Se è vero che viviamo a credito, che ai nostri figli lasceremo un pianeta in rosso, e che il debito pubblico e quello ecologico sono scommesse fatte giocandosi il domani di chi ancora non è nato, allora solo un patto intergenerazionale può mitigare questo futuro in caduta libera, e rispettare gli accordi internazionali sul clima è solo il primo passo. Dal numero 16 de «La ricerca», “Pianeta Scuola”.

  • x© Donata Cucchi, Namib Desert, Namibia, 2009, «Early Morning», dal progetto MariAperti.

Negli ultimi mesi, con i cosiddetti “venerdì per il futuro” (Fridays for Future) celebrati settimanalmente in tutto il mondo, Italia compresa, tanti giovani stanno chiedendo a gran voce di agire per il loro futuro. Dall’agosto 2018 ce lo ricorda, con tenacia e determinazione, la sedicenne Greta Thunberg: all’inizio solo una studentessa accampata davanti al Parlamento svedese, ora leader del movimento Global Climate Strike. L’hashtag con le tre effe (#FridaysForFuture) sta diventando virale: il venerdì i ragazzi non vanno a scuola richiamando con questo “sciopero” l’attenzione degli adulti, spesso così disattenti, sul loro futuro, a partire dagli effetti dei cambiamenti climatici in atto.

Ho cercato anch’io di ragionare sul futuro delle nuove generazioni scrivendo una “lettera” alla Generazione Z (Il gusto per le cose giuste. Lettera alla generazione Z, Mondadori 2017). Nel testo, fra le altre questioni che caratterizzano lo squilibrio estremo che sta vivendo il nostro pianeta a partire dal clima, proponevo una visione che, legando ecologia ed economia, porti all’adozione di una cultura della sostenibilità promuovendo uno stile di vita che ho definito “medio” («Stilmedio», vedi approfondimento in fondo).

Oggi i giovani che si incontrano il venerdì saltando la scuola o l’università ci stanno dando, e allo stesso tempo ci chiedono di dare loro, una grande lezione: viviamo a credito, e a loro lasceremo un pianeta in rosso. Il debito pubblico e quello ecologico sono scommesse fatte giocandosi il domani di chi ancora non è nato. Solo un patto intergenerazionale può mitigare questo futuro in caduta libera. Rispettare gli accordi internazionali sul clima è solo il primo passo: i risultati – se ci saranno – si vedranno nel giro di qualche generazione. Ma nel frattempo, cosa possiamo fare?

Provo dunque a sintetizzare il percorso, anzi la prospettiva, che avevo delineato nella “lettera”. Per garantire un futuro ai nostri figli, le nostre azioni economiche devono rimanere entro i limiti posti dall’ecosistema Terra. Serve un cambio di prospettiva radicale, che vorrei spiegare con un’immagine: quella delle due case. Ognuno di noi ha due abitazioni: una grande, il mondo, e una assai più piccola, le Ognuno di noi ha due abitazioni: una grande, il mondo, e una assai più piccola, le quattro mura dove risiede. Queste case rappresentano anche l’ecologia e l’economia.quattro mura dove risiede. Queste case rappresentano anche l’ecologia e l’economia. La radice, eco- (oikos in greco vuol dire casa), è la stessa. Quella più grande, l’eco-logia, è la casa delle risorse naturali: il suolo, l’acqua, l’energia, l’aria, i minerali. Quella più piccola, l’eco-nomia, accoglie e cura le persone. La seconda casa sta, fisicamente, dentro la prima. E non viceversa. L’economia, perciò, è un aggettivo, non il sostantivo. E nella sintassi questo fa una grande differenza.

Ecco il rovesciamento di prospettiva del quale abbiamo bisogno – una rivoluzione grammaticale, dunque culturale: dobbiamo fondare la nostra visione e le nostre azioni, collettive e personali, su un’ecologia economica e non viceversa. In questo approccio il concetto di limite non è una rinuncia a migliorare le condizioni umane, bensì uno stimolo all’efficienza nell’utilizzo delle risorse.

Per comprendere fino in fondo questa visione e il legame fra le due case, fondamentale è la lettura di un documento di Papa Francesco, l’enciclica Laudato si’. Sulla cura della casa comune. Da notare il sottotitolo riferito alla “casa comune”: potrà sorprendere, ma il Papa su questi temi ha lasciato il segno molto più di altri leader globali nel prendere una posizione netta sull’ambiente, i cambiamenti climatici, gli stili di vita e tutte le questioni che si collegano. Nell’enciclica, la riconnessione alla natura viene definita “ecologia integrale” e comprende le dimensioni umane e sociali: non ci sono due crisi separate, una ambientale e l’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per una soluzione richiedono dunque un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo prendersi cura della natura. Dobbiamo uscire sia dalla logica di crescita (economica) materiale e infinita sia dalla cultura dello scarto (umano) e dello spreco (alimentare). Questo, in sintesi, è il pensiero del Papa.

