“Donne e lotta armata”: un saggio di Daniela Bini esplora la violenza politica declinata al femminile.Parto ancora una volta da un’occasione scolastica: anche quest’anno mi ritrovo a lavorare sull’immaginario epico e tragico e, per una lezione su Medea, mi lascio trascinare (ben oltre il necessario) dalle diverse interpretazioni che la vogliono ora strega malefica, ora ribelle alla condizione di minorità dettata dall’essere donna e migrante (in un luogo e in un tempo in cui donne e stranieri non avevano alcun diritto), ora vittima di una cultura patriarcale che, per voce di Euripide, le attribuisce colpe che non ha (secondo la versione di Christa Wolf); da ultimo forza distruttrice della polis sotto mentite spoglie femminee, come nella riedizione attuale (a cura di Daniele Salvo) della trasposizione di Luca Ronconi, che (già nel 1996) volle una “Medea uomo”, con le fattezze e la voce di Franco Branciaroli. 
Non sarà forse un caso che durante questa esplorazione didattica mi abbia accompagnato la lettura del lavoro di Daniela Bini (storica, ma anche collega d’insegnamento liceale), oggi alle stampe con il titolo Donne e lotta armata (Derive e Approdi, Roma 2017). 

Il saggio indaga ciò che lega i due termini del titolo e si concentra su alcune militanti delle Brigate rosse e di Prima linea (solo accennata la questione delle donne nell’eversione di estrema destra, con il caso unico di Francesca Mambro, pp. 239-284). Tra i meriti del lavoro, la particolare attenzione alla “storia orale” e alle memorie soggettive, con lo spoglio delle testimonianze filmate e, soprattutto, l’ascolto diretto di alcune ex militanti (Barbara Balzerani, Nadia Mantovani, Cecilia Massara, Susanna Ronconi, un’ex brigatista anonima e, in chiave di controcanto, anche la voce maschile di Raffaele Fiore, Giuseppe Scirocco e Sergio Segio). È questa una scelta che pone non pochi problemi allo storico, dato che, per usare le parole di una delle intervistate, qualche volta «il senno di poi» (nelle testimonianze attuali) può diventare una «falsificazione del senno di allora», la memoria è «oblio e riscrittura e anche a volte fiction» (dall’intervista a Susanna Ronconi, p. 341).
Tuttavia, al netto di eventuali mistificazioni volontarie, l’intenzione è esattamente quella di confrontare la lingua di allora e l’espressione di oggi, misurando come la distanza cronologica ed esistenziale si traduca in parole, e con particolare dolore nel caso di chi ha ucciso e si trova per sempre nella condizione di «continuare a darsi una ragione del perché si è scelto» (la stessa Ronconi a p. 342). 

Oltre la damnatio memoriae

La ricerca ha molteplici ragioni d’interesse, che riguardano non soltanto le protagoniste dell’inchiesta, ma anche la percezione che di questi temi si è avuta e si ha. 
Quando si attraversano stagioni dolorose e divisive, come sono stati per noi gli anni Settanta e Ottanta, non è infrequente riscontrare una damnatio memoriae che colpisce il reo ben più a lungo della sentenza del tribunale e a prescindere dal cammino percorso in termini di consapevolezza del male inflitto. Questa dannazione prolungata (che però poco giova alla comprensione di ciò che è stato) diventa particolarmente severa quando il colpevole è donna e sussiste l’aggravante che la violenza sia rivendicata appunto come scelta e non già raptus irresistibile, magari esito passionale e tragico di un amore tradito o di una vita desolata. 
La rimozione è un dato ricorrente per quel che riguarda i cosiddetti Anni di piombo. Chi, come me, appartiene alla generazione nata negli anni Settanta forse ha un repertorio di scene e immagini alle quali è a lungo mancato un corredo di parole che permettesse di integrare e comprendere ciò che era successo. Vigeva, mi pare, un silenzio protettivo: eravamo bambini ai quali si chiedeva di restare fedeli al mito consolatorio del cattivo che abita un paese lontano lontano e assomiglia all’orco o alla strega (eppure vedevamo, abbiamo visto, e certe immagini sono state anche nostre).
La rimozione è un dato ricorrente per quel che riguarda i cosiddetti Anni di piombo.Ma anche oggi che le immagini e i filmati sono tanto più pervasivi e la violenza torna a isolarci con il suo terrore per le strade delle città europee, rischiamo la stessa deriva: lasciarci distrarre dalle streghe e dall’uomo nero, dimenticare che il male è (con pochissime o forse nessuna eccezione) una scelta prima che un destino, tralasciare così il dovere di cercare parole giuste per raccontarlo ai nostri figli. E, del resto, come educare loro alla complessità senza educare noi stessi per primi?

