Dopo Olimpia e il Mani, la terza puntata del tour del Peloponneso, per capire quel millennio di storia che va da Costantino il Grande a Costantino XI Paleologo.Questa volta I Bizantini custodirono l’illustre nome di “Impero Romano” fino al 1453, quando Costantinopoli cadde sotto l’assalto dei Turchi di Maometto II il Conquistatore. È però vero che il loro impero – oltre ad assottigliarsi progressivamente – andò incontro a fasi di vera e propria crisi. Una di queste è la cosiddetta “francocrazia”, successiva alla IV Crociata (1204) quando i cavalieri franchi, giunti in Oriente per combattere a difesa del Santo Sepolcro, crearono poi entità politiche sotto il loro controllo, alcune delle quali di lunga durata. Questi crociati, infatti, alla “guerra santa” contro i musulmani preferirono di gran lunga quella contro quei cristiani d’Oriente che nel 1054 si erano sottratti all’autorità del Romano Pontefice.

Mistrà, capitale del Despotato di Morea

E fu proprio il principe franco Guglielmo II di Villehardouin a fondare nel 1249 la città di Mistrà, vicino all’antica Sparta, per accogliervi i cavalieri di Fiandra e Borgogna; solo dieci anni dopo (1259) Mistrà fu però ceduta ai Bizantini, come riscatto per liberare proprio Guglielmo II, che era caduto in loro mani. Com’è strano il destino: una città di fresca fondazione franca divenne la potente capitale del Despotato bizantino di Morea! Ma non è solo questo lo strano destino di Mistrà, la quale raggiunse l’acme della sua magnificenza monumentale e del suo prestigio culturale proprio poco prima di cadere in mano turca nel 1460. La città divenne infatti, soprattutto per volontà dei Paleologi, l’anima del (fallito?) Rinascimento greco, la “nuova Atene”, dove si riunivano filosofi (su tutti Giorgio Gemistio Pletone), pittori, nobili ed ecclesiastici di prim’ordine; ma lo divenne proprio mentre tutt’intorno Turchi e Veneziani facevano terra bruciata di quel mondo che i Bizantini stavano celebrando: e non credo che questi ultimi non se ne accorgessero, ma – da buoni Bizantini – ritenevano che nulla potesse interrompere il rito che stavano officiando, la messinscena che stavano offrendo alla Storia. Chi infatti poteva vantare come loro la doppia, prestigiosa eredità delle istituzioni imperiali romane e della lingua e della cultura greca? Il tutto benedetto dalla vera fede in quel Dio che loro chiamavano Pantokrator (cioè “Onnipotente”) e che di certo avrebbe vigilato sulle loro sorti… 

Oggi Mistrà, costituita da una città bassa e da una alta e sovrastata da una rocca (kastro), è il solitario – diroccato quanto affascinante – monumento che attesta quel rito: del tutto disabitata, abbarbicata sulla pendici di una collina, essa offre però ai visitatori alcuni degli esempi più raffinati dell’arte e della pittura bizantina. Che dire infatti del Monastero del Peribleptos (nella città bassa), che sembra tutt’uno con la roccia su cui poggia? E di quello della Pantanassa (nella città alta), i cui quattrocenteschi affreschi relativi alla vita di Cristo sono tra i più belli che abbia mai visto? Per tacere della Metropolis, dell’Evanghelistiria, degli Aghii Theodori, della Panaghia Odigitria (nella città bassa) o di Aghia Sofia (nella città alta), tutte chiese che danno l’idea di un centro di straordinaria importanza politica, religiosa e culturale. Non mancano, ovviamente, i palazzi dei Despoti e altre interessanti costruzioni civili, come le porte d’accesso alla città, tra le quali spicca la cosiddetta “porta di Monemvasia”.

  • xMistrà, le mura
  • xMistrà, monastero della Pantanassa
  • xMistrà, affreschi della Pantanassa
  • xMistrà, panorama dalla Pantanassa
  • xMistrà, Peribletos
  • xMistrà, affresco della Nascita di Cristo, Peribletos
  • xMistrà, la Metropolis
  • xMonemvasia, quasi un'isola
  • xTetti di Monemvasia
  • xMonemvasia, le mura
  • xMonemvasia vista dalla rocca
  • xMonemvasia, la chiesa di Aghia Sofia
  • xMonemvasia, case e roccia