Tale riflessione – uscire dalla cultura dello scarto e dello spreco – è tanto più importante all’indomani della 6^ Giornata Nazionale per la Prevenzione dello Spreco alimentare (5 febbraio 2019), quando alla FAO sono stati presentati i dati di perdite e sprechi alimentari a Lo spreco di cibo, a livello globale, è responsabile ogni anno di una perdita di acqua equivalente al flusso annuale del fiume Volga in Russia.livello globale e italiano. Allo spreco alimentare sono associate emissioni di gas-serra per circa 3,3 miliardi di tonnellate (Gt) di anidride carbonica (CO2), pari a oltre il 7% delle emissioni totali. Se fosse una nazione, lo spreco alimentare sarebbe al terzo posto dopo Cina e Usa nella classifica degli Stati emettitori. Ma c’è di più: nello spreco alimentare sono inscritti anche lo spreco idrico ed energetico: la frutta e gli ortaggi che gettiamo via nei punti vendita in Italia comporta lo spreco di più di 73 milioni di metri cubi d’acqua usata per produrli, ovvero 36,5 miliardi di bottiglie da 2 litri. Lo spreco di cibo, a livello globale, è responsabile ogni anno di una perdita di acqua equivalente al flusso annuale del fiume Volga in Russia.

  • x© Donata Cucchi, California, 2008, «On the Road», dal progetto MariAperti.

Ciò detto, torniamo alla visione che fonda la società sull’ecologia economica, dove appunto l’economia sta dentro all’ecologia e ai suoi limiti fisici. Per comprendere fino in fondo questo legame abbiamo bisogno di capire cosa significa e che ruolo ha la “sostenibilità”. Ma prima di tutto va definita, nel senso che oggi il termine “sostenibilità” e il suo aggettivo “sostenibile” sono talmente abusati che sembrano aver perso il loro significato originario. Se si googla si ottengono circa 20 milioni di risultati, addirittura 245 milioni se si cerca il termine in inglese, sustainability. Di questi, circa 75 mila sono libri, 500 mila video e 5 milioni notizie. Una parola che al world wide web piace molto, ma proprio per questo si allontana dal suo significato originario.

Provo a spiegarlo partendo proprio dall’etimologia. Il termine, che deriva dal latino sustineo, può essere associato all’inglese sustain, il pedale del pianoforte che serve a tenere e legare le note suonate (pedale di risonanza): c’è dentro quindi la nozione di tempo e di armonia e un richiamo al moto armonico. Quindi la sostenibilità allude a un mondo che, durando nel tempo, deve mantenere la sua musica, che è la vita, allungando le note e la loro risonanza come si fa, appunto, con il pedale del pianoforte. Dunque la doppia eco di ecologia ed economia è anche la casa (oikos) della risonanza, ovvero il durare, di generazione in generazione, essere capaci di adottare una visione-azione di lungo periodo, in campo sia economico sia ecologico, per tenere conto dei diritti di chi verrà dopo di noi e delle conseguenze future delle nostre azioni. Tenendo conto dunque anche degli aspetti sociali. Ritorniamo così a quella definizione più ampia di ecologia integrale riportata nell’enciclica Laudato si’.

Sostenibilità significa che a ogni essere umano corrisponde una quota di natura. Continuare con il modello di crescita esponenziale (e lineare), usando le risorse naturali, non è possibile, in un pianeta finito come il nostro. In natura, infatti, siamo l’unico essere vivente che sfrutta le risorse per soddisfare in eccesso i suoi bisogni. Dobbiamo modificare gli attuali sistemi di produzione e consumo per fornire le Continuare con il modello di crescita esponenziale (e lineare), usando le risorse naturali, non è possibile, in un pianeta finito come il nostro.risorse a tutti in modo equo nel presente e mantenerle disponibili per le generazioni future. Per questo la comunità scientifica internazionale sta cercando di mettere a disposizione del mondo le migliori conoscenze oggi esistenti sulla relazione tra sistemi naturali e sistemi economici e sociali: la cosiddetta “scienza della sostenibilità”.

