“Se qualcuno di voi svolge un’attività sportiva, adesso deve scegliere: o lo sport o la scuola”. Questa l’incredibile accoglienza riservata qualche anno fa da una collega – mi viene difficile chiamarla così – a una prima classe di liceo frequentata da due promesse del basket italiano.


L'episodio è stato raccontato da V. (medaglia di bronzo agli ultimi europei Under 16) a un pubblico tra l’incredulo e lo sdegnato, in occasione del Mercoledì dello Sport intitolato Valorizzazione dello studente atleta. Conciliare studio e attività sportiva di alto livello.
Questo esecrabile comportamento professionale, che – alla faccia della centralità dello studente, magari sbandierata nel POF della scuola – miscela egocentrismo e snobismo culturale con una straordinaria dose di insensibilità personale, a fronte delle evidenze antropometriche che connotavano e connotano le studentesse–atlete–adolescenti in questione, non è in realtà che la punta dell’iceberg di una sordità al problema del rapporto tra attività sportiva e studio che caratterizza in larga misura la scuola italiana.
La sola misura prevista per favorire gli studenti impegnati in attività agonistiche di Federazioni sportive riconosciute dal CONI, infatti, è il fatto che le assenze determinate da tale partecipazione non sono computate ai fini della validità dell’anno scolastico.
Con scandalo dei benpensanti, coloro che la sera di Italia–Francia del 2006 leggevano un libro o passeggiavano sulla spiaggia.
Per il resto, la questione è di volta in volta risolta con negoziazioni personali, con risultati che variano a seconda delle situazioni: si va dagli atteggiamenti benevolenti e collaborativi degli insegnanti appassionati di sport o che in gioventù hanno a loro volta gareggiato, alle pratiche esclusive e quasi persecutorie di coloro che si comportano come l’insegnante evocata qui sopra.

Di cosa avrebbe bisogno uno studente–atleta, impegnato da allenamenti e gare di alto livello?
Non di un trattamento di favore per quel che riguarda la valutazione delle sue prestazioni scolastiche, come pensano purtroppo in molti, ma di flessibilità nella programmazione delle verifiche e delle interrogazioni, in modo da poter conciliare la tempistica dello studio con quella della sua formazione sportiva.
Soprattutto, avrebbe bisogno di avere di fronte a sé adulti che lo riconoscano fino in fondo per quello che è, che comprendano come l’attività sportiva – non c’è soltanto il calcio: gli studenti fanno nuoto, basket, volley, lotta olimpica, pallanuoto, sci, e così via – è una componente identitaria fondamentale di questi particolari adolescenti, che va totalmente rispettata e non compressa da velato rifiuto o richieste di rinuncia, esplicite o implicite che siano.

Marco Guastavigna

Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado e formatore. Tiene traccia della sua attività intellettuale in www.noiosito.it.

 
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