Dalle sue origini nella "paideia" e dalla "diaita" degli antichi a Locke e a Rousseau, fino ad arrivare a Olmo Grupe: origini e sviluppi di una disciplina in continua evoluzione.

  • xScattata negli anni Sessanta, la foto mostra una classe della Scuola elementare di Succivo (Caserta) impegnata nello svolgimento di semplici esercizi ginnici nel cortile della scuola. Archivio Storico Indire, Fondo Fotografico

La pedagogia dello sport come teoria e pratica dell’educazione del corpo finalizzata al perseguimento di un benessere permanente è molto antica. Questa scienza educativa può essere fatta risalire addirittura al filosofo Pitagora e al suo ginnasio.

Sappiamo da fonti storiche e letterarie che a Crotone, florida città della Magna Grecia, esisteva un ampio ginnasio sin dal VI secolo a. C. In esso trovarono una sintesi i principi e le pratiche educative di questo tipo d’istituzione e gli insegnamenti dello stesso Pitagora. Attraverso la sua filosofia, Pitagora intendeva contribuire a realizzare uno stile di vita che, con gli esercizi fisici e l’educazione intellettuale e morale, guidasse i cittadini verso una vita buona e saggia condotta nel rispetto dei valori della città (polis). Il ginnasio pitagorico, dunque, mirava, attraverso una metodologia “attiva” che comprendeva attività fisiche, dieta moderata e riflessione filosofiche, all’unità mente-corpo nella prospettiva del benessere personale e comunitario. Il suo obiettivo era formare persone felici, che stavano bene con se stesse e con gli altri; che erano “buone persone” secondo i principi dell’etica pitagorica, perché rispettose della “misura” (metriotes) e del “conveniente” (prepon), e buoni cittadini che agivano solo per il bene della comunità in cui vivevano. 

Per gli antichi la diaita (da cui deriva la parola italiana “dieta”) indicava sia la teoria sia la prassi di un’educazione del corpo.Già gli antichi, pertanto, avevano elaborato una loro pedagogia del benessere, a partire da un’educazione del corpo (dalla quale si è poi originata la medicina occidentale) centrata sull’esercizio fisico e la nutrizione. Avevano compreso che la gymnastike techne e l’athletismos come pratiche individuali e sociali, con tutto quello che comportavano (soprattutto attraverso l’allenamento che richiedeva anche specifici comportamenti terapeutici e nutrizionali), potevano essere ed erano di fatto il centro del “benessere” della persona. Quest’ultimo da intendersi come il risultato del raggiungimento di una perfetta armonia tra l’anima e il corpo perseguita per mezzo di una “dieta”, ossia nel rispetto di un “canone” e di una “misura” secondo i principi teorizzati da Pitagora.

Secondo il medico Galeno (129-199), ad esempio, «per mezzo dei cibi e delle bevande e anche per mezzo di ciò che quotidianamente facciamo, noi realizziamo un buon temperamento e con questo possiamo dare all’anima un contributo per raggiungere la virtù»1. Per gli antichi il “benessere”, e quella che noi definiamo la “buona salute”, erano rappresentati da un equilibrio fra le esigenze dell’anima e quelle del corpo, che potevano essere realizzate attraverso una corretta e precoce paideia, per quanto riguarda la prima, ed una altrettanto corretta e precoce diaita, per quanto riguarda il secondo2. 

Per gli antichi la diaita (da cui deriva la parola italiana “dieta”) indicava sia la teoria sia la prassi di un’“educazione del corpo”. Quest’educazione era legata a uno specifico sapere (la dietetica), era in stretta correlazione con il sapere della cura per eccellenza (la medicina) ed era fondata sul rispetto di un “regime” alimentare e sulla pratica costante e misurata dell’attività fisica e del movimento, mai concepiti separatamente rispetto alla “mente”3. Per gli antichi sia la paideia sia la diaita erano in stretta correlazione, e l’una dipendeva dall’altra. Tanto la pedagogia quanto la dietetica erano considerate dagli antichi greci saperi sommi, appannaggio di professionisti specializzati quali il paidotribes (l’insegnante di educazione fisica) ed il gymnastes (l’allenatore sportivo), le cui conoscenze erano considerate superiori anche a quelle del medico (iatros) in senso stretto4.

Per gli antichi, dunque, la diaita era il “modo di vita” – quello che oggi chiameremmo lo “stile di vita” – in cui “educazione”, “alimentazione” e “movimento” erano strettamente connessi e formavano parte di una paideia umana olistica la cui finalità era il perseguimento di una vita umana piena e realizzata nell’unità spirito-corpo sotto il segno dell’igiene–yghieia5. 

