Parole, dati, immagini, storie per raccontare il fenomeno migratorio. Sull'ultimo numero de «La ricerca» si parla di giornalismo etico e di Redattore sociale: perché un'informazione corretta, non manipolata e non manipolatoria è possibile ed esiste.

  • xRibolla, Italia. Photo © Federico Borselli

Per la sua posizione geografica, l’Italia è storicamente sempre stata interessata dal fenomeno migratorio. In particolare, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, tale fenomeno ha portato alla nascita nel nostro Paese di alcune comunità stabili di persone provenienti da diverse aree geografiche (Nordafrica, Sudamerica, Albania, Romania, Moldavia, Cina, Filippine…).

Oggi i migranti regolarmente residenti sono oltre cinque milioni (l’otto per cento circa della popolazione). Eppure è negli ultimi anni che l’immigrazione e il multiculturalismo sono diventati centrali nel dibattito pubblico. C’è chi parla di accoglienza e integrazione, chi evoca lo spettro dell’invasione e della sicurezza. Di certo il racconto – che ricorre nei discorsi politici, ma anche nella quotidianità dei media – è molto spesso a rischio strumentalizzazione. Come parlare, dunque, di immigrazione senza cadere negli stereotipi e in una narrazione scorretta e lontana dalla realtà?

L’immigrazione è anche uno dei temi principali trattati da Redattore sociale, il primo network multimediale italiano di servizi informativi e di documentazione online sui temi del welfare, della disabilità, del disagio sociale, dell’impegno nel volontariato e nel terzo settore.
Fin dall’inizio il tentativo, di certo non facile, è stato quello di trattare di migranti, rifugiati e seconde generazioni smascherando le fake news e dando la “giusta” misura del fenomeno. Per questo, per noi sono fondamentali innanzitutto i dati: quasi tutti gli articoli in cui si tratta il tema hanno al loro interno informazioni di contesto e numeri attendibili, che fanno riferimento a fonti istituzionali (il sito dei Ministeri dell’Interno, dell’Istruzione, del Lavoro e delle Politiche sociali, l’Istat, l’Unhcr, l’Oim ecc.) e a centri studi specializzati (Idos, Ismu, Caritas/Migrantes). Un metodo imprescindibile per contrastare il diffondersi di allarmismi o di interpretazioni sommarie e fuorvianti.
Secondo una recente indagine di Ipsos, ad esempio, gli italiani sovrastimano il numero reale della presenza di cittadini stranieri nel nostro Paese. Questo è dovuto in parte a una sovraesposizione a notizie che parlano di immigrati (e in particolare degli arrivi via mare, che nel 2018, secondo i dati UNHCR, sono stati l’80% in meno rispetto ai primi nove mesi del 2017), dall’altra alla scarsa attenzione di molto giornalismo a una giusta – e doverosa – contestualizzazione quando si parla di questo argomento, ovvero rilevando non solo la reale presenza numerica nel nostro Paese, ma anche facendo un raffronto con altri Paesi, in particolare quelli europei.

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L’attenzione ai dati va di pari passo con quella all’uso delle parole corrette. Perché è innanzitutto attraverso il linguaggio che si costruisce la visione condivisa di un fenomeno sociale. Non è un caso che Redattore sociale, insieme all’agenzia di stampa Dire, sia stata la prima testata in Italia a eliminare, nel 2008, la parola “clandestino” dal suo notiziario. Il termine, infatti, oltre a non essere giuridicamente corretto, contiene in sé anche un’immagine negativa e discriminatoria. È preferibile sempre usare “migrante irregolare”, come prevede anche Carta di Roma, il codice deontologico dell’Ordine dei giornalisti su migranti e rifugiati, a cui abbiamo aderito fin dall’inizio.