Il paradosso di Medea

I miti e le narrazioni che ci hanno allevati sono costellati da figure femminili violente, ma, il più delle volte e fin dai tempi più antichi, esse rappresentano l’esemplificazione di un mondo alla rovescia (il femminile ferino, antitetico rispetto all’armonia razionale della polis, che nel distruggere nega anzitutto se stesso, si pensi al seno amputato delle Amazzoni o alla maternità di Medea, tradita dall’infanticidio); oppure raccontano una collaborazione sussidiaria e marginale ai processi più cruenti della storia. Agisce tuttora, in maniera più o meno palese, una specie di pregiudizio maternalistico, dal quale muove lo sconcerto per chi è biologicamente predisposta a dare la vita e invece sceglie di farsi portatrice di morte. Certo, ci sono state Giovanna d’Arco e anche le donne impegnate nelle Guerre d’indipendenza o nella Resistenza: ma non sfuggirà che la prima seguisse una chiamata sovrannaturale e le altre abbiano svolto, nella vulgata se non nella realtà, un ruolo per lo più ancillare, una sorta di “maternage di massa” (custodi di una residua normalità in tempo di guerra, soccorritrici o, al più, staffette). 
La più tenace tra noi, incapace di non riuscire a far bene quello che doveva. 
(Alberto Franceschini a proposito di Mara Cagol, p. 171)
Il saggio di Bini mostra come la lunga storia dell’emancipazione femminile passi anche attraverso il riconoscimento nella donna militante di una precisa e consapevole responsabilità (parola chiave di tutte le testimonianze). Riconoscerla non è facile perché nella storia dell’umanità l’impiego della violenza nella soluzione di conflitti politici è stato quasi sempre un fatto di uomini e dunque da uomini.

«Per affrontare la questione della presenza femminile nella lotta armata degli anni Settanta e Ottanta, è anche necessario considerare con oggettività la questione della possibilità della violenza delle donne tout court, come strumento non solo privato di soluzione di un dato conflittuale, ma anche come strumento politico. [… ] Il presupposto non è facile perché cozza contro un dato ormai fatto proprio e ampiamente metabolizzato dalla maggioranza dell’opinione pubblica, che stenta a riconoscere nella donna l’autrice di atti di violenza volontaria. Se e quando una donna compie simili atti in un contesto in cui tali atti non trovano giustificazione, come l’Italia del dopoguerra, per la maggioranza delle persone si configura come individuo deviato, psicologicamente instabile o ai limiti del fanatismo. Fatica a tramontare un approccio maternalistico, che individuando un legame tra struttura biologica e propensione alla violenza, concepisce quest’ultima solo in termini di devianza, follia, oppure di estensione del tradizionale ruolo assistenziale associato alle donne, che quindi impiegherebbero la violenza solo per difendere o proteggere» (p. 54).

Le donne che presero parte alla lotta armata sono molte meno dei loro compagni uomini, ma molte di esse ebbero ruoli di primo piano. Quando, nei fatti, esse interpretarono ruoli marginali, ciò accadde per la necessità strategica di sfruttare come copertura lo stereotipo comune della donna rassicurante, che genera meno sospetti e stimola fiducia. Ciò emerge bene nel doppio ruolo di Annalaura Braghetti, giovane “sposa” (e vivandiera) nell’appartamento in cui fu prigioniero Aldo Moro, ma esecutrice materiale dell’efferata uccisione di Vittorio Bachelet, solo due anni più tardi.

Chi fa il male è sempre altro, ma l’alterità della donna omicida è più forte e incomprensibile.I miti fratricidi che raccontano l’origine dell’umanità o la fondazione delle città insegnano che il male è ab origine un fatto umano: siamo figli di Caino e di Romolo, la stirpe è quella. Se queste narrazioni hanno un senso, sarà bene riconoscere che consanguinei e simili sono anche gli uomini e le donne che hanno praticato una guerra a cui la maggioranza del paese non credeva. Lo sono non meno di quelli che sono morti, di quelli che li hanno combattuti e fermati, dei più che volevano soltanto vivere. Questo riconoscimento è tutt’altro che semplice, perché chi uccide è quasi sempre percepito come altro da noi. In fondo, vale anche oggi che il terrore si lega al fondamentalista invasato, radicalmente legato a un altrove culturale e geografico (salvo lo sconcerto di scoprire che, prima della radicalizzazione, egli è stato lungamente parte della nostra comunità). Chi fa il male è sempre altro, ma l’alterità della donna omicida è più forte e incomprensibile. Lo si evince dall’incredulità che portò alcuni magistrati a cercare senza risparmio ricostruzioni alternative a quelle che vedevano una donna a capo di un commando (p. 195, ricordo tratto da Compagna luna, di Barbara Balzerani); oppure dalle cronache della stampa italiana esaminate nel capitolo sulla rappresentazione mediatica delle donne militanti (pp.199-212). Per quasi tutti i giornali dell’epoca la morte di Margherita Cagol in un conflitto a fuoco rappresentava la tragica fine di una ragazza cattolica e di buona famiglia trascinata in una storia sbagliata dal marito Renato Curcio.

