La sfida posta dalle fake news interroga la nostra intera dimensione culturale. Da «La ricerca» #13, l'articolo di apertura del Dossier.

  • xOrson Welles in un fotogramma del film "Quarto potere", diretto da lui stesso, 1941.

Solo i lettori più avanti negli anni ricorderanno la famosa invasione delle vipere volanti, paracadutate al suolo nelle regioni montuose del Nord Italia da misteriosi elicotteri, forse guidati da ambientalisti radicali. L’inquietante “notizia” circolava nei primi anni Novanta, ben accompagnata da altre mirabilia: un coniglio che si diceva risuscitato in Emilia Romagna, un topo-salmone avvistato in Alto Adige, una signora che aveva visto esplodere entrambi i suoi seni, due amanti rimasti incastrati tutta la notte tanto che, assicuravano i più informati, erano arrivati così al pronto soccorso...

A quei tempi non si chiamavano ancora fake news ma leggende metropolitane, e per molti buoni motivi attiravano l’attenzione di sociologi e filosofi indagatori dello spirito del tempo. Ricordo che ad Alessandria venne fondato addirittura un centro studi per censirle, catalogarle, capire come nascessero e possibilmente perché, cioè a quali bisogni rispondessero. Stupiva soprattutto la loro capacità di diffondersi al di fuori di tutti i media informativi allora esistenti, attraverso un passa parola vis a vis dotato di un’efficacia che oggi chiameremmo virale

Come è possibile che studenti delle medie inferiori non siano in grado di distinguere una notizia da un annuncio pubblicitario?Ricordare queste recenti tappe della nostra storia suggerisce di ridimensionare il ruolo, oggi generalmente ritenuto essenziale, attribuito a internet nella nascita e nella propagazione delle fake news. Certamente non è facile orientarsi nella Babele informatica, ma la ricerca pubblicata lo scorso anno dall’Università di Stanford dimostra che il problema riguarda soprattutto i giovani. Dal fatto che i nativi digitali siano più bravi degli adulti a navigare in rete non consegue affatto che siano anche in grado di valutarne i contenuti. Ciò che più colpisce in questo articolo è il sincero sconcerto dei ricercatori di fronte alle evidenze rilevate: come è possibile che studenti delle medie inferiori non siano in grado di distinguere una notizia da un annuncio pubblicitario? 

Temo però che la soluzione proposta dai ricercatori di Stanford, ossia l’elaborazione di un curriculum scolastico specificamente dedicato alla web literacy, sia insufficiente e al limite mistificante. Ciò che caratterizza il mondo di internet è l’essere complessivamente un testo molto complesso e il richiedere quindi una lettura fondata su un alto livello di competenza esegetica. Nulla di straordinario in realtà, perché non ci vuol molto a sospettare che quella delle vipere volanti sia una bufala, anche se trovasse in rete milioni di follower.
Ora, il buon senso interpretativo si sviluppa o con l’esperienza della vita, e ciò spiega perché sia più diffuso negli adulti, o con la conquista di una sottigliezza mentale che solo il possesso di una buona cultura generale e umanistica può garantire.

La scuola italiana propone già un curriculum per distinguere il vero dal falso, per ragionare con la propria testa e discutere con gli altri. Si chiama filosofia, ma è un’opportunità formativa oggi del tutto sprecata a causa dell’impianto storicistico che ingessa il suo insegnamento.Il problema delle fake news non è risolvibile con una didattica ad hoc, perché richiede un ripensamento dei modelli formativi oggi dominanti. È una sfida culturale che il mondo contemporaneo pone alla scuola. Ma la si potrebbe affrontare anche senza immaginare riforme apocalittiche. Vorrei far notare che la scuola italiana è fra le poche nel mondo a proporre già un curriculum finalizzato ad acquisire la competenza di distinguere il vero dal falso, o per lo meno a ragionare con la propria testa e discutere con gli altri con vicendevole profitto. Si chiama filosofia, ma è un’opportunità formativa oggi del tutto sprecata a causa dell’impianto storicistico che ingessa il suo insegnamento. 

  • xUn rito d’altri tempi: la lettura mattutina del quotidiano, in metropolitana.

Il bisogno di andare oltre l’obiettività
Questa riflessione sembra avvalorata dagli altri due articoli che compongono il Dossier. Il primo tenta di spiegare come mai i giovani oggi mostrano un forte disinteresse per tutti i media informativi che perseguono l’ideale dell’obiettività giornalistica (quotidiani, telegiornali, ecc.) mentre amano i programmi di satira politica e i talk show partigiani, nei quali la faziosità polemica annulla ogni evidenza fattuale. Dalle risposte non emerge un istupidimento di massa, ma un bisogno di senso, di andare oltre il fatto per capirne il significato, di acquisire non tanto informazioni quanto una formazione, qualcosa di significativo per la loro esistenza. È in fondo una richiesta d’educazione, una domanda agli adulti di chiarire quali sono i valori in cui credere. Paradossalmente, è proprio ciò che la scuola dovrebbe offrire. 

Perché i giovani oggi preferiscono la satira politica e i talk show ai quotidiani e ai telegiornali? Forse per un bisogno di senso, di andare oltre il fatto per capirne il significato, di acquisire non tanto informazioni quanto una formazione.La questione delle fake news è posta su un piano culturale ancora più profondo dal libro di Kurt Andersen la cui recensione conclude il Dossier. Forse al lettore italiano può non importare molto se l’America sia realmente Fantasyland, la terra dei creduloni. E potrebbe obiettare che anche la storia di altri popoli è intessuta di fake news (cosa altro era la donazione di Costantino?). Ma invito a prendere sul serio la diagnosi finale cui giunge il giornalista americano: l’attuale egemonia della post verità concluderebbe una traiettoria messa in moto negli anni Sessanta dalla controcultura giovanile negli anni Sessanta, non per caso un altro momento storico caratterizzato da una forte scollatura generazionale. È stata l’epoca della contestazione a generare quei virus culturali che alla fine hanno infettato la mentalità comune: il dietrologismo e il cospirazionismo, la diffidenza verso la scienza, gli esperti, l’obiettività e l’autorità intellettuale. 

Non so quanto la diagnosi di Andersen sia azzeccata, e sinceramente, da ex figlio dei fiori, vorrei che non lo fosse. Ma è un argomento su cui varrebbe la pena di discutere.

Ubaldo Nicola

Direttore del cartaceo de La ricerca e coautore dei manuali Loescher Filosofia: "Dialogo e cittadinanza", "Il nuovo pensiero plurale", "Passeggiate filosofiche", "Pensare la Costituzione".

comments powered by Disqus
 
Segui La Ricerca
ultimi tweet

Logo Loescher