La sostenibilità può essere, insomma, un modo di produrre e di consumare, una politica, uno stile di vita. Ma questo sostantivo può, anzi deve, essere accompagnato da un aggettivo per avere un senso compiuto e se possibile misurabile. Abbiamo più precisamente tre Come fare a garantire la sostenibilità economica, ambientale e sociale del pianeta ovvero lo sviluppo sostenibile e senza che nessuno resti indietro?dimensioni molto concrete della sostenibilità: quella economica, quella ambientale e quella sociale. Mi sembra questa, la sostenibilità aggettivata, una dizione più corretta del riferimento, molto in voga, allo “sviluppo sostenibile” – nozione coniata alla metà degli anni Ottanta e oggi legata ai 17 Obiettivi delle Nazioni Unite da raggiungere entro il 2030 – dove al centro, come sostantivo, c’è appunto lo sviluppo. Sembra una questione puramente lessicale, ma non lo è: le parole e la loro posizione contano.

Tuttavia, va detto, al di là delle espressioni lessicali nella nostra epoca, definita “Antropocene” data la forte influenza dell’attività dell’uomo sulla natura, siamo alle prese con un problema estremamente complesso. Come fare a garantire la sostenibilità economica, ambientale e sociale del pianeta ovvero lo sviluppo sostenibile e “senza che nessuno resti indietro” (no one is left behind)? Un quesito riportato in testa proprio all’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile (2015), a sottolinearne l’importanza e l’ineludibilità. Tutti siamo, o dovremmo essere, chiamati in causa e – come si diceva una volta – prendere coscienza della condizione di estremo squilibrio in cui si trova il nostro pianeta.

La sostenibilità, insomma – anche nella versione francese di durabilité, peraltro – significa durare, mantenersi nel tempo, di generazione in generazione. Altrimenti detto, la sostenibilità implica anche la responsabilità verso le generazioni future. Del resto, le risorse naturali, alla base dei nostri bisogni fondamentali come l’alimentazione – il suolo, l’acqua, l’energia –, non sono infinite ma neppure scarse come sostiene più di qualcuno. Se le dobbiamo consumare – ci servono per vivere – dobbiamo anche consentire la loro rigenerazione. Che poi è, o dovrebbe essere, il compimento stesso della sostenibilità. La società sostenibile deve dunque rinnovarsi continuamente e diventare una società circolare, analogamente alla sua economia.

Rinnovare, infine, contiene il verbo “innovare”, che significa ricercare e sperimentare: nuovi prodotti, processi, tecnologie, stili. Insomma: la sostenibilità deve fare coppia non solo con la responsabilità, ma anche con la rinnovabilità: per un mondo sostenibile, responsabile, rinnovabile – si legge sempre più spesso. Non dobbiamo più soltanto leggerlo: ora è tempo di realizzare la società sostenibile. A partire dalla Generazione Z e dai venerdì per il futuro.


Stilmedio

«Stilmedio» è un neologismo, illustrato diffusamente nel libro Il gusto per le cose giuste. Lettera alla generazione Z (Mondadori, 2017); deriva dalla crasi della locuzione «stile di vita medio» e indica un comportamento per le generazioni future, di cui si consiglia l’adozione sin dal nostro tempo, per trovare una condizione a metà fra gli estremi. Ciò che sta in mezzo fra l’eccesso e la carenza, il tanto e il poco, il tutto e il nulla, il troppo e il troppo poco: il medio. Questo termine esprime una condotta fondata sull’equilibrio personale, la cura di se stessi, dell’altro e della natura, in un’azione che promuove la sostenibilità ecologica e la circolarità economica; inverte il rapporto fra economia ed ecologia: la prima è «contenuta» nella seconda e ne rispetta i limiti fisici, per una società che si fonda su una visione di ecologia economica. Rovescia il motto think global, act local (pensa globale, agisci locale) in think local, act global (pensa locale, agisci globale), ovvero sostiene un pensiero locale/individuale per condividere poi con l’altro ciò che funziona per sé, allargando così il campo di azione all’insieme globale/universale. Tale comportamento considera per l’individuo e la società la relazione intrinseca fra alimenti (cibi), movimenti (attività fisica), ambienti (spazi, luoghi), menti (educazione, cultura), e fonda l’azione sul rispetto del limite per le risorse naturali, dell’etica e della responsabilità per le «risorse» umane; sul riconoscimento delle diversità e delle comunità come fonte di ricchezza; sulla contaminazione fra saperi come via maestra per l’evoluzione umana e l’innovazione scientifica; sul riconoscimento del dono e della reciprocità nella condivisione dei beni; sul rispetto della dignità delle persone e del lavoro.

Andrea Segrè

è professore ordinario di Politica agraria internazionale e comparata presso l’Università di Bologna. È presidente di Fondazione FICO e del Centro Agroalimentare di Bologna, della Fondazione Edmund Mach–Istituto Agrario di San Michele all’Adige-Trento e del Last Minute Market-Impresa sociale (www.lastminutemarket.it- www.sprecozero.it). Il suo sito è www.andreasegre.it.

 
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