Possiamo affermare, pertanto, che per gli antichi il corpo era il punto di partenza di una paideia olistica della salute, dell’alimentazione e dello sport che trovavano nell’allenamento (askesis) il loro strumento educativo di attuazione. Si dice che lo sport antico e la “paideia sportiva” ad essa legata non abbia mai trovato – dal punto di vista della sua essenza incarnata nell’agon – uno spazio culturale nella civiltà romana. Si afferma inoltre – erroneamente – che sarebbe stato proprio il Cristianesimo il responsabile della fine dello sport nella cultura medievale. Effettivamente, questa responsabilità va imputata ad alcuni movimenti ascetici che in seno al Cristianesimo medievale propugnavano la mortificazione del corpo, sulla basa di un’errata interpretazione sia della cultura platonica che della componente farisaica all’interno dello stesso Cristianesimo paolino e in evidente contrasto con il vero spirito del pensiero e della morale di Gesù di Nazareth, tuttavia è interessante notare come un concetto che circolerà nel Medioevo (“ascetico” e “ascetismo”) sia proprio di derivazione sportiva legato alla dimensione corporea dell’essere umano e del suo benessere. Infatti, la parola askesis, da cui deriva, è un termine tecnico tratto dalla terminologia dello sport greco antico, dove stava ad indicare l’“allenamento” e la “cura” del corpo. 

Bisognerà aspettare l’Umanesimo e il Rinascimento con il medico e pedagogo Girolamo Mercuriale (1530-1606) affinché all’esercizio fisico venisse riassegnata quella funzione di cura del corpo che nel Medioevo era del tutto scomparsa. È del resto con l’avvento dell’era moderna che verrà di fatto sancito il riconoscimento dell’importanza dell’educazione del corpo e dell’educazione “atletica” per la formazione delle nuove generazioni. Basta pensare agli scritti di John Locke (1632-1704) e Rousseau (1712-1778), filosofi ed educatori che nelle loro opere hanno valorizzato l’importanza dell’educazione del corpo per la formazione completa e integrale dell’essere umano.

Se a Locke e al suo trattato dal titolo Some thoughts concerning education (1693) va attribuito il merito di aver gettato le premesse culturali per la diffusione dell’educazione fisica nella scuola occidentale, attraverso la valorizzazione della cura e dell’attenzione per la dimensione corporea dell’educando quale punto di partenza per realizzare quell’equilibrio armonico tra mente e corpo già esaltato dalla cultura classica, è a Rousseau che spetta – da un punto di vista pedagogico – la paternità di quell’educazione integrale dell’uomo per la cui realizzazione la cosiddetta pedagogia dello sport è di fatto nata e si è sviluppata nel quadro delle scienze dell’Occidente e della sua pedagogia. 

La pedagogia dello sport: una scienza tra corpo, gioco e movimento

La pedagogia dello sport contemporanea prende dunque le mosse dalle esperienze educative che abbiamo sintetizzato in precedenza. Essa è una scienza specialistica dell’educazione nata negli anni Sessanta del secolo scorso in Germania e negli Stati Uniti d’America come alternativa a una visione meramente pratica della cosiddetta “educazione fisica”, disciplina che affonda le sue radici nella cultura e nell’ideologia moderna del corpo e della salute umana che si era andata sviluppando nell’Europa ottocentesca in concomitanza con la nascita dei nazionalismi che daranno vita poi, nel XX secolo, ai regimi totalitari. La pedagogia dello sport, nelle intenzioni del suo fondatore, il tedesco Ommo Grupe (1930-2015), doveva assumere una funzione critica nell’ambito delle scienze dello sport configurandosi come sapere teorico-pratico centrato sulle questioni educative insite nell’attività motoria e sportiva.

La pedagogia dello sport, nelle intenzioni del suo fondatore, Ommo Grupe, doveva assumere una funzione critica nell’ambito delle scienze dello sport: un sapere teorico-pratico centrato sulle questioni educative insite nell’attività motoria e sportiva.Nel libro pubblicato nel 1969 dal titolo Grundlagen der Sportpädagogik (Fondamenti di Pedagogia dello sport), rimaneggiamento della sua tesi di dottorato, nel quale affrontava i principi antropologici della corporeità umana e delle sue implicazioni didattiche per l’educazione fisica, Grupe delineava i temi centrali del nuovo ambito disciplinare. Questi temi oggetto della nuova pedagogia dovevano essere il corpo, il gioco ed il movimento – di fatto i minimi comuni denominatori dell’educazione fisica come disciplina e pratica educativa umana – studiati nella prospettiva di una intenzionalità educativa finalizzata alla promozione dei valori umani in tutte le loro forme (sociali, corporei, etici, estetici, religiosi, ecc.).

