L’alimentazione del futuro e le sorti del pianeta, nel libro "Il destino del cibo" di Agnese Codignola.C’è quel meme degli squali, non so se avete presente, potrebbe sembrare un meme benaltrista ma invece no, è catastrofista: non dice infatti che ben altro è il problema, ma che per ogni problema terrificante ce n’è uno ancora più orribile. La sua versione “ai tempi del coronavirus” – virgolette ammiccanti per far capire che la frase fatta non ci piace – è questa:

Covid-19 < Crisi economica < riscaldamento globale. A pensarci bene poi, fuori dall’inquadratura ci starebbe un altro squalo, ancora più grande. Come definirlo? Sovrappopolamento fa troppo Malthus, anche se in sostanza di quello si tratta: ma arrivati alle soglie degli otto miliardi, situazione attuale, e proiettati verso i 10 – secondo alcune stime addirittura entro il decennio – il discorso dell’affollamento umano sul pianeta si articola su più dimensioni. 

C’è l’aspetto alimentare, quello di cui si preoccupava appunto il malthusianesimo classico, ovvero: ce la farà l’orto della Terra a sfamare tutta 'sta gente? E poi c’è il movimento contrario, e cioè: ce la farà tutta 'sta gente che mangia a non distruggere la Terra? I due discorsi sono intrecciati, naturalmente. E le due facce della medaglia, sovrappopolamento/sfruttamento, sono poi collegate agli altri squali: il collasso climatico, la crisi economica, le stesse zoonosi come il coronavirus; tanto che dovremmo parlare, più che di squalo ulteriore, di un meta-squalo.

Da questi dati di fatto prende le mosse Agnese Codignola per parlare di quello che mangeremo nel futuro, ed è un futuro prossimo: Il destino del cibo (Feltrinelli) è un libro che contiene una impressionante mole di dati, che stimola incessanti riflessioni, che trasporta in un viaggio alla scoperta di incredibili – ma tutt’altro che improbabili – invenzioni in campo alimentare. Agnese Codignola, ricercatrice e poi giornalista scientifica, è un po’ la nostra Michael Pollan; anche se il leggendario food writer americano è partito con dei bellissimi libri sul cibo (Il dilemma dell’onnivoro, Cotto) per poi approdare agli psichedelici (Come cambiare la tua mente), mentre Codignola ha fatto il percorso inverso, passando dalla monumentale ricerca sull’acido lisergico (LSD è del 2018) a questo. Secondo Jonathan Safran Foer Possiamo salvare il mondo, prima di cena; secondo Codignola possiamo salvare il mondo, a cena.

Le conferme, se mai ce ne fosse bisogno, che tutte le questioni sono intersecate, compreso il virus che ormai ha monopolizzato qualsiasi discorso, arrivano di continuo. La stessa Codignola scrive nel libro, che attenzione è andato in stampa prima della pandemia: «La Cina (…): con un miliardo e mezzo di cittadini da sfamare, il paese cerca affannosamente fornitori, per la carne come per il latte e per gli altri alimenti basilari le cui produzioni locali oggi, oltre a essere del tutto insufficienti, sono pericolosissimi serbatoi per infezioni che potrebbero innescare pandemie, che molti temono e che qualcuno ritiene ormai inevitabili».

Profezia da brividi? In realtà la comunità scientifica se l’aspettava da decenni, ed erano uscite anche informazioni dirette al grande pubblico, come l’ormai stracitato, ma fino a ieri ignorato, Spillover di David Quammen. Che poi il salto di specie sia avvenuto in un wet market, o come sembra più probabile in un allevamento troppo a ridosso di foreste e quindi di animali selvatici, il discorso non cambia: è la pressione fisica che l’essere umano esercita su tutto il resto dei viventi, il problema. Che fare?

Tra l’altro, la connessione tra coronavirus e alimentazione non sta solo a monte: ha a che fare anche con il futuro. È notizia di questi giorni che in Usa potrebbero restare chiuse molte industrie di trasformazione della carne, perché non riescono a garantire le distanze di sicurezza: se non è stata l’etica o l’ambientalismo, sarà il Covid a portare meno hamburger a tavola? Per non parlare del fatto che con le frontiere chiuse non possono arrivare gli immigrati stagionali (leggi: schiavi) a cogliere pomodori nei campi, e quindi rischiamo di restare senza le nostre verdurine, o a pagarle molto di più. Allora, che fare?

