Espressività e sport

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Sport significa movimento, e il movimento è un linguaggio che è bene conoscere e saper usare, in campo come nella vita. Impariamolo a scuola. Dall’ultimo numero de «La ricerca», “Corpi intelligenti”.

Sport significa movimento, e il movimento è un linguaggio che è bene conoscere e saper usare, in campo come nella vita. Impariamolo a scuola. Dall’ultimo numero de «La ricerca», “Corpi intelligenti”.

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Le attività fisiche svolte in palestra favoriscono modi originali di vivere lo spazio.

Il movimento rivela molte cose diverse. È il risultato della tensione verso un oggetto a cui si attribuisce valore, oppure di uno stato d’animo. A volte ha una ispirazione qualitativa, emozionale; altre volte ha carattere quantitativo, misurabile: come nello sport.
Anche nell’ambito didattico-formativo si sta rivolgendo l’attenzione a questi aspetti del movimento: le Indicazioni nazionali promuovono la competenza di tradurre le idee in atti ed espressioni creative, l’Organizzazione mondiale della Sanità avvalora l’importanza dello sport. Ma esiste un metodo per organizzare tutto questo? Come si accordano la ricerca qualitativa dell’espressività e quella quantitativa dello sport nella metodologia di insegnamento?
Queste sono riflessioni che si sviluppano all’interno della Laban Analysis of Movement (LAM), campo di ricerca all’avanguardia, patrimonio dei linguaggi espressivi e non solo, che prende il nome dal coreografo Rudolf Laban, suo ideatore. Si tratta di un metodo qualitativo di osservazione, valutazione e diagnosi, che consegna informazioni misurabili sulla persona in movimento. Si avvale di strumenti, organizzati in una struttura analitica e rigorosa, con i quali identificare schemi e cambiamenti. Il metodo, indagando i molti modi in cui il corpo può modellarsi e proiettarsi nello spazio, aiuta a comprendere lo stile e le preferenze personali di movimento.

Muoversi con consapevolezza è anche l’obiettivo di un modello didattico qualitativo coerente, con alla base un sistema capace di osservare e valutare la dinamica del movimento. Ne danno risposta gli sport a componente artistica, come la danza sportiva, nella quale si coniugano espressività e sport.
A scuola la danza sportiva è un’occasione unica che, nel rispetto delle differenti fasce di età, consente la partecipazione di tutti, senza distinzione di sesso, di appartenenza sociale o etnica. Ognuno, nel rispetto degli altri e del proprio percorso tecnico, può fare nuove esperienze di movimento con gli altri. Così, nello sperimentare insieme, si incontrano conoscenze e abilità e si impara ad agire in modo autonomo e responsabile.
La danza sportiva, inoltre, si rivela interprete privilegiata delle competenze chiave di cittadinanza: i suoi contesti relazionali, che agevolano la socializzazione, la comunicazione, la voglia di collaborare e partecipare, favoriscono il processo di crescita psicofisica degli studenti coinvolti, nel susseguirsi del movimento che si articola nello spazio secondo i diversi ritmi e tempi musicali.

Il punto di partenza è lo spazio nel quale siamo immersi, il luogo dove si esprime il linguaggio del corpo, dove si realizza la qualità e l’armonia della forma. Quando si parla di linguaggi si fa riferimento a tutti i sistemi di segni: dunque, non solo a quello orale o scritto, ma anche alla produzione di senso della gestualità del movimento. In un ambiente rumoroso o affollato i segni sostituiscono la voce: la nostra giornata è un susseguirsi incessante di segni che comunicano qualcosa: cenni o gesti si usano per farsi capire o sottolineare quello che si sta dicendo. Parlare sopprimendo la gestualità del corpo sarebbe come suonare una musica monocorde senza alcun ritmo o accento.
Con i segni, negli sport, si dirigono i giochi di squadra o si danno indicazioni agli atleti in campo.

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Il flash bob è un modo per condividere uno spazio pubblico utilizzando il proprio corpo come strumento espressivo.
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La gestualità della mano come sistema comunicativo.

Nuovi spazi di socializzazione

Nell’era della comunicazione, paradossalmente, si rischia di trascurare la parte più originale di ciascun individuo, ascoltando sempre meno la suggestione del linguaggio del corpo. La comunicazione multimediale, priva di contatto fisico, ha così condizionato la nostra cultura che, anche quando si potrebbe toccare e vivere fisicamente il quotidiano, si rischia di scegliere la sua rappresentazione astratta. I nuovi spazi di socializzazione non richiedono la presenza fisica degli interlocutori e sacrificano la verità del linguaggio del corpo. Il corpo parla più forte delle parole: postura, gesti, espressioni del viso, atteggiamenti esprimono i pensieri, le emozioni, le sensazioni.

