Oggi le politiche di intervento in favore dell’infanzia sono caratterizzate da una visione non sempre lineare. Da una parte si segue la tradizione paternalista nel considerare il bambino come un mero oggetto di assistenza, perché senza diritti e spesso oppresso dagli adulti. Dall’altra, però, negli ultimi venti anni sono cresciute le tendenze a legittimare i minori come soggetti attivi, titolari di diritti e degni quindi di essere ascoltati.

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La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Convention on the Rights of the Child, spesso abbreviata in CRC) è un documento molto importante. Lo è perché riconosce, per la prima volta espressamente, che anche i bambini, le bambine e gli adolescenti sono titolari di diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici. Entrata in vigore il 20 settembre 1975, essa esprime un largo accordo sugli obblighi degli Stati e della comunità internazionale nei confronti dell’infanzia, codificando e sviluppando le norme internazionali applicabili ai bambini. Dal 1989 a oggi tutti i Paesi del mondo, tranne Stati Uniti e Somalia, si sono impegnati a rispettare e a far rispettare sul proprio territorio i princìpi generali e i diritti fondamentali in essa contenuti. L’Italia l’ha ratificata con la legge n. 176 del 27 maggio 1991.
Si tratta di un fatto storico importante. I bambini, infatti, non sono sempre stati oggetto d’interesse specifico, e la promozione dei loro diritti è un fenomeno relativamente recente. Questione neppure contemplata, ad esempio, nella Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo del 1789.
La ragione di questa invisibilità è che i bambini sono stati a lungo considerati come una categoria residuale di persona, privi di diritti umani completi: una proprietà dei loro genitori, neanche particolarmente preziosa. Basti pensare ai commentari legali del 1758 di William Blackstone, giurista e accademico britannico, che non definivano la sottrazione di minori un furto in senso giuridico: il ladro era infatti condannabile, nel caso il bambino fosse vestito, solo per il furto degli indumenti.
In ambito europeo, la prima nozione di ciò che oggi chiamiamo “diritti dei bambini” fu discussa e promossa nel corso del XIX secolo, ad esempio nelle riforme del lavoro minorile adottate da molti Paesi, che per diminuire l’analfabetismo dei fanciulli lavoratori stabilivano l’età lavorativa minima e il numero massimo di ore giornaliere vietando l’impiego di minori in fabbriche pericolose. Bisogna aspettare il XX secolo perché si inizi a identificare i bambini come soggetti di diritti, piuttosto che oggetti di preoccupazione.

 


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Questa innovazione è di solito associata al lavoro dell’attivista britannica Eglantyne Jebb. Dopo gli studi a Oxford, Jebb divenne dama della Croce Rossa durante il primo conflitto mondiale rimanendo molto colpita dalle sofferenze inflitte dal conflitto ai bambini. Il 19 maggio 1919 fondò a Londra, insieme alla sorella Dorothy, l’organizzazione Save the Children per la difesa e la promozione dei diritti dei bambini. È sua la Carta dei Diritti del Bambino del 1923, il primo documento storico a tutela dell’infanzia, ripreso poi quasi senza modifiche dalla Società delle Nazioni, nel 1924, come Dichiarazione di Ginevra sui Diritti del Fanciullo, e infine adottato con alcune integrazioni e modifiche dalle Nazioni Unite nel 1959.
A onore del vero i bambini erano già stati citati nel 1948 nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’ONU, che istituiva il principio del diritto di ingerenza negli affari di altri Stati sovrani per la tutela di alcuni diritti fondamentali dell’essere umano, fra i quali i diritti alla libertà individuale, alla vita, all’autodeterminazione, a un giusto processo, a un’esistenza dignitosa e alla libertà. L’articolo 25, comma 2, affermava che «la maternità e i bambini hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini nati nel matrimonio o fuori da esso devono godere della stessa protezione sociale»: una preoccupazione basata sulla percezione dell’immaturità e quindi della vulnerabilità dei bambini, visti ancora come oggetti, piuttosto che come autonomi soggetti di diritti.

I bambini come titolari di diritti

janusz-korczakSolo a partire dal 1979, l’Anno Internazionale del Bambino indetto dalle Nazioni Unite, ha cominciato a svilupparsi nella coscienza della comunità internazionale una visione dei diritti dei bambini che va oltre la loro protezione, considerandoli quali soggetti attivi di diritti, compreso quello di autodeterminazione. Il cambiamento di rotta avvenne quando la Commissione dei Diritti Umani prese in considerazione la proposta avanzata l’anno precedente dal governo polacco di una Convenzione dei Diritti del Bambino basata sul testo della Dichiarazione del 1959.
Il fatto che la proposta venisse dalla Polonia, in un momento in cui la cortina di ferro ancora divideva l’Europa in due mondi, è spesso attribuito alla vita e all’opera di Janusz Korczak, pseudonimo di Henryk Goldszmit. Pedagogo, pubblicista, scrittore, medico e militante sociale, questo polacco di origine ebraica, noto anche come “Il vecchio Dottore” o “Il signor Dottore”, è stato il pioniere del benessere infantile e un precursore della lotta per il riconoscimento di una totale uguaglianza fra minori e adulti.
Le sue idee pedagogiche erano sorprendentemente innovative: riteneva che il bambino debba stare in compagnia dei coetanei e non ritirato in casa; solo lontano dall’idillio o dal «quieto cantuccio domestico» si può verificare il confronto fra idee indispensabile per un corretto sviluppo. Il bambino, infatti, dovrebbe arrivare da solo a comprendere e sperimentare emotivamente le varie situazioni, traendone conclusioni ed eventualmente trovandovi rimedio, invece di venir semplicemente informato dall’educatore su una serie di fatti.
Lo stesso principio educativo animava sia il suo modo di confrontarsi con i piccoli, improntato a un dibattito aperto e franco, sia le modalità organizzative delle istituzioni da lui fondate. Fondò la prima rivista al mondo redatta solo da bambini e nell’orfanotrofio di cui era direttore introdusse l’autogestione, dando agli educandi il diritto di deferire gli educatori a un tribunale composto unicamente da ragazzi.

