La redazione della “Ricerca” si è trasferita per un paio di giorni a Biella, dove si è svolto, il 5 e 6 ottobre 2018, il terzo convegno biennale di “Pensieri circolari: narrazione, formazione e cura”. Il convegno, ispirato nella sua struttura a “Le storie siamo noi”, si rivolge ai professionisti del settore sanitario e socio-educativo, i quali sono coinvolti nell’ascolto e nella sperimentazione di pratiche narrative ritenute utili al miglioramento del sistema.Il concetto di complessità – presentato in apertura da uno dei massimi esperti del nostro paese, Mauro Ceruti, noto al mondo della scuola per aver presieduto i lavori della commissione che ha scritto le Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione – è stato il filo conduttore delle due giornate, che si sono svolte all’insegna del superamento dei confini che separano le discipline di studio (medicina, psicologia, pedagogia, letteratura, filosofia…), con l’intento di indurre i partecipanti a rinunciare preliminarmente alla pretesa di comprendere tutto e di eliminare ogni contraddizione o incertezza, in modo che siano ancora più disposti a mettersi in ascolto, a interagire in modo aperto con gli altri, accettando i rischi e gli imprevisti che caratterizzano ogni nuovo incontro.

Anche per questo, alle relazioni degli esperti si sono alternate proiezioni video – le interviste a pazienti oncologici realizzate dalla Rete Oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta e i digital storytelling realizzati dal Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino – ed esperienze vocali collettive di circlesong – un esperimento riuscitissimo condotto dal cantante e musicista Riccardo Ruggieri –, e a decine di laboratori, nei quali sono state condivise alcune delle migliori pratiche italiane di narrazione applicata ai diversi contesti educativi e socio-sanitari.

Come ha sostenuto nel suo intervento Vincenzo Alastra, ideatore e organizzatore del convegno biellese, possiamo assumere come «manifesto visivo della complessità» l’intervista narrativa di un paziente oncologico che è riuscito a esprimere, con le sue parole e i suoi silenzi, con il suo respiro affannato e la voce rotta dal pianto, il senso profondo della precarietà esistenziale. «Un uomo – ha affermato Alastra – ci dice, ci mostra come si sta nell’incertezza». E quel risultato, il video montato e editato dagli esperti dell’équipe della Rete Oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta, è importante non solo per la sua qualità intrinseca ma anche, se non soprattutto, per il processo che ha portato alla sua realizzazione. Perché l’approccio narrativo ha sempre una doppia direzione, chiamando in causa gli operatori – medici, infermieri e tecnici della narrazione, – i quali devono instaurare una relazione con il paziente basata sulla conoscenza personale, e i pazienti, che attraverso la narrazione scoprono qualcosa di sé. 

Introdurre consapevolemente e responsabilmente l’approccio narrativo nella formazione del personale socio-sanitario, ma anche direttamente nei contesti di cura, significa dunque riconoscere la singolarità di ogni persona e la sua irriducibile complessità, che non può essere compresa attraverso i tradizionali strumenti diagnostici e terapeutici, i quali mostrano i loro limiti proprio quando riducono la persona a oggetto, escludendola da qualsiasi partecipazione attiva alla cura. Grazie all’approccio narrativo, invece, è possibile coinvolgere la persona attivamente, rendendola partecipe, co-protagonista di un percorso di cura – o, aggiungiamo noi, di educazione e di istruzione – che potrebbe contribuire a “cambiare la prognosi”, come ha evidenziato Christian Pristipino nella sua relazione La complessità come opportunità per la medicina, e anche a riconoscere la valenza politica della cura, consentendo al paziente di acquisire consapevolezza su di sé e sul suo rapporto con la malattia e con le sue possibili cure.

 
Segui La Ricerca
ultimi tweet

Logo Loescher