Informare di sé lo spazio

La varietà delle caratteristiche fisiche rende ogni persona unica e riconoscibile. La forma del corpo si trasforma nel corso della vita stessa: muovendosi o assumendo posizioni, il cambiamento può essere transitorio o duraturo; l’età evolutiva è caratterizzata dall’alternarsi di fasi di crescita e sviluppo; ognuno può avere periodi di dimagrimento o soprappeso, o può modificare il proprio aspetto; nel tratto di unione fra corpo e spazio, si concretizza la forma.

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La corsa in una competizione atletica.

Con le parole si descrivono rapporti, stati d’animo, fatti e situazioni, ma lo sforzo delle parole, per render conto della realtà sensibile, della fantasia o delle emozioni, è diverso da quello dei gesti. I segnali posturali narrano la storia personale di ciascuno; essi inducono la gestione prossemica dello spazio, suggerendo ipotesi interpretative sul ruolo interattivo dell’altro e, conseguentemente, la scelta del proprio ruolo. Lo spazio influenza la comunicazione perché si forma e si modifica attraverso le relazioni fra le persone ed è il frutto di rapporti e convenzioni sociali.

A scuola si possono proporre agli studenti alcune attività molto utili al riguardo, i cui esercizi devono essere interpretati nell’ottica del problem-solving. Si tratta di percorrere una strada alla ricerca di soluzioni molteplici e originali. È evidente che la risposta ai compiti sarà personale, così come l’esito, diverso per ognuno, sarà sempre accettabile, a condizione che i problemi siano stati risolti. Questa produzione può originare qualcosa di nuovo in assoluto o ricombinare e riorganizzare elementi appartenenti anche ad ambiti differenti, pensati come distanti, incoraggiando il pensiero creativo, individuale e di gruppo.
Ecco alcuni esempi di laboratorio:
– inventiamo un alfabeto motorio; componiamo delle parole con il corpo, utilizzandone le lettere;
– giochiamo con i gesti per raccontare una storia;
– immaginiamo due persone che non si conoscono che condividono lo spazio di un ascensore: mimiamo la situazione;
– stabilita una posizione di partenza, ad esempio la stazione eretta, immaginiamo una bolla che ci circonda; sperimentiamo l’estensione dei nostri arti che, tendendosi, si allontanano dal corpo: scopriamo i nostri confini naturali.

Percorrere lo spazio

L’elemento spazio, riferito alla dinamica espressiva, è il modo di procedere del movimento; in pratica, è l’intenzione del mover che determina percorsi diversi: diretti oppure indiretti, costituiti da tracciati lineari oppure curvilinei, da linee definite.

Ecco un’altra serie di attività laboratoriali che potrebbero tornare utili a questo proposito:
– osserviamo la corsa, ponendo a confronto situazioni diverse: ad esempio, la corsa verso la libertà dei guerrieri scozzesi nel film di Mel Gibson Braveheart, la corsa atletica, e la corsa di un gioco in spiaggia. Rileviamo le differenze, valutiamo l’intenzione, la forma, la tecnica, il percorso: porre a confronto il movimento realizzato in differenti contesti consente di osservare e analizzare la relazione tra funzionalità (CORPO), impulsi di dinamiche interne (QUALITÀ), forma del corpo (FORMA) e conduzione del movimento nello spazio (SPAZIO);
– eseguiamo una camminata libera, scegliendoci uno spazio d’azione (spazio scenico) e percorrendone tutta la sua superficie. In un primo momento proviamo il lavoro individualmente, poi in gruppo: ognuno di noi deve comprendere quali spazi vuoti vanno riempiti, evitando di ammassarsi in un unico punto; conquistare un proprio spazio, senza invadere quello degli altri. Una base ritmica aiuta a svolgere il tema; al suono facciamo corrispondere il movimento; al silenzio l’arresto. Quando siamo fermi, valutiamo la correttezza dell’esecuzione: dobbiamo essere distribuiti nello spazio disponibile e non ammassati in un unico punto. Poi, nel momento di pausa della sonorità ritmica, scegliamo di mantenere delle posizioni: come fossimo statue che si animano, al riprendere del ritmo, ricominciamo a camminare;
– delimitiamo uno spazio scenico, stabiliamo un tempo di lavoro e assegniamo a ciascuno degli attrezzi (palloni, clavette, bastoni, sedie…). Immaginiamo di essere in una stanza, trasformiamo con la fantasia gli attrezzi e arrediamo lo spazio. Ognuno di noi finge di portare nella stanza un oggetto o un mobile e compie un’azione con esso. L’esercizio si complica man mano che si procede: occorre ricordarsi la forma che la nostra fantasia ha assegnato agli oggetti, già presenti nello spazio, e agire di conseguenza;
– scopriamo le direzioni degli spostamenti: avanti, indietro, laterale. Partendo dal centro del nostro immaginario quadrato, camminiamo, cambiando direzione, e alterniamo andamenti curvilinei, angolari e rettilinei, percorriamo forme geometriche.

