Nel dibattito americano sulle fake news sta avendo un notevole impatto un libro molto originale, dal significativo titolo "Fantasyland. Come l’America andò fuori di testa". Dal numero 13 de «La ricerca», "Obbligo o verità?".

  • xIl padiglione dedicato al Wild West Show di Buffalo Bill a Disneyland, Parigi.

A scrivere quello che quest’anno si preannuncia come un vero bestseller, almeno per quei tanti interessati a capire perché l’America sia entrata nell’era della post-verità, è Kurt Andersen, un giornalista newyorchese molto noto sia per essere stato columnist del «The New York Times» sia come conduttore di un ben frequentato programma radiofonico, Studio 360, sia infine come cofondatore del settimanale satirico «Spy magazine». Abbastanza avanti negli anni, democratico-liberale in politica, Andersen ha al suo attivo anche una serie di romanzi di successo, come Turn of the Century (2000), in cui non a caso esaminava le intersezioni tra il sistema informativo e la reality TV.

Andersen è un autore fortunato, perché pur avendo evidentemente richiesto molti anni di lavoro – sono 480 pagine di scrittura densa e informativa – il suo Fantasyland. How America Went Haywire: A 500-Year History (Random House, New York 2017) non poteva uscire in un momento più appropriato, con un Donald Trump personificazione e apoteosi proprio del fenomeno che Andersen mette a tema. Non si tratta però di un pamphlet giornalistico; solo l’ultimo capitolo è dedicato al discusso Presidente attuale, mentre il resto del ponderoso volume mantiene quanto il titolo promette, svolge cioè una dettagliata storia alternativa degli Stati Uniti tentando di dimostrare come sin dai primordi il popolo americano abbia sviluppato un rapporto unico e originale, tale da differenziarlo nettamente dal resto dell’Occidente, con la verità e tutti i suoi infiniti contrari, la fantasia, l’illusione, il sogno, la falsità e così via.

L’America descritta da Andersen è un Paese di creduloni, divisa fra coloro che ragionano con la testa e quelli che lo fanno con il cuore; in cui la sottile linea di demarcazione tra realtà e illusione è diventata sempre più volatile. In cui credere nelle fake news sembra rispondere a un bisogno di massa, perché è ciò che esprime nel modo più coerente il carattere nazionale.

Il Paese dei creduloni

Andersen non è un razionalista fanatico; ammette che tutti abbiamo credenze indimostrabili e che a volte cediamo a superstizioni senza senso. Ciò che è problematico è superare i limiti, lasciare che il soggettivo prevalga sull’oggettivo, pensare e agire come se i propri sentimenti potessero influire sui fatti e persino dimostrarli. Ma proprio questo è capitato all’America: il valore della libertà intellettuale predicato dell’Illuminismo è stato preso troppo sul serio, nel senso cioè che ogni individuo è libero di credere in ciò che vuole, non ostacolato da alcuna censura ma neppure dai fatti.

È un discorso che Andersen riesce facilmente a dimostrare sul piano statistico. Calcola che gli americani ostinatamente fedeli alla realtà siano una minoranza, forse un terzo ma certamente meno della metà. Quasi un quarto crede che i vaccini causino l’autismo, e altrettanti sono quelli convinti che gli extraterrestri abbiano visitato o stiano visitando la Terra, nonostante l’occultamento delle prove perpetrato dalle forze armate.
Sembra che ogni leggenda metropolitana trovi negli Stati Uniti un pubblico entusiasticamente disposto a credervi, dalle scie chimiche alla “evidenza” che Elvis Presley non sia mai morto.

Solo Il 30% non crede nella telepatia e nei fantasmi, mentre il 25% non dubita dell’esistenza delle streghe. Al confronto sembrano pochi, solo il 15% secondo un sondaggio condotto da Polling Public Policy, gli americani convinti che «i media o il governo abbiano sviluppato una tecnologia segreta finalizzata a controllare le menti attraverso i segnali televisivi». Un altro 15%, però, giudica la cosa per lo meno possibile, perché la disponibilità a credere alle più scatenate fantasie si alimenta con il cospirazionismo, una strategia sempre efficace per spiegare come mai le evidenze rimangono segrete.

Così, un terzo degli americani pensa che il governo, in combutta con l’industria farmaceutica, nasconda le prove che il cancro si può curare per via naturale, altrettanti che «il riscaldamento globale non sia un grosso problema», trattandosi in realtà di una frode perpetrata dagli scienziati, dal governo e dai giornalisti.