Monemvasia, quasi un’isola 

Essa guarda infatti in direzione di quello che fu uno dei centri più importanti del Peloponneso, cioè Monemvasia, città fondata dai Bizantini, che subì (forse è inutile ripeterlo…) ripetute e alterne dominazioni franche, veneziane e turche, le quali hanno lasciato il segno nella locale architettura. Si tratta di un borgo fortificato, posto nell’estremo sud del litorale laconico, che impressiona – più che per le belle chiese e per le suggestive costruzioni in pietra – per la sua conformazione geografica. È infatti una sorta di isola rocciosa attaccata alla terraferma da una sottile lingua di terra, che funge da “unico passaggio”; espressione, quest’ultima, che in greco suona moni emvasis, dalla quale è derivato il nome della città. Non stupisce che sia stato per secoli un porto di primaria importanza, dal quale partiva anche quell’eccellente vino che – a causa della storpiatura del termine Monemvasia – è divenuto poi “Malvasia”.
Andare a Monemvasia e perdersi nelle sue viuzze è qualcosa di più che una visita, è un’esperienza unica; e se poi si riesce (vento permettendo) a nuotare sotto le sue mura (uscendo dal cosiddetto “portello”), o a pernottare in uno degli alberghi ricavati negli antichi palazzi in pietra, quell’esperienza si trasforma in un vero privilegio. Il privilegio di provare a scrollarsi di dosso qualche secolo di storia, di immaginare i Despoti di Mistrà che ordinano oggetti preziosi, vesti di lusso, cibi raffinati che sarebbero giunti all’affollato porto di Monemvasia; porto dal quale, viceversa, partivano le inebrianti botti di vino liquoroso. Perché allora non arrivare a sperare di essere invitati dai Paleologi a qualcuno dei loro sontuosi banchetti? Insomma, soggiornare a Monemvasia significa diventare un po’ bizantini. Sì, perché qui il termine “bizantino” tra la gente locale non è un relitto linguistico, ma qualcosa di vivo e identitario: tant’è che le donne di Monemvasia (oggi davvero poco abitata) hanno organizzato in agosto una “cena bizantina” in piazza; e l’hanno fatto non a uso dei turisti (graditi ma non invitati…), ma quasi per celebrare anch’esse con le loro famiglie un rito millenario. 

Capire Bisanzio?

Voglio concludere con una divagazione del tutto personale. Nella solitudine un po’ fossile di Mistrà e Monemvasia ho infatti avuto l’impressione di capire – molto più che in una passata visita a Bisanzio-Costantinopoli-Istanbul – la ritualità, lo spirito, il “senso” insomma, che hanno contrassegnato un millennio e passa di storia bizantina e che collegano come un filo rosso Costantino il Grande con Costantino XI Paleologo, l’ultimo imperatore d’Oriente. 

Ma qual è, allora questo “senso” della storia bizantina? Lo storico americano Warren Treadgold ha scritto: “I Bizantini, consapevoli di quanto a lungo fosse durato il loro impero e supponendo che fosse sempre stato più o meno come ai loro tempi, di solito sottovalutarono il cambiamento” (Storia di Bisanzio, Il Mulino, Bologna 2005).

Be’, credo che tale idea di eterna contemporaneità e di sottovalutazione del cambiamento siano rese alla perfezione da queste due città, la cui parziale “musealizzazione” ha arrestato a secoli fa il tempo della loro storia, cosa che a una grande, caotica, stratificata metropoli come Istanbul – divenuta poi sede della Sublime Porta e non solo – non è stato ovviamente possibile. Sulle rive del Bosforo, infatti, lo spettacolo non si è fermato ma è dovuto continuare. 

Un caffè bevuto entro le mura di Monemvasia guardando il mare o il silenzioso panorama goduto dal Monastero della Pandanassa di Mistrà, esperienze entrambe prive del rumore delle auto e dell’eccessivo vociare della gente, ci fanno dunque capire perché secoli fa, mentre il fragore delle armi nemiche si avvicinava, i Bizantini abbiano sperato che anche questa volta il loro impero (o almeno quel che ne restava), il loro Dio e le loro cerimonie si sarebbero salvati, e che le loro civiltà e cultura non sarebbero mai finite. Infatti chi vi scrive, in quei luoghi, ha – molto più modestamente e prosaicamente – sperato che a non finire mai fossero le vacanze…

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, autore di testi Loescher di Letteratura Latina. Collabora da anni alle attività di ricerca dell’Università degli Studi di Milano. È giornalista pubblicista.

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