Avete mai sentito parlare dell’AMREF? È l’African Medical and Research Foundation, ONG che da più di cinquant’anni lavora nell’Africa orientale per contribuire al miglioramento della salute attraverso il coinvolgimento attivo e il rafforzamento delle comunità, del personale locale e dei sistemi sanitari. Il 97% del personale dell’AMREF è africano.

PeterOggi

 

Forse avete visto il Pinocchio nero di Marco Baliani, a teatro o in un documentario. Era un progetto di AMREF. Oppure vi ricordate che, tanto tempo fa, Giobbe Covatta in televisione diceva: «Basta poco, che ce vo’?». Era una delle prime campagne d’informazione dell’AMREF e l’aveva realizzata mio zio, Guido Cerasuolo. Io stavo imparando il mestiere di regista da lui e gli facevo da assistente. L’Africa la vedevo in sala di montaggio. Molti anni dopo, nel maggio 2005, Guido m’ha telefonato per chiedermi se volevo partire per Nairobi, due settimane dopo. Stava producendo un progetto di video partecipativo, finanziato dal National Geographic Channel, chiamato African Spelling Book, l’abbecedario africano. Nel corso di due mesi un gruppo di ragazzi e ragazze degli slum, coordinati da Angelo Loy e Giulio Cederna, avrebbero avuto l’opportunità di scrivere delle storie, filmarle e farle diventare 20 piccoli film.
Avrei dovuto documentare il progetto, ma potevo anche cercare una storia da raccontare, sul modello di Essere e avere di Nicholas Philibert. Era un modo molto strano per me di affrontare un progetto. Sono abituato a lunghe ricerche prima di girare un documentario, mentre in questo caso dovevo partire e immergermi in una situazione che non conoscevo direttamente. Oltretutto i fondi erano limitati, per cui potevo portare con me un fonico e un assistente, ma avrei dovuto fare io stesso anche da operatore, cosa che di solito non faccio. Ho accettato.

La vita dei ragazzi di strada
L’impatto con la realtà urbana di una megalopoli africana è violento: la gente si stringe nelle sterminate baraccopoli dove mancano acqua e spazio. All’ultimo posto nella scala sociale degli slum ci sono i ragazzi di strada. Sono tantissimi, vivono in branco per farsi coraggio, dormono in quelle che chiamano basi, un luogo qualsiasi che possa offrire un minimo riparo. Vivono di woi, vale a dire raccolgono nella spazzatura plastica e metallo, che rivendono a peso. Con i pochi soldi che guadagnano, mangiano e si comprano la colla. La sniffano tutto il giorno, le bottigliette appese al labbro. La colla li aiuta a sopportare e dimenticare. Poche ragazze vivono sulla strada; è troppo pericoloso, le loro sofferenze sono nascoste nelle baracche.
Uscire da questa situazione non è facile, serve una possibilità, che solo un’altra scuola può offrire. African Spelling Book è stata una possibilità per 60 di loro. A cosa serve imparare a raccontare (o a recitare, come nel caso di Pinocchio nero) per degli adolescenti sottoposti fin da piccoli alla violenza in tutte le sue forme? Serve per ritrovare fiducia in se stessi, sentire di non essere la spazzatura che raccolgono per vivere, ma persone cui è permesso sognare anche solo una vita normale.

 

PeterPrimaDue mesi con Peter Kamau
Fin dal primo giorno in Kenya ho cercato di capire come raccontare questa esperienza. Ho scelto Peter Kamau, il più piccolo e uno dei più problematici del gruppo. Ma, ripensandoci, è Peter che ha deciso di farsi scegliere, perché aveva bisogno di attenzione e ha capito subito che essere protagonista di un documentario avrebbe potuto aiutarlo.
La comunicazione però non era facile, non solo per la lingua ma anche per la distanza tra le nostre culture. Allora ho scelto un tramite, Samuel, l’assistente sociale che ha trovato Peter sulla strada e gli ha proposto di partecipare al progetto. Attraverso Samuel ho capito come e perché funziona l’azione di AMREF negli slum: quelli che cercano d’aiutare i ragazzi a uscire dalla strada sono stati anche loro da piccoli ragazzi di strada. Lo definiscono role model: è l’unico modo per capirsi e la prova per i più giovani che ce la si può fare. Col tempo ho capito che lo stesso Samuel, quand’era come Peter, fu aiutato a uscire dalla strada da John Muiruri, che oggi dirige i progetti di AMREF negli slum di Nairobi e che a sua volta ha avuto un’infanzia simile. Con Samuel e John abbiamo piano piano scoperto parti della storia di Peter e dei suoi due anni e mezzo sulla strada. Soprattutto, col tempo, si è chiarito il suo sogno: tornare a scuola. Come dice Samuel, andare a scuola dovrebbe essere una cosa normale, per i ragazzi di Nairobi invece è una conquista.
Nel film ho raccontato il percorso del cambiamento di un tredicenne vecchio per esperienze e bambino per emotività, i due mesi che ho passato con lui e con gli altri, senza illudermi di averlo capito né di avergli cambiato la vita. Peter sa cambiarsela da solo, basta che qualcuno gliene offra la possibilità. Pochi mesi fa Angelo Loy, che continua a realizzare meravigliosi progetti partecipativi con i ragazzi di Nairobi, mi ha spedito una fotografia, senza alcun messaggio. Parla da sola: Peter è grande adesso, al suo fianco c’è Gordon, il volontario dell’AMREF che l’ha accompagnato a scuola in quel suo primo giorno in cui c’ero anch’io. Dietro di loro si vede una stanza con dei libri. L’altra foto invece è Peter prima di tutto quello che vi ho raccontato.

Enrico Cerasuolo

Presidente di Zenit Arti Audiovisive, Torino, casa di produzione indipendente, a partire dalla sua fondazione, nel 1992. Autore e regista di documentari, tra cui L’enigma del sonno (2004), Checosamanca (2006), Il sogno di Peter (2007), I pirati dello spazio (2007), Il volto nascosto della paura(2008), Andante ma non troppo - 150 anni di storia d’Italia (2011), Ultima chiamata (2013). Per Loescher si occupa da molti anni del settore video, sviluppando un format di video educativi che integra il linguaggio documentaristico con la didattica.

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