Ugualmente fraudolenta, non per alcuni ma per milioni di americani, sarebbe la versione ufficiale di tutti i più importanti eventi che hanno scandito la vita della nazione: dall’assassinio di Kennedy allo sbarco sulla Luna sino ad arrivare agli attacchi dell’11 settembre che «non sarebbero potuti accadere senza la complicità della C.I.A.».

La disponibilità alla fede acritica si esprime naturalmente anche in campo religioso, connotando questa dimensione non tanto con una maggiore spiritualità quanto con un dogmatismo e una tendenza al conservatorismo sconosciuti al cristianesimo del resto del mondo. Solo in America oggi prospera il creazionismo, così come nel passato hanno attecchito sette e religioni particolarmente visionarie, dai mormoni a Scientology. E comunque, ripetute e numerose inchieste dimostrano che due terzi degli americani credono fermamente nell’esistenza reale del diavolo e degli angeli e più della metà nel Paradiso come luogo in qualche modo fisico. Sono cifre straordinarie per una società che si vorrebbe secolarizzata.

Perché ciò accade, si chiede Andersen? La risposta è: «perché siamo americani. L’America fu fondata da sognatori, visionari e credenti, ed è stata governata da impresari dell’immaginario e dal pubblico che ne ha decretato il successo. Credere nelle nostre fantasie è profondamente radicato nel nostro DNA. E bisogna riconoscere che senza questo particolare amore per il fantastico, questa propensione a prestare fede alle fandonie più strampalate l’America non sarebbe diventata ciò che è». 

Una storia di fandonie

L’incapacità di sopportare la delusione è perlomeno simbolicamente evidente già nel momento in cui tutto cominciò, vale a dire nella figura di Cristoforo Colombo: incappato nel nuovo continente a seguito di un errore di calcolo della circonferenza terrestre, non riconobbe mai sia che quella non era l’Asia sia che nelle sue “Indie” non vi fosse l’oro. Bastava solo trovarlo. 
E chi furono poi i Padri Pellegrini che i manuali scolastici descrivono come gli operosi progenitori della nazione? Erano puritani che professavano un culto eccentrico nella convinzione che la fine del mondo fosse imminente, tanto pervasi da questa loro fede da non esitare a impiccare i quaccheri e i cattolici che entravano nel loro territorio. 
Non è per caso, afferma Andersen, che la più devastante caccia alle streghe in epoca moderna sia avvenuta a Salem in Massachusetts, dove nel 1692 l’inquisizione puritana processò per stregoneria 144 persone, condannando all’impiccagione 19 fra le 54 donne che si erano professate streghe, sotto tortura.

La drammatica vicenda di Salem è arcinota e raccontata in innumerevoli opere artistiche, tanto che si tende a credere sia stata un evento isolato, anche perché nacque dall’acritica fiducia riposta in una fake news: il racconto di un bambino di nove anni che una mattina aveva visto sua sorella «comportarsi in modo strano». Ma Andersen ricorda che sempre in Massachusetts nel mezzo secolo precedente altre 17 donne erano state bruciate come streghe; il che dimostra quanto nell’imminenza del secolo dei lumi fosse ancora potente in vaste zone dell’America la disponibilità a credere nella realtà effettiva e sostanziale del soprannaturale.

Una tendenza non certo abbandonata con l’imporsi della secolarizzazione. Per dimostrarlo basta ad Andersen ricordare il notevole successo di pubblico ottenuto nell’Ottocento negli Stati Uniti da un’ampia schiera di “spiritualisti secolari”, propagatori di evidenti fandonie spacciate come scienza se non addirittura di elucubrazioni dichiaratamente visionarie. Si va dal mesmerismo, che prometteva di curare gravi patologie tramite il “fluido animale” (o “magnetico”) emesso dal medico curante, alle visioni di Helena Blavatsky, fondatrice della teosofia, la riedizione moderna dell’antico esoterismo, riproposto in un testo dal significativo titolo La dottrina segreta. È vero che Helena Blavatsky era russa, così come Franz Mesmer era tedesco, ma è altrettanto vero che le loro strampalatissme teorie riuscirono ad attecchire solo negli Stati Uniti, solo in un ambiente in cui la disponibilità a credere nei sogni è superiore a ogni altro Paese al mondo.