Il Padre della Convenzione

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La Polonia può rivendicare un altro eroe dei diritti dei bambini: il professor Adam Lopatka (1928-2003), a volte indicato come il “Padre della Convenzione” essendo stato il presidente del Gruppo di Lavoro della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Riunitosi ogni anno a Ginevra tra il 1979 e il 1988, il gruppo è stato l’artefice del faticoso processo di trasformazione del documento nella versione finale di 54 articoli, adottata nel novembre 1989.
Il fatto che il processo di elaborazione sia durato quasi un decennio è dovuto alle differenze tra gli Stati nel modo di intendere i bambini dal punto di vista sociale, giuridico e culturale. Il paragrafo sui bambini nati fuori dal matrimonio, ad esempio, è stato oggetto di grandi dibattiti a causa della diversità fra le leggi sul matrimonio presenti nei vari Stati. Anche gli articoli sull’adozione e sull’affido hanno sollevato prospettive completamente diverse su questi temi, in particolare fra Paesi islamici e cristiani. Alcuni diritti, del resto, come la protezione contro lo sfruttamento sessuale, non avrebbero mai fatto parte della Convenzione se il gruppo di lavoro non avesse cercato costantemente una forma di intesa.
Nonostante i suoi limiti, la Convenzione ha un carattere fortemente innovativo. Specifica, ad esempio, il diritto dei bambini ad essere consultati quando gli adulti prendono decisioni che li riguardano (articolo 12), il diritto di esprimere le proprie opinioni (articolo 13) e di aderire o formare associazioni per rappresentare i propri interessi (articolo 15).
Sembrerebbero buoni propositi di difficile realizzazione. Eppure la storia mostra che i bambini hanno spesso voluto affermare le loro opinioni Nel 1212 la crociata indetta dai bambini mobilitò migliaia di ragazzini dagli otto anni in su, partiti dalla Francia e dalla Germania per riconquistare la Terra Santa in nome del Cristianesimo. Non erano guidati da adulti, ma da ragazzi: dal francese Stefano di Cloyes e dal tedesco Nicholas, entrambi di 12 anni.
È però nelle scuole che si è concentrata la maggior parte delle azioni politiche dei bambini, almeno in Europa. Nel 1669 un ragazzo probabilmente vicino ai Levellers, un gruppo politico favorevole alle idee di uguaglianza sociale, presentò al Parlamento inglese una petizione per migliorare la disciplina a scuola.
Non mancano nemmeno esempi di organizzazioni infantili al di fuori delle istituzioni. Nel 1899 a New York i ragazzi che vendevano i giornali organizzarono un sindacato per lottare contro i tagli salariali imposti dagli editori. E sempre negli Stati Uniti, nel 1902, i bambini scioperarono insieme agli adulti per attirare l’attenzione sul lavoro minorile nelle miniere. Più recentemente, negli anni Sessanta e Settanta, bambini e ragazzi ghanesi hanno intrapreso azioni di lotta nei confronti dei datori di lavoro agricoli.

La storia fatta dai ragazzi

Nonostante questi e tanti altri episodi, l’affermazione indipendente da parte dei bambini delle loro opinioni e dei loro diritti non è solo frequentemente banalizzata dagli adulti; a volte è anche violentemente soppressa. Gli esempi abbondano nei Paesi del Sud del mondo, dove la divisione tra adulto e bambino è spesso più sfocata che nel resto del pianeta. I ragazzi erano in prima linea nella lotta contro l’apartheid in Sud Africa e nell’intifada in Palestina. Hanno affrontato morte, ferite e prigionia insieme agli adulti, spesso dando inizio all’azione politica. Eppure nei processi di pace che hanno seguito queste battaglie il loro contributo è stato quasi sempre sottovalutato. Gli adulti non considerano gli ex combattenti bambini come eroi; preferiscono patologizzarli come vittime traumatizzate destinate a contribuire in negativo alla società che, invece, hanno contribuito a realizzare. Autorizzati a fare la storia, sono poi stati di fatto esclusi dalla possibilità di fare politica.
La storia dei diritti dei bambini continua a essere quella delle azioni degli adulti in loro favore. E sarà così fino a quando gli adulti riusciranno a prendere seriamente in considerazione quanto stabilito dagli articoli 12, 13 e 15 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, invitando i più piccoli ai tavoli in cui vengono decise e valutate le politiche mondiali, infantili e non.

Francesca Nicola

Dottore in Antropologia all’Università Bicocca di Milano.

 
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