Do you remember revolution

Le donne di cui Daniela Bini racconta hanno distrutto la vita di altri esseri umani in nome di una lotta armata intesa come guerra contro lo Stato e il sistema capitalistico. In questo saggio (un po’ a sorpresa) la parola terrorista non compare mai; ricorrono, invece le parole militante, militanza, lotta armata, a sottolineare una violenza ritenuta, da chi la compiva, giusta e persino urgente perché legittimata dalla necessità della rivoluzione.
In questo saggio (un po’ a sorpresa) la parola terrorista non compare mai; ricorrono, invece le parole militante, militanza, lotta armata.Do you remeber revolution è un documentario poco noto in Italia, realizzato dalla regista di Loredana Bianconi nel 1998, e raccoglie i racconti autobiografici di quattro donne ex militanti (Bini ne dà conto in particolare in un capitolo dedicato, pp. 26-33). Vi si scopre che esse hanno avuto storie come tante: sfilavano nelle manifestazioni operaie, partecipavano alle iniziative dei movimenti giovanili, si univano alle rivendicazioni femministe (prima del “reciproco e rancoroso” distacco) e, come molti a quell’epoca, teorizzavano la rivoluzione – si vedano in proposito i capitoli dedicati alla formazione e al retroterra culturale, quindi ai rapporti con il Movimento femminista (pp. 47-97).
Il mito della rivoluzione è stato lo sfondo di tante vite, ma di questa narrazione ideologicamente fondata alcuni e alcune hanno fatto una premessa reale, la loro “assunzione di responsabilità” è arrivata alla determinazione di combattere una guerra che per altri (la maggioranza) nemmeno esisteva. Allora, come in ogni guerra, si sono contati i feriti, i morti: lutti insanabili, vite distrutte. 
Com’è che accade che qualcuno vede e sente mentre tutti intorno sembrano ciechi e sordi e possono attraversare senza sentire che quello che succede li riguarda come niente altro al mondo? 
(Barbara Balzerani, p. 100)
L’azione di sparare è spesso associata a uno stato che le testimonianze di uomini e donne descrivono come apnea, sospensione temporanea di ogni emozione (così nel capitolo Donne militanti e violenza contro persone: anestesia, apnea, sospensione, pp. 174-178). Si tratta di una condizione psicologico-emotiva che la studiosa Anna Bravo definisce «anestesia morale» e che è il nodo cruciale di queste esistenze: il momento in cui non c’è più spazio per le domande e non ancora per i dubbi e i ripensamenti che verranno poi. Ma proprio la temporanea sospensione emotiva di cui tutte le testimonianze parlano è il segno che un altro delitto si consuma quando qualcuno uccide: questo consiste nel negare se stesse e costringersi a vedere nella vittima soltanto un nemico, a privarla così della sua umanità perché la paura non si mischi alla pietà, vanificando ogni determinazione. Per usare le parole di Annalaura Braghetti, «Devi mettere da parte l’umana pietà. In un angolo buio e chiuso, e non passare mai più dì con il pensiero. Devi evitare sentimenti di qualunque tipo, perché sennò, con le altre emozioni viene a galla l’orrore» (p. 179, a proposito dell’omicidio Bachelet).
Certo è lecito chiedersi quanta parte abbiano in questo congelamento emotivo anche le ragioni soggettive e psicologiche di ciascuno e per questa domanda non basta certo lo storico, che infatti riconosce l’impossibilità di definire un profilo della donna militante che valga per tutte (p. 287).
Tuttavia, se l’antidoto di ogni anestesia morale può essere la conoscenza, avrà un senso questo viaggio nelle memorie personali di alcune ex militanti, perché liberandole dagli stereotipi, riassegna uno spazio alla loro libertà e alla loro responsabilità (quelle di allora e quelle di poi). E questo è appunto lo spazio che permette anche la nostra riflessione etica.

Elena Rausa

Docente di Lettere nei Licei e Dottore di Ricerca in Italianistica. Nel 2014 è uscito il suo primo romanzo, "Marta nella corrente" (Neri Pozza).

 
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