Le possibilità di spostamento del nostro corpo nello spazio sono multiformi. Tutti i movimenti si attuano sulla base delle informazioni che provengono dall’ambiente e dal corpo stesso, e quindi si modificano e variano in base al luogo in cui si agisce, assumendo caratterizzazioni specifiche e peculiari di chi attua il movimento.
Un’attività utile da proporre in classe potrebbe essere quella di sperimentare i verbi dell’azione: nello spazio si può camminare, correre, saltare, rotolare, scivolare, girare, inventare andature, fare evoluzioni, oppure solo spostarsi.

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Lo spazio nella dimensione scenica.
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La dimensione scenica permette di vivere lo spazio in modi inusuali.

Lo spazio scenico

Qualsiasi luogo, inoltre, può trasformarsi in uno spazio scenico: uno spazio diventa importante per ciò che accade al suo interno, per il significato che assume l’azione rispetto a chi la compie e a chi ne fruisce: sono l’azione e la visione dello spettatore che informano lo spazio. E anche se non sempre il fine è quello di calcare un vero e proprio palcoscenico, è bene imparare a stare in scena.

Una difficoltà che spesso si riscontra nelle esperienze didattiche è l’incertezza degli allievi nell’entrare e uscire da quest’area così particolare. Proponiamo dunque allo studente di immaginare sempre il luogo entro cui si svolge l’azione e, per aiutarne la visualizzazione, delimitiamolo con degli oggetti. Nel momento in cui si valica il confine prestabilito, che nel teatro è rappresentato dalle quinte, si appartiene alla scena e non si deve interrompere la tensione fino a che non si è completamente fuori dallo spazio scenico: l’origine e la conclusione intenzionale dell’azione sono il primo spazio da conquistare. Il corpo in scena non si può permettere esitazioni, né può tornare sui propri passi; qualora si sbagli, occorre immediatamente reagire e scegliere un nuovo percorso.

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Camminando viviamo lo spazio in tre modi: in avanti, all’indietro e in senso laterale: percorriamo forme geometriche.

Lo spazio come barriera

Non sempre lo spazio è fruibile, e spesso non è sinonimo di libertà: le barriere architettoniche per i portatori di handicap esistono nella vita di tutti i giorni. Sebbene esse delimitino la libertà del movimento, è tuttavia possibile trovare nell’espressione corporea un punto di partenza per un messaggio forte del loro abbattimento fisico, ma anche sociale e culturale, che limita il nostro essere presenti al mondo. Perché ogni persona è unica e speciale e deve potersi esprimere nella sua unicità con abilità e dis-abilità differenti. Ognuno, seguendo il proprio itinerario, può fare nuove esperienze del muoversi con gli altri, andando oltre i limiti cui è abituato, scambiare emozioni e movimenti, creare nuovi canali di comunicazione.

In questa direzione la FIDS (Federazione taliana danza sportiva) accoglie la Danza paralimpica praticata da abili e disabili. L’incontro fra persone con differenti abilità fisiche permette di danzare insieme, riscoprendo un terreno comune in cui si creano esperienze di reciproca uguaglianza. Le barriere e i limiti diventano fonte d’ispirazione per azioni coreografiche e giochi con il pubblico; si trasformano in una scenografia naturale.

Condividere lo spazio: incontrarsi nella danza sportiva

Nel quotidiano condividiamo abitualmente lo spazio con gli altri: nell’incontro e nell’interazione fra persone, lo spazio, al di là dall’essere un semplice dato misurabile, si forma e si modifica.

La danza a coppie o in gruppo è uno dei momenti in cui le persone interagiscono fra loro nello spazio, favorendo lo sviluppo di un linguaggio in comune. Il metodo delle improvvisazioni libere o guidate può diventare un’esperienza che aiuta a superare pregiudizi e atteggiamenti discriminatori verso le differenze d’ogni genere, rende possibile sperimentare e scambiare nuovi significati, creare percorsi alternativi e nuove immagini per sé e per gli altri. Nella danza sportiva espressività e sport si incontrano. L’intesa artistica fra due danzatori, talvolta percepita dall’esterno come intesa amorosa, è un ottimo esempio dell’espressività del contatto fra i partner funzionale alle difficoltà tecniche.

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Antonella Sbragi

È insegnante di Scienze motorie e sportive, docente a contratto di Espressione corporea, Analisi del movimento presso l’Università degli Studi di Genova, e Presidente della Federazione italiana danza sportiva, Regione Liguria.

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