Fin dalle sue origini, il rugby ha prestato una grande attenzione alla dimensione educativa dei ragazzi. Un buon tecnico è anche un bravo educatore, che sa sfruttare al meglio le potenzialità di questo sport per aiutare i ragazzi a crescere, integrando energia e rispetto delle regole. Dall'ultimo numero de «La ricerca», "Corpi intelligenti".

  • xA. Friberg, The First Game, 1968, dipinto commemorativo del centenario della prima partita di football giocata negli Stati Uniti.

Tutti gli amanti del rugby conoscono la leggenda di William Webb Ellis, colui che durante una partita di football – siamo nella cittadina di Rugby – forse annoiato di stare in porta, improvvisamente prese la palla con le mani e iniziò a correre verso il fondo del campo, tra il probabile stupore degli avversari e la sicura irritazione dei compagni. Nasceva così, secondo la leggenda, un nuovo sport, che presto adotterà una palla ovale. Non tutti sanno, invece, che la diffusione del rugby è dovuta a Thomas Arnold.

Sir Thomas Arnold nel 1828, a soli 33 anni, divenne preside della Public School di Rugby e non tardò ad accorgersi delle potenzialità dello sport come pratica educativa, in particolare quello giocato nei prati del suo College. Arnold, teologo anglicano, era un pedagogista rivoluzionario: riteneva il rugby «un antidoto all’immoralità e una cura contro l’indisciplina». Il College di Rugby divenne un modello per la riforma del sistema educativo britannico, in cui l’attività sportiva svolge un ruolo chiave per la formazione del carattere [vedi per un approfondimento l’articolo La nascita dell'athleticism nelle public schools vittoriane, N.d.R.].

Più o meno negli stessi anni, in Italia, un giovane poeta affermava che «il corpo è l’uomo», e continuava: «tutto ciò che fa nobile e viva la vita, dipende dal vigore del corpo, e senza quello non ha luogo. Uno che sia debole di corpo, non è uomo, ma bambino; anzi peggio; perché la sua sorte è di stare a vedere gli altri che vivono, ed esso al più chiacchierare, ma la vita non è per lui. [...] Ma tra noi già da lunghissimo tempo l’educazione non si degna di pensare al corpo, cosa troppo bassa e abbietta: pensa allo spirito: e appunto volendo coltivare lo spirito, rovina il corpo: senza avvedersi che rovinando questo, rovina a vicenda anche lo spirito»1.

Giacomo Leopardi (il poeta in questione è lui) evidenziava i limiti della pedagogia italica, viziata di idealismo: due secoli dopo, lo stretto nesso tra corpo e educazione da noi continua a essere negletto. Nei dibattiti sulla “(buona) scuola”, il tema dell’attività sportiva ha svolto il ruolo dell’elefante nella stanza: si dimentica ancora una volta il corpo, «cosa bassa e abietta», preferendo le chiacchiere sullo «spirito». In Italia, l’attività motoria è da sempre delegata ad agenzie esterne, e le due ore di ginnastica a scuola, in palestre spesso fatiscenti (quando ci sono), assumono il sapore di una farsa. Di qui, l’importanza delle società sportive, agonistiche o meno, nella crescita e formazione giovanili.

Il rugby è un gioco che si basa essenzialmente sul concetto di avanzamento e di conquista, ogni centimetro è importante e quindi si gioca per guadagnare spazio, si lavora sulla resilienza, sulla caparbietà, sulla determinazione. Poi c’è il sostegno: il giocatore più avanzato è il giocatore con la palla, non può vedere cosa succede dietro ma spera che ci sia sempre qualcuno dei suoi compagni ad aiutarlo. Nel calcio o nel basket si può lanciare la palla in avanti, basta avere un opportunista in grado di creare una situazione pericolosa nell’area avversaria, ma nel rugby non è possibile: con le mani, la palla deve sempre essere passata indietro e quando la calci in avanti può giocarla solo chi al momento del lancio era dietro la palla. E poi il rugby è un gioco troppo intelligente per essere limitato allo scontro: prima di essere uno sport di contatto, è un gioco di evitamento che prevede uno spartito corale. 

Qualcuno obietterà che rimane uno sport aggressivo: può darsi, ma se chi sta vicino ai bambini riesce a renderli consapevoli di che cosa è la paura, di come si sta nella paura, è un’occasione di crescita fantastica. Siamo una società in cui le emozioni bisogna tenerle per sé, non si può essere tristi, non si può essere impauriti. Il rugby queste cose le affronta.

  • xUna partita di rugby nei primi anni Cinquanta.

I valori della palla ovale

Tra il 2014 e il 2015 ho viaggiato per l’Italia, incontrando allenatori, dirigenti, psicologi sportivi, atleti, giocatori, psicoterapeuti, giornalisti. Ne è sortito un libro, Pedagogia della palla ovale (Edizioni dell’Asino, 2015), in cui racconto “lo stato dell’arte”, e descrivo un’umile Italia (il rugby resta uno sport minoritario) che con i suoi “manovali ovali” cerca di rallentare un disastro annunciato: quello di una nazione che non ama i suoi giovani. «Adesso si rendono conto che stiamo crescendo una nazione di imbranati – mi ha detto Massimo Borra, insegnante Isef –. In Italia la scuola non si è mai occupata dell’attività sportiva in maniera seria e ha sempre demandato al privato. Il rugby è una delle attività più complete: se fossi il ministro della pubblica istruzione farei praticare in ogni scuola rugby e nuoto».

