Si sono ritrovati a decine al quarto convegno mondiale sull’ADHD per urlare che “i bambini vanno aiutati, non avvelenati”. L’ADHD arriva in Italia, dividendo medici e opinione pubblica.

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Si è concluso oggi a Milano il quarto congresso mondiale sull’ADHD, acronimo inglese per definire il disturbo dell’attenzione e dell’iperattività, diagnosticato ai bambini irrequieti e distratti, spesso dietro segnalazione della scuola. Un disturbo del comportamento che colpisce principalmente i più piccoli, ma che può protrarsi anche nell'adolescenza e nell'età adulta. I principali sintomi sono un’impulsività e un’iperattività motoria talmente “importanti” da rendere difficoltoso e in alcuni casi impossibile il normale sviluppo e l’integrazione sociale dei bambini affetti.

L’ADHD è la patologia psichiatrica infantile più studiata al mondo. Si tratta però di un disturbo eterogeneo e complesso, che quasi sempre coesiste con altri disturbi, secondo quel principio che la medicina chiama tecnicamente “comorbidità”. Questa incertezza rende complicata sia la diagnosi sia la terapia, e pone la sindrome al centro di un acceso dibattito sugli strumenti adeguati per curarla.

Il trattamento sintomatico più impiegato è il metilfenidato, un'anfetamina commercializzata sotto il nome di Ritalin. Una considerevole parte della comunità scientifica critica l'uso di questo farmaco nei bambini, poiché considera inopportuno il trattamento di minori con sostanze stupefacenti, tanto più che il numero di minori trattati è aumentato drasticamente negli anni. I sostenitori del farmaco rispondono che questa preoccupazione è infondata e che non curare bambini affetti da questa patologia porta a danni psicologici ben più gravi nella maturità.

Il problema è particolarmente vivo negli Stati Uniti, paese in cui la percentuale di bambini trattati con Ritalin è notevolmente superiore a ogni altro al mondo (uno su cinque). Ma si sta facendo scottante anche in Italia: ne è un esempio il fatto che Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) abbia recentemente indicato in una serie di circolari le modalità di comportamento da osservare per una corretta integrazione scolastica dei bambini con ADHD.

Il dibattito sull’impiego del Ritalin va ben oltre la comunità scientifica. Per via della varietà di pubblicazioni sull'argomento e della loro facile reperibilità, anche figure esterne alla professione medica, educatori, insegnanti e genitori stessi, hanno sviluppato una conoscenza “clinica” del disturbo. Vanno quindi considerati come attori sociali informati, preparati sulle caratteristiche di questa sindrome e protagonisti attivi all’interno della discussione pubblica.

Alcune associazioni di parenti dei soggetti “malati” rivendicano l'ADHD come patologia reale e organica. I motivi possono essere che lo stigma del malato è più accettabile di quello di bambino cattivo o educato male, e che l'etichetta diagnostica porta a ricevere servizi di aiuto educativo, finanziario e psicologico.

Vi è tuttavia un’ampia fetta dell’opinione pubblica per la quale la prescrizione di psicofarmaci e in generale l'etichettamento diagnostico della sindrome non sono altro che un fraintendimento o una scorciatoia per la gestione di un problema che, se fosse ben accolto, potrebbe invece diventare una risorsa. L’accusa che muovono è quella di una progressiva medicalizzazione della vita, riferendosi a quel processo per cui sempre più segmenti della vita quotidiana come ad esempio il parto, la morte, la menopausa o il periodo mestruale, sono passati sotto l'influenza, la supervisione e il dominio della medicina. Secondo i detrattori del Ritalin non esistono prove strumentali o analisi cliniche che attestino con certezza la diagnosi di ADHD. È invece forte il rischio di definire iperattivi i bambini che una volta venivano indicati come troppo vivaci o con l'argento vivo addosso.

Francesca Nicola

Dottore in Antropologia all’Università Bicocca di Milano.

 
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