Buffalo Bil: il prototipo del vero americano

Il vero simbolo del carattere nazionale americano è William Cody, alias Buffalo Bill, la personalità dell’Ottocento più nota nel mondo. Secondo Andersen, si può vedere nel suo Wild West Show addirittura la quintessenza dell’americanismo; il suo enorme successo, infatti, derivava dalla capacità di fondere informazione e mito, elementi di verità e clamorose fandonie, il tutto mischiato in uno spettacolo evidentemente fake, ma tanto convincente, almeno per i tanti che ardentemente desideravano credervi, da diventare più vero della verità che pure era sotto gli occhi di tutti.

L’epopea western inventata di sana pianta da William Cody ha plasmato i sogni degli americani e quindi in definitiva anche i loro comportamenti. Il momento culminante del Wild West Show era l’esibizione dei capi Cheyenne (in realtà attori travestiti) spacciati come cacciatori di scalpi, e si giunse al punto che non pochi invasati si travestirono da Buffalo Bill per andare a caccia degli ultimi indiani, poveri disgraziati ormai ridotti nelle riserve.

Andersen cita questo episodio come esempio paradigmatico del circolo, a volte virtuoso a volte vizioso, tra realtà e credulità. Se il libro fosse uscito due mesi dopo avrebbe forse notato la sua somiglianza con il recente caso del “pizzagate”, ossia di quell’altro “vendicatore” che nel 2016 ha fatto irruzione nella pizzeria Comet Ping Pong, a Washington, sparando tre colpi con un fucile mitragliatore, convinto che il locale nascondesse un sordido commercio pedofilo gestito nientemeno che da Hillary Clinton, così come sosteneva una notizia diventata in rete “virale”, quindi a suo avviso affidabile.

Non è per caso, nota comunque Andersen, che la capacità mitopoietica di Buffalo Bill, o, se si vuole, la sua abilità nel raccontar fandonie spacciandole per vere, abbia fatto scuola negli Stati Uniti. Sue derivazioni dirette sono infatti il Museo dei Grandi Viaggi, Serragli, Carovane e Ippodromi, meglio noto come Circo Barnum, e le “fabbriche di sogni” che hanno sede ad Hollywood e Disneyland. Nessuna cultura può stare alla pari di quella americana per la capacità di fondere affari e fantasia.

Questi sono rapidi cenni, apparentemente troppo superficiali per delineare un carattere nazionale. Quello di Andersen, però, è un vero testo di storia; entra nel dettaglio di numerosi avvenimenti dimostrando come siano stati accompagnati, e a volte direttamente prodotti, da ciò che oggi chiamiamo fake news e dai suoi correlati: il cospirazionismo, il dietrologismo, l’ultra individualismo esteso persino al campo conoscitivo, ossia la mentalità dell’“Io ci credo; quindi è vero”.

La controcultura degli anni Sessanta

Resta da chiedersi se vi sia un’evoluzione e quale sia il suo senso. La risposta di Andersen è pessimista: lungi dal venire meno nell’era della scienza, la tendenza americana alla credulità è andata aumentando di secolo in secolo, di decennio in decennio, sino a raggiungere la riconosciuta pericolosità attuale. Due sono, secondo il giornalista americano, gli avvenimenti che nell’epoca contemporanea hanno determinato un balzo in avanti nell’allontanamento dalla verità.

Il primo è naturalmente lo sviluppo di internet e delle tecnologie digitali, che esaltano la possibilità di produrre falsità apparentemente veritiere; e nel miliardo di siti web oggi esistenti sul pianeta ognuna di queste riesce a trovare i suoi followers. Tutto ciò oggi è ben noto e discusso, tanto che possiamo tralasciare questo argomento. Non senza però riconoscere ad Andersen il merito di averlo intuito una decina d’anni fa, all’inizio della sua ricerca, quando il web non era ancora sotto accusa.

Dopo questa autorevole dimostrazione di preveggenza, va preso sul serio il secondo e ben più discutibile argomento della sua diagnosi, quello che individua nella cultura degli anni Sessanta l’origine del tracollo attuale dell’idea di verità. Se si vuol capire come si è arrivati a Trump, suggerisce Andersen, bisogna rileggere The Making of a Counter Culture: Reflections on the Technocratic Society and Its Youthful Opposition, il saggio pubblicato tre settimane dopo Woodstock, nell’estate del 1969, da Theodore Roszak, allora trentacinquenne professore di storia all’Università della California. A lui si deve l’aver teorizzato il concetto di controcultura, e di averne inventato il termine stesso. Le 270 pagine del suo influente testo glorificavano il «coraggioso rifiuto della giovane generazione di tutte le competenze e di tutto ciò che la nostra cultura valorizza come ragione e realtà». Qui per la prima volta si afferma il principio che è doveroso diffidare degli esperti, perché «sono tutti a libro paga delle aziende e delle istituzioni».