Secondo alcuni, ce la siamo sempre cavata. Ogni volta che le teorie di Malthus sembravano avverarsi nella pratica, c’è stata una svolta che ha aperto nuovi orizzonti. Questo è successo di recente, nella seconda metà del Novecento, quando il neo-malthusianesimo ha preso vigore, ma si erano già prodotti da decenni quei mutamenti che vanno sotto il nome di rivoluzione verde: i fertilizzanti azotati, gli incroci che hanno migliorato le rese delle coltivazioni, l’uso di antiparassitari e diserbanti, l’impiego massiccio di macchine agricole – per queste cosette qua l’agronomo americano Norman Borlaug prese addirittura il Nobel per la pace; ma contributi erano arrivati da pionieri in tutto il mondo, anche dal nostro Nazareno Strampelli, che selezionò varietà più resistenti di frumento (purtroppo lo stimolo contingente furono l’autarchia del Duce e la famosa battaglia del grano – il profumatissimo Senatore Cappelli, che alcuni si ostinano a chiamare “grano antico”, è di fatto un incrocio moderno, una geniale invenzione). 

Si può dire però che di svolte dovute alla pressione demografica, e che in modo rivoluzionario l’hanno risolta, ce ne sono state altre in passato: la più clamorosa, 11.000 anni fa. La domesticazione di piante e animali, ovvero la cosiddetta nascita dell’agricoltura e dell’allevamento, ha una serie di con-cause legate al clima e all’evoluzione culturale, ma la coincidenza cronologica con l’arrivo dei primi umani in sud America è se non altro affascinante: quando l’uomo occupa ogni angolo della Terra, e non ha più spazi da sfruttare in orizzontale, arriva il cambio di paradigma. Caccia e raccolta di vegetali spontanei diventano sempre più marginali, sostituite da un altro approccio: gli altri esseri viventi diventano nostri amici, alleati, servi. Questa rivoluzione mette in moto una serie di reazioni a catena: gli uomini diventano stanziali e costruiscono villaggi, paesi, città; creano sistemi di stoccaggio, di numerazione, di scrittura; si dedicano ad attività diverse dalla produzione diretta di cibo, inventano mestieri e arti, eserciti e burocrazia.

Flash forward di 10 millenni: le terre coltivabili sono ricoperte di mais e soia a perdita d’occhio, mentre nel chiuso di capannoni le galline ovaiole vivono in gabbie grandi quanto un foglio A4, impilate una sull’altra per cui escrementi dappertutto, e col becco tagliato sennò si macellano tra loro. Che diavolo è successo? Che abbiamo combinato? Semplice: il serpente si morde la coda, per cui se la sovrappopolazione stimola innovazioni, l’innovazione permette ulteriore crescita. Attualmente ci troviamo in questo stallo, e nessuna delle soluzioni proposte sembra funzionare. 

Si potrebbe, anzi si dovrebbe migliorare l’aspetto distributivo dell’alimentazione: c’è chi sostiene che a livello quantitativo già oggi il pianeta produce risorse teoricamente in grado di sfamare tutta la popolazione, più qualche altro miliardo. Il problema è in quel teoricamente, e non è solo una questione di disuguaglianze – che sono enormi – ma di realizzabilità: il surplus produttivo, gli avanzi, non è facile farli arrivare da dove sono a dove servono. Qualcosa si può fare, ma non risolverebbe i problemi.

Come non sarebbero risolutive in assoluto altre strade indicate nel dibattito recente: le coltivazioni biologiche e sostenibili fanno sicuramente meno male all’ambiente, ma non potrebbero reggere il peso dell’intera popolazione mondiale. Questo Codignola lo spiega molto bene, citando dati, numeri e studi, come anche spiega bene perché la riduzione del consumo di carne è senz’altro necessaria, ma purtroppo non risolutiva: è vero che ettari ed ettari di terra sono riservati a colture destinate ai mangimi (e al bioetanolo) ma è anche vero che se di colpo diventassimo tutti vegetariani, per far fronte al fabbisogno proteico ora soddisfatto dai cibi di origine animale ne servirebbero ancora di più, di ettari.