Indubbiamente il tema del corpo era centrale nell’opera di Grupe, che vedeva in esso lo spazio di raccordo tra la vecchia educazione fisica di stampo ottocentesco e la nuova pedagogia declinata come una teoria e prassi educativa del corpo, del gioco e del movimento calata nel nuovo contesto culturale della Germania e dell’Europa degli anni Sessanta del secolo scorso. La pubblicazione del libro di Grupe si colloca nel dibattito che a partire dagli anni Sessanta si ebbe in Germania sulla natura, i metodi, le finalità ed il valore scientifico dell’educazione fisica nella cultura del tempo. Le principali accuse mosse all’educazione fisica in quel periodo erano quelle di essere una disciplina non scientifica, di avere una connessione soltanto con la scuola e di essere legata alle ideologie dei regimi totalitari. 

Una nuova pedagogia per una società in cambiamento

Gli anni Sessanta del secolo scorso vedono del resto la diffusione nella società occidentale dell’attività motoria e sportiva di massa con funzione ricreativa e salutistica nelle società, dovuta alla maggiore disponibilità di tempo libero e al bisogno di movimento causato dall’urbanizzazione della popolazione e dalla sedentarietà del lavoro. Questo fenomeno non solo fa apparire limitato il contenuto di una disciplina e di un sapere legato esclusivamente alla pratica scolastica e alla sua didattica, ma evidenzia anche il limite delle strutture nazionali di formazione. Le società del benessere di quegli anni avvertono la necessità di nuove professioni e professionalità per lo sport, e l’attività motoria e quella dell’insegnante è solo una tra le tante.

Per Grupe e i pedagogisti fautori della nuova disciplina, l’utilizzo del termine pedagogia dello sport aveva il merito di rompere con il concetto tradizionale di educazione fisica come era stato inteso nel passato storico e politico della nazione tedesca (soprattutto come ginnastica), che lo legava all’ordine e alla subordinazione, all’obbedienza e alla disciplina. Esso permetteva di sviluppare un nuovo modello epistemologico e culturale che dava rilevanza all’apprendimento delle conoscenze, alla formazione di competenze specifiche nelle attività motorie e sportive, al vivere il corpo in azione, al piacere derivante dal gioco e dal movimento e dai benefici salutistici – in termini sia di cura che di gratificazione – prodotti dall’attività fisica.

La pedagogia dello sport si prospetta oggi come una scienza pedagogica e dell’educazione in continua evoluzione, che va assumendo un’importanza sempre maggiore non solo per lo sviluppo di un approccio critico ai problemi educativi legati allo sport ed alla progettazione degli interventi educativi che attraverso di esso possono essere realizzati, ma anche per la formazione delle figure educative chiave che possono realizzare tali interventi nella società.


NOTE

1. Quod animi, K. IV, p. 767-768.
2. J. Capriglione, La díaita secondo Galeno, «Cuadernos de Filología Clásica. Estudios griegos e indoeuropeos», X, 1, 2000, p. 155.
3. Galeno diceva che «al fine della conservazione della buona salute la stasi assoluta del corpo è davvero un gran danno, fa un gran bene, invece, il moto praticato in maniera equilibrata» (megiston agathon he symmetros kinesis) (cit. in J. Capriglione, cit., p. 156).
4. Abituati alla prospettiva di un sapere olistico (anche perché non specialistico in senso stretto), gli antichi identificavano in un’unica competenza i saperi che oggi noi attribuiamo al medico, all’educatore ed all’allenatore sportivo.
5. Il concetto di yghieia rimandava per i Greci ad uno star bene nell’anima e nel corpo che fa sì che il termine esprima, di fatto, lo stesso concetto che corrisponde oggi a quello di “benessere”.

Emanuele Isidori

è docente di pedagogia generale, sociale e dello sport presso l’Università degli Studi di Roma “Foro Italico” dove dirige il Laboratorio di Pedagogia generale. È autore di numerose pubblicazioni in più lingue sui temi delle scienze umane dello sport, tra cui ricordiamo: “Filosofia dello sport” (con H. L. Reid), B. Mondadori, Milano 2011 e “Pedagogia e sport: la dimensione epistemologica e sociale”, FrancoAngeli, Milano, 2017.

 
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