Un intero capitolo di The Making of a Counter Culture è dedicato al «mito della conoscenza oggettiva»: vi si sostiene che la scienza è in realtà una religione di Stato e che contro di essa è necessario «creare una nuova cultura in cui le capacità non intellettuali... diventino arbitri del bene e del vero». Un passo non meno necessario della «sovversione della visione scientifica del mondo, che implica un modello di coscienza cerebrale ed egocentrico».

Ora paghiamo il conto dell’irrazionalismo

Andersen non è un bigotto conservatore, ed essendo nato nel 1954 ha vissuto appieno l’epoca della contestazione giovanile. Non nega affatto i suoi aspetti positivi, ma gli sembra di dover riconoscere che il cambiamento culturale promosso negli anni Sessanta nei campus universitari ha comportato anche un aumento dell’anti-razionalismo e un ritorno del sacro, del misticismo, della magia, dell’occulto, delle sedute spiritiche e dei culti esoterici basati sul libro dell’Apocalisse. Ha spinto un antropologo, Carlos Castaneda, ad andare a scuola da uno stregone (che forse non è mai esistito), mentre il lettore di psicologia ad Harvard, Timothy Leary, distribuiva psilocibina e LSD ai suoi studenti.

Sbaglieremmo se considerassimo inattuali questi atteggiamenti folcloristici di una controcultura giovanile ormai sorpassata dagli eventi: è a partire da essi che nei decenni seguenti si è pian piano sedimentata l’idea, oggi ormai popolare, che la scienza sia sempre al servizio del potere, un sistema sinistro concepito da una dispotica cospirazione per opprimere la gente per bene.

Andersen vede l’epitome di questo attacco finale alla verità nel nuovo modo di considerare la follia scaturito a metà degli anni Sessanta dai testi e dalle esperienze di Ronald Laing e David Cooper, i due psichiatri fondatori del concetto e della pratica dell’antipsichiatria. «Lo strumento retorico da loro inventato per negare la realtà, ossia il ridurre la malattia mentale a una mera teoria, è diventato l’argomento universalmente usato da tutti coloro che preferiscono ignorare la scienza in favore delle proprie credenze», dai negatori dei cambiamenti climatici agli isterici anti-vaccini, sino ai religiosi creazionisti, che formalmente non negano l’evoluzionismo ma lo declassano a una teoria ipotetica, da studiarsi nelle scuole assieme alle altre, a cominciare da quella ben più semplice e lineare contenuta nella Bibbia.

Se persino la follia, argomenta Andersen, deve essere considerata un modo di vivere fra i tanti, di concepire la realtà e di viverla secondo schemi alternativi alla normalità ma non per questo patologici, con il che la psichiatria diventa una falsa scienza asservita al conservatorismo e alla gestione più spietata del potere, come sostenere che tra fantasia e realtà vi sia poi un salto così netto?

Sul banco degli accusati in definitiva si trovano gli hippy degli anni Sessanta, la cultura della contestazione sistematica, i fautori della fantasia al potere e della rivoluzione culturale innamorati delle massime di Mao, a cominciare dalla celebre «D’ora in poi, due più due non fa più quattro». L’America è oggi Fantasyland non solo per l’invadenza dei nuovi mezzi elettronici, che pur contano, e neppure per un istupidimento collettivo o un imbarbarimento della qualità antropologica dell’americano medio. Se fake news e post-verità stanno trionfando, con la presidenza Trump, «è per la regola che ormai da mezzo secolo dominano i nostri sistemi operativi mentali: Fai la tua cosa, trova la tua realtà, è tutto relativo. Oggi ognuno di noi è più libero che mai di crearsi un mondo a sua misura, di credere a qualsiasi cosa e di far finta di essere chiunque voglia, e questo rende sfuocata la linea tra il reale e il fantastico. La verità diventa flessibile, personale, soggettiva. E in realtà ci piace questa nuova ultra-libertà, insistiamo su di essa, anche se odiamo e temiamo il modo in cui molti nostri concittadini la usano».

Francesca Nicola

Dottore in Antropologia all’Università Bicocca di Milano.

 
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