Nessuno di questi metodi è definitivo, tutti sono da praticare. Ma anche sommati, possono solo mettere una pezza momentanea: quello che serve è invece un game changer, un altro cambio di paradigma. E qui parte il vero viaggio di Agnese Codignola nel futuro del cibo. Perché in giro per il mondo ci sono all’opera pazzi visionari, e in molti casi stanno già a buon punto. Esempi se ne possono fare – anche se scegliere è arduo, e il libro è una galleria affascinante che vi invito a percorrere tutta – a partire proprio dalla carne. La carne finta, o impossible burger, di cui negli ultimi anni abbiamo tanto sentito parlare. Qui Codignola aiuta a orientarsi, facendo una distinzione fondamentale: tra carne finta, quella ottenuta con farine vegetali - una mezza schifezza piena di additivi, iperprocessata e con scarsi vantaggi ambientali e nutrizionali – e carne clean: cellule riprodotte in laboratorio, prelevate da animali veri (con metodi indolore) e coltivate fino a ottenere, dice chi l’ha assaggiata poi cotta, dei piatti che sembrano veri. 

Nella maggior parte dei casi la consistenza è quella del del macinato, quindi polpette e hamburger; ma alcuni sono addirittura riusciti a produrre dei “pezzi”, con tutti i componenti che rendono appetitosa la carne: collagene, legamenti, grasso. Sembrano veri, e in un certo senso, lo sono. Nicholas Genovese, biologo dei tessuti e vegetariano, una delle menti che sta dietro questi esperimenti, vola alto: «La civiltà umana si è evoluta grazie alla domesticazione degli animali. Se riusciremo a produrre carne senza allevamenti, entreremo nella seconda domesticazione». Addirittura.

Sì perché, addirittura, alcune società stanno progettando dei mini kit per coltivarsela in casa, la carne: proprio come terremmo una piantina di basilico sul balcone.
Passando ad altri alimenti, si scoprono altre meraviglie: nei mari per esempio. La pesca ha distrutto la fauna marina, e l’acquacoltura sta facendo anche peggio (qui si può leggere un estratto dal libro, che parla proprio di questo tema): il futuro parrebbe essere la coltivazione di molluschi. Ostriche e altri bivalvi non impattano sull’ambiente, anzi creano delle nicchie ecologiche pulite dove prosperano anche altre specie.
Ma il mare potrebbe riservare altre sorprese: gli orti sommersi, sistemi chiusi che coltivano una varietà incredibile di vegetali con colture idroponiche, ottimizzando le energie, riciclando le risorse – acqua in primis – e risolvendo a monte il problema di parassiti e infestanti.

Ovviamente poi c’è il capitolo insetti, non così orripilanti come sembrano. E la questione sprechi, sulla quale idee fantasiose sono in evoluzione. Codignola sta dalla parte della tecnologia senza essere una tecnoentusiasta; sta dalla parte della scienza senza scadere nello scientismo. Senza incaponirsi: con molto senso di realtà per esempio considera questioni sfaccettate come quella degli Ogm, o quella del glifosato, e ci fa riflettere su un dato che sembrerebbe banale ma non lo è, evidentemente: se una biotecnologia viene considerata sicura dalla comunità scientifica, ma il pubblico la rifiuta in massa, non c’è da fare polemiche, ma solo da prenderne atto. E segnarselo per la prossima volta: magari c’è stato qualche problema di comunicazione.

La scienza, per fortuna o purtroppo, è democratica. Quella che nutre il mondo, per forza di cose, ancora di più.

Dario De Marco

è nato a Napoli e vive Torino. Giornalista, è stato in redazione a Giudizio Universale e Esquire Italia. Collabora o ha collaborato con Blow Up, Prismo, Alfabeta2, Rivista Studio, Minima&moralia, L’Indiscreto, CheFare, Elle, Dissapore. Scrittore, ha pubblicato un’autobiografia in forma di romanzo ("Non siamo mai abbastanza", 66thand2nd, Roma 2011) e una in forma di saggio ("Mia figlia spiegata a mia figlia", LiberAria, Bari 2014); la prossima sarà in forma di racconti.

Altri articoli dello stesso autore:

 
Segui La Ricerca
ultimi tweet

Logo Loescher