Proprio sulla scia di questa attenzione al linguaggio è nato il progetto “Parlare civile”, realizzato da Redattore sociale insieme alla cooperativa sociale Parsec. L’idea è quella di fornire a giornalisti e comunicatori un aiuto pratico nel trattare temi sensibili e a rischio di discriminazione. È il primo progetto in Italia che affronta contemporaneamente argomenti quali disabilità, genere e orientamento sessuale, immigrazione, povertà ed emarginazione, prostituzione e tratta, religioni, rom e sinti, salute mentale.
Il progetto consiste in un libro dallo stesso titolo e in un sito web, facilmente consultabile, che contiene oltre 200 schede su parole chiave redatte alla luce dell’etimologia, dell’uso corrente, dei dati, di innumerevoli esempi di buono o cattivo uso nella comunicazione, di alternative praticabili. Le schede sono compilate con l’intento di essere didattiche e informative, e non censorie o prescrittive, nella consapevolezza che il linguaggio non è statico ma in continua trasformazione. Sono citati anche articoli di giornale, come esempio di informazione virtuosa o tossica, senza indicare il nome della testata o dell’autore dell’articolo, ma soltanto la tipologia (quotidiano nazionale, sito internet, data di pubblicazione ecc.). C’è poi una spiegazione dei termini, dalla loro genesi all’uso preferibile. Tutte le schede si basano sull’uso delle parole scientificamente corretto e più accreditato, quello più accettabile e in cui non è insita una possibile discriminazione o un’offesa.
Nel caso del linguaggio legato al tema migranti, si fa riferimento sia ai termini per definire lo status di chi arriva nel nostro Paese (la differenza tra rifugiati, richiedenti asilo e irregolari), sia ad alcuni termini specifici (dublinati, apolidi) e ad altri discriminatori (nero, negro, di colore, rom, zingari, vu cumprà ecc).

La stessa cura nei termini la impieghiamo anche nella scelta delle immagini (foto e video) a corredo dei contributi giornalistici che appaiono sulla nostra testata. Per questo, speculare al progetto “Parlare civile” è nato qualche anno dopo “Questione di immagine”, nella convinzione che l’uso dei contenuti visivi possa contribuire allo stesso modo a un’immagine scorretta o distorta.
Le immagini, molto più delle parole, creano etichette e generalizzazioni su fenomeni sociali complessi che coinvolgono le fasce più deboli o minoritarie della popolazione. Oppure, al contrario, la forza di uno scatto e di una scena diventano un “simbolo” che aiuta a fissare un momento, una storia, a lungo nell’immaginario collettivo.

  • xRibolla, Italia. Photo © Federico Borselli

È il caso di foto come quella del piccolo Alan Kurdi, rinvenuto cadavere su una spiaggia nel tentativo di raggiungere l’Europa, e diventata simbolo della crisi migratoria nel 2016, capace di smuovere (seppure per un breve periodo) le coscienze sulle stragi della frontiera. Oppure alle immagini associate al fenomeno migratorio, quasi sempre rappresentato da un barcone carico all’inverosimile che evoca l’idea dell’invasione.
Servono quindi competenze giornalistiche, fotografiche, antropologiche e sociologiche per tentare di decostruire alcuni tipici cliché della produzione dei media.

Il progetto, realizzato insieme a Parsec e a Zona, associazione di fotografi professionisti, unisce giornalismo, ricerca sociale e competenze nella produzione di contenuti video-fotografici. Nasce come piattaforma aperta di discussione, per favorire una riflessione sempre più urgente nel mondo dei media italiani.
Per la prima volta in Italia, indaga in modo organico sui meccanismi di costruzione dell’immaginario collettivo sulle tematiche sociali a rischio di discriminazione, attraverso l’analisi delle fotografie e dei servizi video dei principali media nazionali. 

Infine, per raccontare cosa sia l’immigrazione, da sempre Redattore sociale mette al centro le storie delle persone, proprio per passare dal “fenomeno sociale” alla “vita reale”. Troppo spesso, infatti, i migranti, gli stranieri, i ragazzi di seconda generazione, sono l’oggetto del racconto giornalistico, e quasi mai il soggetto. La sfida portata avanti in questi anni è stata anche quella di ridare voce a queste persone, renderle protagoniste della narrazione.
Diversi sono gli articoli e i reportage che ne raccontano la vita nel nostro Paese, sia per denunciare casi di discriminazione o illegalità, sia per mettere in risalto le tante storie positive, di buona integrazione, che restano troppo spesso invisibili.

