesimo è diventato un termine di uso comune. 

L’Armenia è più europea dell’Azerbaijan? Entrambe partecipano all’Eurofestival, un buon test di europeità che però include anche Israele.Forse l’Armenia è più europea perché da sempre cristiana?Ma allora dove collocare la Turchia, che in ogni caso contiene l’unica città del mondo estesa fra due continenti e ha una storia molto intrecciata con quella dell’Europa sud-orientale? Oggi l’adesione della Turchia alla Ue riscuote meno consensi del passato, sia perché questa espansione porterebbe l’Europa a confinare con Paesi come l’Iraq e l’Iran, sia per l’accentuarsi della diversità culturale sottolineata dal nuovo ottomanismo del presidente Erdoğan. 

In questo quadro, l’Unione per il Mediterraneo, l’organizzazione intergovernativa lanciata nel 2008 dal presidente francese Sarkozy, che raggruppa 43 Paesi che si affacciano su questo mare, è stata solo un’inadeguata concessione per accontentare i Paesi nordafricani che ambiscono a entrare nella Ue, la cui ammissione è però preclusa dalla posizione geografica, dalla religione e, non ultimo, dal timore di un ulteriore immigrazione di massa, non solo dalla Turchia ma dal Marocco e altri Paesi mediterranei.
In realtà, sarebbe auspicabile il rafforzamento dei forum e degli strumenti di confronto fra Paesi del Mediterraneo normalmente non abituati a coordinarsi fra loro, specialmente su questioni ambientali. Finora, però, i risultati sono stati deludenti. Come ho evidenziato io stesso nel mio saggio sulla storia del Mediterraneo (2010), i veri motivi che potrebbero permettere la creazione di questa organizzazione sono stati distorti e oscurati, anche se va ammesso che organismi intergovernativi come l’Unione per il Mediterraneo hanno il merito di promuovere la pace e il commercio senza interferire nella sovranità dei singoli Stati.

Ma Carlo Magno fu uno sterminatore seriale

È il momento di ammettere che non si può attribuire al passato la percezione dell’europeità. Il Sacro Romano Impero comprendeva in tutto o in parte un buon numero di Paesi europei (Germania, Austria, Repubblica Ceca, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Francia, Svizzera, Italia) ma la capacità degli imperatori di intervenire negli affari dei sudditi era molto limitata al di là delle terre che costituivano il patrimonio di famiglia su cui effettivamente governavano: le terre degli Hohenstaufen nei secoli XII e XIII, poi quelle del Lussemburgo nel XIV secolo e degli Asburgo nella maggior parte del tempo seguente. 

Ma non mancano le pretese di retrodatare la supposta nascita dell’identità europea addirittura all’VIII secolo. Per me rimane un mistero incomprensibile come un’eminente storica quale Rosamond McKitterick (2008) possa dedicare un saggio sulla formazione dell’identità europea a quello sterminatore di massa medievale che fu Carlo Magno. 

Il Colosseo e il Partenone al parco Window of the World a Shenzhen, Cina.

La Grecia antica non è quella moderna

Poi c’è l’idea che le radici della civiltà europea non risalgano solo al giudaismo e al cristianesimo, ma alla Grecia antica. L’europeità sarebbe quindi costituita da un modo razionalistico di pensare il mondo che affonda le sue radici in Platone e Aristotele (nonostante le loro indubbie divergenze), nella scienza e nell’arte greche, oltre che nella rinascita classica (accompagnata dall’uso del termine Europa) avvenuta in Italia nel XVI secolo. L’idea dell’esistenza di questo senso di comune appartenenza risalente all’antica Atene non è nuova, perché ne parlava già Denys Hay (1957) più di mezzo secolo fa. Ma in anni recenti è stata enfatizzata per giustificare l’adesione prematura della Grecia alla Comunità europea nel 1981 e senza dubbio ha influenzato anche la decisione di permettere a questo Paese di adottare l’Euro, quando pure aveva ancora molta strada da percorrere prima di ottemperare alle condizioni richieste. Non c’è bisogno di insistere sulle conseguenze disastrose di questo atteggiamento, sia per l’eurozona sia per la Grecia stessa (anche se ci si può consolare con l’idea che, se veramente la civiltà greca si pone alla base di un patrimonio comune europeo, allora guadagna forza la tesi che  i marmi del Partenone possono benissimo stare a Londra come ad Atene). 

