Nel 2010 è stato proposto un disegno di legge che riconosce l’obesità grave come oggettiva condizione di handicap, che affliggerebbe l’11% degli italiani. Non che le cose vadano meglio nel resto del mondo: un miliardo di persone è in sovrappeso, tanto che si sente parlare sempre più spesso di "globesità" e di crescita epidemica della malattia. Ma l'identificazione tra obesità e malattia è un fatto recente: nell’Europa medievale il grasso era segno di ricchezza, prestigio, potere e spesso bellezza. È a partire dalla seconda metà dell’Ottocento che diviene oggetto di studio e di cure mediche.

venereSander L. Gilman, professore di Liberal Arts and Sciences all´Università di Atlanta, ripercorre in Strana storia dell’obesità la percezione storica e culturale della pinguedine. Ne sfata i miti e i luoghi comuni che distorcono l'informazione sul problema, mostrando come l'attuale allarme sui pericoli connessi con l'eccesso di peso sia in realtà frutto di meccanismi analoghi a quelli che hanno prodotto, negli ultimi anni, a psicosi collettive per la diffusione della Sars e dell'influenza aviaria o suina.
La tesi di Gilman è che i provvedimenti intolleranti verso la corpulenza, come del resto tutti quelli tesi a ridefinire dall’alto il significato contemporaneo dei concetti di abilità e disabilità, rischiano di tradursi in potenti ingiustizie e di enfatizzare le tendenze alla stigmatizzazione della diversità.
Certo, oggi il modello medico non si esprime più nelle forme brutali e positivistiche che aveva assunto nella prima metà del Novecento, quando finì con il fare da supporto all’eugenetica. Le utopie medicocratiche hanno trovato un limite in una legislazione sociale compassionevole e almeno negli intenti più rispettosa delle diversità biologiche individuali. Tuttavia l’ossessione “normalistica” sottostante quel modello non è mai stata sottoposta a una discussione sostanziale. Si può sostenere, anzi, che essa si sia ulteriormente sviluppata negli ultimi decenni, da quando la medicina occidentale ha smesso di concepirsi soltanto come pratica terapeutica per assumere finalità salutistiche.
È ben noto che un tratto culturale che accomuna le società edonistiche dell’Occidente contemporaneo all’antica Grecia è l’attenzione ossessiva alla cura del corpo e al fitness, con la conseguente mobilitazione di un enorme apparato economico e scientifico: dalle palestre all’industrie della cosmesi o della chirurgia plastica. Oggi, come nell’antica Atene, non basta più essere sani, bisogna essere anche belli. I criteri dell’identità biologico-sociale, non scritti in nessuna legge ma non per questo meno operanti, spingono milioni di persone a operazioni di chirurgia estetica spesso rischiose e dolorose.
L’aumento delle morti in seguito a operazioni di liposuzione dimostra come anche l’obesità cominci ad essere considerata una variante della disabilità. Negli ultimi anni le società occidentali stanno diventando sempre più insofferenti ai costi economici derivanti dalle patologie indotte dall’obesità, e tutte - a quanto sembra - stanno sviluppando forme di prevenzione e di intervento sociale, dal controllo delle mense scolastiche alla legislazione in campo alimentare. Si tratta ovviamente di interventi giustificati nel quadro di uno Stato sociale, che secondo la tradizione liberale può spingersi sino a usare la leva fiscale per modellare economia e consumi verso il benessere comune.
Vi sono tuttavia dei limiti oltre i quali l’intervento salutistico dello Stato rischia di creare nuove e finora inusitate forme di disabilitazione. Che dire, ad esempio, dei provvedimenti recentemente adottati nel sistema scolastico di alcuni Stati americani che introducono un voto sulla salute, misurato in pratica dalla circonferenza dell’addome degli studenti? È vero che l’obesità di massa è un grave problema negli Stati Uniti, ma è anche vero che provvedimenti sanzionatori si prestano a molte critiche dal punto di vista politico e morale. Trasformano in un dovere il diritto alla salute, intaccano il principio liberale per cui un cittadino può essere libero di scegliere stili di vita individualmente nocivi, e si realizzano di fatto in forme di ingiustizia, perché l’obesità non è sempre dovuta al vizio della gola ma dipende spesso da particolarità genetiche e si presenta diversamente nei vari gruppi sociali, con maggiore tendenza, ad esempio, nella popolazione americana di origine afro-americana, discendente da generazioni selezionate, durante i lunghi secoli di schiavitù, a metabolizzare il massimo degli alimenti.
Vi è quindi una strutturale inadeguatezza del modello medico, in grado di analizzare il corpo o la mente, ma incapace di prendere in considerazione il terzo aspetto della disabilità: l’ambiente e la cultura. La società, infatti, interviene già nel modo stesso con cui si producono le menomazioni: nel terzo mondo esse dipendono soprattutto dalla povertà, dalla carenza di cure e diagnosi, dall’ignoranza delle norme igieniche e dal conseguente diffondersi delle malattie infettive.
Nelle campagna anti-obesità l’individuo è socialmente designato come responsabile primario del benessere o del malessere del proprio corpo. Così, l’eccesso di peso, a dispetto dell’evidenza oggi acquisita secondo cui per molti aspetti esso è frutto di condizioni di vita individualmente incontrollabili, costituisce il segno di una mancanza di disciplina e di controllo su se stessi e, pertanto, implica un giudizio negativo su coloro che ne sono affetti. Tanto è vero che una recentissima ricerca svedese ha dimostrato che le persone sovrappeso guadagnano mediamente il diciotto per cento in meno dei normo-peso. Verrebbe da dire: oltre al danno anche la beffa.
Come sintetizza Erving Goffmann in Stigma, 1968, “In un certo senso, c’è solo un uomo che possa non vergognarsi di sé in America: un giovane, sposato, bianco, cittadino del nord, eterosessuale, protestante, padre, con educazione universitaria, con pieno impiego, di bell’aspetto, alto, in forma e recente autore di un record sportivo. Ogni uomo che non riesca a riconoscersi in questo modello sarà portato, almeno in determinati momenti, a considerarsi senza valore, incompleto o inferiore”.

Per info: Sander L. Gilman, La strana storia dell'obesità, Il Mulino, 2011.

Francesca Nicola

Dottore in Antropologia all’Università Bicocca di Milano.

 
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