Che cos’è Redattore sociale

Il progetto è nato nel 2001 come agenzia di stampa e svolge oggi il suo lavoro quotidiano attraverso un portale gratuito (il “magazine” redattoresociale.it);
un portale-agenzia riservato agli abbonati (agenzia.redattoresociale.it) dove, in collaborazione con l’agenzia di stampa Dire, pubblica 80-100 nuovi contenuti al giorno tra notizie, video, photogallery; altri siti web di documentazione.
A questo si aggiunge un’attività ventennale di formazione di giornalisti (45 seminari, quasi 8.000 partecipanti da tutta Italia) grazie alla quale Redattore sociale è stato riconosciuto nel 2014 ente accreditato per la formazione professionale continua dall’Ordine dei giornalisti. Ogni anno realizza anche un prestigioso premio internazionale per i migliori cortometraggi su temi sociali. Dal 2006 gestisce ininterrottamente i contenuti del portale SuperAbile.it e dal 2012 la rivista mensile SuperAbile INAIL, due iniziative editoriali dedicate esclusivamente al tema della disabilità. La sede centrale è nelle Marche, all’interno della Comunità di Capodarco.

Come nasce

L’idea di una testata tematica per dare voce al mondo del sociale nasce da una riflessione portata avanti da un gruppo di intellettuali, giornalisti e operatori del settore, sulla trattazione dei temi legati all’esclusione e il disagio nei media mainstream. Già sul finire degli anni ‘80, infatti, Capodarco aveva dato vita ai primi esperimenti in assoluto di lavoro comune tra il mondo del giornalismo e quello del “sociale”, allora in piena fase di maturazione.
Dagli incontri con alcuni giornalisti del “Gruppo di Fiesole” nasce Il margine della notizia, un’indagine sui titoli di alcuni quotidiani nazionali riguardo i temi del disagio sociale, presentata il 31 marzo 1990 in un convegno nella sede storica della comunità. L’anno successivo la collaborazione si allarga anche all’Ordine nazionale dei giornalisti e alla Federazione dei periodici del volontariato sociale. Ne nasce Titoli minori, un rapporto che raccoglie i risultati di un questionario sulle “fonti delle notizie sulle marginalità sociali” sottoposto a un campione di 250 giornalisti italiani.
Nel 1994 parte il seminario di formazione per i giornalisti sui temi del disagio e dell’impegno sociale, intitolato Redattore sociale. È il primo di una serie di incontri di tre giorni che attireranno ogni anno a Capodarco 200 giornalisti, oltre alle centinaia di partecipanti alle edizioni brevi via via organizzate in altre città. È dagli stessi giornalisti presenti a questi seminari che verrà la sollecitazione a creare uno strumento di informazione e di documentazione sui temi sociali costante, professionale, adeguato ai tempi del giornalismo.

Come si fa l’informazione sociale sul web

La redazione è formata da giornalisti professionisti e documentaristi con un’esperienza ventennale sui temi sociali. Oltre alla sede principale di Capodarco dispone di una redazione a Roma e di uffici di corrispondenza a Bologna e Milano, e ha inoltre corrispondenti da tutte le regioni italiane. 
La sfida ogni giorno è quella di produrre un notiziario alternativo e specializzato, che rimetta al centro i temi considerati marginali dalle altre testate. Questo è possibile integrando le notizie dell’ultim’ora, le opinioni e le esperienze degli studiosi, i fatti dai territori, la documentazione e le banche dati. 
L’obiettivo è di seguire gli avvenimenti del giorno e nel contempo offrire un approfondimento su alcuni “temi caldi”, ma con un punto di vista sempre specialistico. Il mondo delle associazioni, degli operatori e delle mille sfaccettature della società civile rappresenta il terreno di nascita e di crescita di Redattore sociale e, allo stesso tempo, ne costituisce fonte privilegiata.

Eleonora Camilli

giornalista professonista, lavora a Redattore sociale da oltre dieci anni. Si occupa di immigrazione.

 
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