Poi c’è l’idea che le radici della civiltà europea non risalgano solo al giudaismo e al cristianesimo, ma alla Grecia antica. L’europeità sarebbe quindi costituita da un modo razionalistico di pensare il mondo che affonda le sue radici in Platone e Aristotele.D’altra parte si può mettere in dubbio la continuità culturale dalla Grecia antica alla civiltà bizantina e poi dal dominio ottomano alla Grecia moderna pur senza accettare l’argomento estremistico di coloro che negano che i greci contemporanei siano in gran parte discendenti da quelli antichi. E neppure va dimenticato che gli storici della scienza islamica insistono molto sul fatto che sia stato l’islam, ancora più di Bisanzio, a conservare e ampliare le conquiste dell’antica Grecia. Questo argomento è stato enfatizzato da J. Al-Khalili (2012) forse più del dovuto, ma serve a ricordare che uno dei più grandi Stati europei, la Spagna, e il suo vicino, il Portogallo, sono stati per lungo tempo sotto il dominio islamico ed erano sede di una fiorente cultura capace di unire ebrei, cristiani e musulmani in imprese intellettuali comuni.

Il ruolo egemonico della Germania

Resta poi il problema che i confini dell’Europa tendono a scivolare via. Norman Davies, l’eminente storico della Polonia (1996) ha tentato di riconfigurare la storia dell’Europa prendendo finalmente in giusta considerazione le terre ad Est della Germania, che di solito tendono a essere ignorate. Ma nonostante questo proposito, la sua analisi storica di quelle parti d’Europa che a lungo si sono trovate sotto il dominio turco (Paesi come l’Albania, Bulgaria e Romania) che o sono o sperano di diventare membri della Ue, è stata ben più esile e insufficiente del suo trattamento dell’Europa cattolica e protestante.

È difficile stabilire in che misura la Ue abbia ridato alla Germania una posizione dominante nell’Europa occidentale, visibile, per esempio, nelle posizioni del governo tedesco sulla gestione della crisi che colpisce l’Euro, da alcuni raffigurato come una reincarnazione del Marco.Altri storici hanno posto al centro della storia europea un territorio specifico. Brendan Simms (2013) ha individuato nelle terre tedesche del Sacro Romano Impero il fulcro delle lotte per il dominio su ampi tratti del continente, dal XV secolo in poi. Inevitabilmente, però, questo approccio non gli permette di tenere in giusto conto le parti più occidentali dell’Europa, anche se gli consente di giungere, nei capitoli finali, a giustificare il ruolo della Germania del dopoguerra nella creazione di una nuova Europa (di cui è uno strenuo sostenitore).
Questa, naturalmente, è una delle questioni più controverse tra i commentatori dell’Europa contemporanea: è difficile stabilire in che misura la Ue abbia ridato alla Germania una posizione dominante nell’Europa occidentale, visibile, per esempio, nelle posizioni del governo tedesco sulla gestione della crisi che colpisce l’Euro, da alcuni raffigurato come una reincarnazione del Marco. E d’altra parte la crescente forza economica e politica della Germania nella Ue non sempre è valutata negativamente.
In un saggio dal significativo titolo Cuore tedesco, lo storico italiano Angelo Bolaffi (2014) ha presentato la rinascente Germania come l’esempio da seguire per gli altri Paesi europei, l’Italia in particolare. La Germania è, a suo avviso, un Paese modello. Il suo ruolo, infatti, starebbe nel fornire una leadership, assumere una posizione di egemonia salvando così l’Unione. Non sorprende che questo libro sia stato subito tradotto in tedesco ed abbia avuto un buon successo in Germania. 