Ma non è solo una questione di deficienza motoria. Franco Ascantini, uno dei tecnici che negli anni Ottanta ha contribuito alla crescita dell’Italia rugbistica, afferma con convinzione che essere rugbisti aiuta a diventare cittadini. Un aspetto educativo fondamentale del rugby sta infatti nell’imparare a lavorare insieme: una necessità per chi gioca che diventa una delle caratteristiche della persona. Il senso del collettivo lo si apprende da ragazzi e diventa un modo per affrontare le cose. Un grande valore per un Paese come il nostro, da sempre attento al “particulare”.

Ino Pizzolato, allenatore della Tarvisium, dice ai suoi ragazzi che prima o poi in mezzo al campo capiterà loro di sentirsi impotenti, d’aver bisogno di guardarsi attorno, e il singolo può farcela solo se ci sono 14 compagni che lo prendono e lo portano avanti. «Ti senti talmente stanco, talmente confuso, dominato da quello davanti da renderti conto che da solo sei nudo, non ce la fai: hai bisogno degli altri 14 che ti aiutino ad andare avanti, che ti dicono di non preoccuparti. Bisogna che ognuno dentro di sé sia disposto a farlo per gli altri 14, a prendersi anche la fatica e la sofferenza altrui. Imparare a far fatica: solo così il rugby può diventare un modo di essere».

Salvio Esposito, uno psicologo che si è inventato una squadra di rugby a Scampia, mi ricorda che lo sport ha una finalità doppia, agonistica ed educativa. «Sono le due ali che lo devono sostenere. Come un uccello, senza una delle due non vola». E poi aggiunge: «Il rugby appare come una esperienza di follia ritualizzata e istituzionalizzata: cosa c’è, in fondo, di più folle che gettarsi sulle gambe di un avversario più grande di noi lanciato a tutta velocità? Tale esperienza permette un contatto con nuclei molto profondi, al pari di altre esperienze iniziatiche e rituali, e consente una crescita in special modo sul versante emotivo. Esperienze irrinunciabili per un adolescente e perciò ricercate nelle circostanze più disparate: nello sport, ma anche nei gruppi spontanei con obiettivi legati alla devianza o all’assunzione di sostanze stupefacenti fuori o dentro determinati contesti, come rave party, discoteche, o bande più o meno connotate. Appare chiara la funzione preventiva che il rugby può esprimere, particolarmente in contesti di degrado dove le esperienze adolescenziali di tipo iniziatico e rituale vengono gestite nella devianza o nella criminalità organizzata».

Per lo psicoterapeuta Mondini, che ha fondato una squadra di ragazzini a Castel Volturno, uno degli elementi fondamentali del rugby è dato dalla compresenza di numerose regole e di un’energia altissima. «Non è un gioco dove 30 giocatori corrono come forsennati, dove si può far tutto, anzi, si possono fare davvero poche cose, però nel frattempo l’energia richiesta per fare queste cose è altissima; e proprio questa capacità di integrare l’energia con la struttura delle regole che governano il rugby è il primo elemento. Per un bambino, crescere con questa idea di integrazione tra energia e struttura è una cosa importantissima, fondamentale, bellissima, una capacità che non vale solo per lo sport ma anche per la vita: se uno ci pensa, l’uomo è fatto di questo, energia e struttura, se uno è solo energia, fa il cavallo pazzo, se è solo regole, sta fermo, non fa niente. La capacità di integrare è alla base dell’idea di uomo sano, prima ancora che atleta sano, e nel rugby questa idea mi sembra un elemento fondante. La sfida è proprio questa: restare dentro le regole ma con tutta la vita, non subendole».

Certo, il rugby da solo non salverà l’Italia, ma rappresenta una sfida, interpretata al meglio nelle sue mille periferie più o meno dimenticate e polverose. Senza mai scordare che i valori educativi ci sono dove ci sono buoni educatori, e un buon allenatore deve essere anche educatore. Pensare che il rugby sia in sé educativo è un errore. Sono le persone che lo rendono educativo, che attuano le sue potenzialità. Marzio Innocenti, presidente del Comitato regionale Veneto, usa una metafora interessante per chiarire il lavoro dell’allenatore: «Un tecnico che va a lavorare in una squadra giovanile è come un minatore che va in una miniera di diamanti: un buco pieno di sassi; se tu non sai come sono e dove sono i diamanti, non ne tirerai mai fuori uno. I bambini, i ragazzini, sono veramente come una miniera di diamanti. La cosa bella dell’essere bambino è che tu potenzialmente potresti essere qualsiasi cosa, un premio Nobel o un grande campione. A volte uno ci arriva anche senza aiuto, ma è importante che ci sia chi scopre questi talenti, un cercatore di diamanti. Abbiamo persone di buone volontà, ma che non hanno i mezzi. Avrebbero bisogno di qualcuno che insegnasse loro a cercare le venature dietro cui si nascondono i diamanti. Se non riesci a riconoscere, in mezzo ai tanti errori, quella piccola cosa giusta che un bambino fa, come fai a valorizzarlo? Un bravo tecnico dovrebbe sviluppare una forma di rabdomanzia».

Chiudo con una proposta e un appello: al posto di inutili e verbosi corsi di aggiornamento, mandiamo gli insegnanti di lettere, matematica, scienze a giocare a rugby: può darsi che imparino a scoprire diamanti.


NOTE

1. Giacomo Leopardi, Dialogo di Tristano e di un amico, in Operette morali, Feltrinelli, Milano 1992, p.229.

Nicola De Cilia

vive e lavora in provincia di Treviso, dove è nato nel 1963. Ha pubblicato un romanzo, “Uno scandalo bianco” (Rubbettino 2016), e ha curato per le edizioni dell’Asino l’antologia di Giovanni Comisso, “Viaggi nell’Italia perduta” (2017). Va spesso allo stadio di rugby di Treviso a seguire la Celtic League. È autore di “Pedagogia della palla ovale”, Edizioni dell'Asino, Roma 2015.

 
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