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Esterno-interno

Ogni respiro un dolore, la gola è fiamme e non c’è niente da fare. O forse sì. Potrei comprare una mascherina e andare in giro come un chirurgo, come fanno molti dei locali. L’aria è pesante, i gas di scarico si mescolano alla polvere della strada, sollevata dalle miriadi di moto che ci sfrecciano intorno. Sento una morsa alla nuca e so che diventerà dolore sordo. Finalmente arriviamo al Tempio di Swayambhunath. Dappertutto bandiere colorate e festanti, piene di scritte misteriose, pendono da cavi fissati, si direbbe, nel cielo; uno sventolio continuo segno di una spiritualità leggera, che gioca col vento. Scimmie dappertutto. Non sento più dolore, sono nelle cose che vedo. La città è ai nostri piedi, enorme, si stende a perdita d’occhio e, all’orizzonte, la foschia come una siepe lascia intuire le montagne.

La maestra

La bambina corre verso le scale, sta per salirle, ma si blocca, si gira di scatto e si ferma paralizzata. Davanti a lei, sul muro, un dipinto bello e terribile. Una testa di tigre arancione, con sfumature grigie e gli occhi gialli e spietati, spalanca le fauci. I denti sono sciabole affilate e la lingua un triangolo rosso pronto a divorare. Davanti alla belva una fanciulla indifesa e minuta che volta la testa lontano dalla tigre e sembra ripararsi con la chioma molto fluente e nera, resa viva da ombre grigie e bianche. Le mani sono tese verso la tigre, ma il gesto è come per scacciare la minaccia. La fanciulla ha la veste rattoppata, povera, eppure bellissima, di un azzurro mélange. La scena è disegnata su uno sfondo verde che la risalta e il verde poi trascolora in blu, che trascolora in nero.
La maestra raggiunge la bambina e rimane per un po’ al suo fianco, senza dire nulla.
«Cosa vuol dire quella scritta, maestra?».
La maestra legge: «Our Silence doesn’t mean we are weak. È inglese, vedrai che lo imparerai presto, in fondo oggi è il tuo primo giorno di scuola!», dice la maestra con dolcezza.
«Sì, ma cosa vuol dire?».
«Guarda il volto della fanciulla», fa la maestra. «Cosa esprime?».
«Non sembra che abbia paura, maestra. Non grida. Io scapperei urlando come una pazza!».
«Hai ragione – risponde teneramente la maestra accarezzandole i capelli – quella ragazzina è coraggiosa. Resta in silenzio e non reagisce alla paura gridando: è un grande segno di forza. La frase dice proprio questo: “Il nostro silenzio non significa che siamo deboli”. Infatti è proprio il contrario. Saper non reagire alla paura è molto importante, Padma».

L’abisso

Il pullman procede lentamente. Stiamo passando in mezzo a un gregge di capre che ci inghiotte ondeggiando come un mare. La porta del pullman è aperta ed entrano, come fossero un tutt’uno, il loro odore, la polvere e il suono di una vita pulsante e caotica. Dalla porta del pullman si sporge verso fuori un uomo che dà rapidi colpetti alla parete del mezzo mentre avanziamo; man mano che la strada si fa più stretta, le capre diminuiscono. Procediamo su un terreno sconnesso che ci sbalza con violenza a destra e sinistra. Trovo questo rodeo fastidioso, ma anche divertente. Una ragazza nell’altra fila di sedili scoppia a piangere, non capisco il perché. L’uomo sulla porta si sporge un po’ più del solito, poi dà un colpo secco sulla lamiera e il conducente ferma il mezzo. I due si parlano e il pullman comincia a fare retromarcia su indicazioni dell’uomo, per poi prendere una traiettoria più sulla destra. Dopo cinque minuti arriviamo a un parcheggio e mi sgranchisco le gambe. Chiedo in giro perché la ragazza piangeva e mi dicono che si era impressionata per lo strapiombo che stavamo costeggiando. Mi viene in mente un pensiero: rimanendo alle sole cose vicine capita di restare sereni per l’inconsapevolezza di ciò che ci circonda davvero. E mi spavento.

L’affare

Entro curioso. Ci sono mille oggetti disposti su scaffali che mi circondano e mi sovrastano. Quando mi muovo devo stare attento a non fare disastri con lo zainetto. Tazze, campanelle, brocche, coppe e boccali, strane divinità dai corpi bizzarri, collane e maschere agghiaccianti, alcuni degli oggetti sono in rame, altri in bronzo, di tutte le dimensioni. Il vecchio guarda la ragazza. Non si dicono niente. Lei fa cenno di sì col capo. Pensano che sarò più disposto a comprare con lei, mi dico. Mi mostra diversi oggetti, ma non mi interessano. A un certo punto prende in mano una ciotola larga e bassa, di bronzo. I decori esterni sono esotici, misteriosi. Mi piace, perché è capiente e il suo colore mi infonde pace, ma la guardo e non capisco cosa ho davanti. Allora la ragazza prende un pestello di legno, lo appoggia al bordo della ciotola e comincia a muoverlo con un movimento continuo. Il suono che la ciotola emette è intenso, profondo, penetrante. La ragazza mi fa stendere la mano, vuole che la tenga rigida, col palmo verso l’alto e vi appoggia la ciotola ancora vibrante e anzi continua a muovere il legno. La vibrazione ha un potere curativo, mi assicura col suo inglese essenziale. La guardo scettico e divertito, ma lei sembra crederci davvero. Il suo sguardo è dolce e ha colto qualcosa in me. Capisco che la ciotola mi interessa davvero quando vedo in lei la speranza di non tradire la fiducia del vecchio. La vibrazione che sento mi pervade, è bellissima. Immagino la ciotola sulla mia scrivania, piena di graffette, clip ed elastici: una ciotola come ce ne potrebbero essere tante. Sarà come nascondere un tesoro alla luce del sole. Io però saprò cos’è davvero e, quando ne avrò bisogno, la farò vibrare, ritrovando la pace di oggi. Contratto e ottengo l’oggetto per poco, ma ricevo più di quello che ho dato e non si tratta né di merci, né di soldi.

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

 
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