D’altra parte, è certamente interessante che un autore di origine ebraica, quale sono io stesso, non abbia difficoltà a riconoscere come la Germania del ventunesimo secolo abbia fatto i conti con il suo impressionante passato e abbia ricostruito un Paese senza relazioni con il precedente nazismo (e il comunismo, per quanto riguarda l’Est).

L’insularità inglese

In conclusione, l’Europa non è un mito, ma molti miti. Miti radicati in un’idealizzazione del passato classico, in fantasie su figure come Carlo Magno, in mutevoli concezioni riguardo a ciò che sia l’Europa e dove si trovi il suo centro di gravità. 
Notiamo comunque, per finire, che sia assumendo, insieme a Bolaffi e Simms, che il centro di gravità dell’Europa si trovi in Germania, sia assumendo che stia nella Ue con sede a Bruxelles, il Regno Unito non rimane in alcun modo coinvolto. 

Come evidenziano tutti i saggi che ho citato, l’Inghilterra ha partecipato intensamente alla storia del continente europeo (anche se questo per gran parte del Medioevo fu governato dalla Francia), ma ha anche sviluppato una propria cultura politica distintiva, beneficiando in misura significativa della sua posizione isolata. Non è questa condizione ad aver creato l’insularità. Le tesi sostenute dagli autori di Nebbia nel canale: il continente è isolato [il sito web creato dagli storici contrari alla Brexit, N.d.T.] travisano il rapporto fra Gran Bretagna e l’Europa.
Ma è chiaro che un Paese con una cultura politica così distintivamente propria e con una storia ricca di continuità non si sente a proprio agio a fianco dei colleghi dell’Unione europea. Questo carattere distintivo deve essere riconosciuto dalla Ue, come parte di un più ampio programma di riforma radicale dell’Unione. Come sostiene Jean-Claude Piris nel suo saggio sul futuro del continente (2012), l’offerta del supermercato europeo non dovrebbe essere «una taglia adatta a tutti».

Tratto da: D. Abulafia, Re-imagining Europe, in «‘European Demos’: an historical myth?», in “Historians for Britain”, 2016, pp. 7-15.
Traduzione di Francesca Nicola.

Per approfondire

• D. Abulafia, Il Grande Mare. Storia del Mediterraneo, Mondadori, Milano 2010.

• J. Al-Khalili, Pathfinders: the Golden Age of Arabic Science, Penguin Books, London 2012.

• A. Bolaffi, Cuore tedesco: il modello Germania, l’Italia e la crisi europea, Donzelli editore, Roma 2014.

• C. Bottici, B. Challand, Imagining Europe: Myth, Memory, and Identity (Cambridge 2013).

• N. Davies, Europe: a History, Oxford University Press, Oxford 1996.

• J. Habermas, Zur Verfassung Europas: ein Essay, Suhrkamp, Berlin 2011.

• D. Hay, Europe: the Emergence of an Idea, University Publications, Edinburgh 1957.

• M. W. Lewis, K. Wigen, The Myth of Continents: a Critique of Metageography, University of California Press, Berkeley e Los Angeles 1997.

• R. McKitterick, Charlemagne: the Formation of a European Identity, Cambridge University Press, Cambridge 2008.

• J.C. Piris, The Future of Europe: towards a Two Speed EU, Cambridge University Press, Cambridge 2012.

• B. Simms, Europe: the Struggle for Supremacy, 1453 to the Present, Basic Books, London 2013.

David Abulafia

è stato professore di Storia del Mediterraneo all’Università di Cambridge. Fra i suoi testi più noti tradotti in italiano vi sono: "Federico II. Un imperatore medievale" (Einaudi, Torino 1990), "Le due Italie. Relazioni economiche fra il Regno normanno di Sicilia e i comuni settentrionali"(Guida Editori, Napoli 1991).

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