Quale tipo di narrativa contraddistingue oggi la rappresentazione che l’Europa offre di se stessa? Per quanto importanti, le motivazioni razionali e utilitaristiche sono sufficienti a sostenere un progetto politico di tale portata? Forse no, come dimostra il confronto con una narrazione di successo: il sogno americano.

Dall'interno del Café Europa a Copenhagen

In una conferenza al Palazzo Bellevue a Berlino il 22 febbraio 2013, dopo aver incoraggiato gli europeisti a impegnarsi attivamente nel «plasmare una Europa migliore», il presidente tedesco Joachim Gauck [in carica fino a marzo 2017, N.d.R.] ha osservato che «non c’è una narrazione generale in grado di conferire all’Europa la sua identità». È un’affermazione che solleva alcune questioni. Quale potrebbe essere tale narrativa? Chi ne sarebbero i protagonisti? Cosa li potrebbe motivare?

In gioco vi è la possibilità stessa di una “narrazione europea”, e con questo intendo un racconto capace di esprimere fiducia e impegno verso un’Unione europea forte, indifferentemente dal fatto che tale forza sia collocata nell’integrazione economica, nell’armonizzazione giuridica o in qualsivoglia altro obbiettivo strategico.

Una storia comune o un mito di fondazione?

Il discorso del Presidente Gauck mostra quanto sia difficile rispondere a queste domande e, di conseguenza, formulare una descrizione convincente di cosa si intende con Europa. Proseguendo nella sua analisi, egli afferma che una narrazione europea dovrebbe legare le persone attraverso una «storia comune» o un «mito fondatore». Mi sembra che dietro questa idea vi siano due presupposti.

In primo luogo, si dà per scontato che si possa effettivamente raccontare una storia condivisa e che questa comune biografia potrebbe unire i cittadini europei, se solo si riuscissero a trovare i fatti rilevanti su cui fondarla. Tuttavia, il recente dibattito storiografico sviluppatosi in occasione del centenario dello scoppio Si presume che una visione dell’Europa debba essere radicata negli eventi passati. Eppure, una narrazione non deve per forza riferirsi al passato. Può anche raccontare cosa potrebbe accadere, come fa l'American dream.della prima guerra mondiale ha dimostrato che per qualsiasi società è impossibile identificare una storia comune o un mito fondatore senza distorcere grossolanamente l’effettiva realtà storica, sempre molto più complessa e variegata. Se questo è il prezzo di una narrazione condivisa, siamo autorizzati a chiederci se ne vale la pena.
In secondo luogo, si presume che una visione dell’Europa debba essere radicata negli eventi passati. Eppure, una narrazione non deve per forza riferirsi al passato. Può anche raccontare cosa potrebbe accadere. Di questo tipo, ad esempio, è il racconto politico probabilmente più influente nell’epoca contemporanea, il cosiddetto “sogno americano”, così come è stato formulato per la prima volta da James Truslow Adams: «il sogno di una terra in cui la vita dovrebbe essere migliore, più ricca e più piena per tutti, con la possibilità per ognuno di realizzare se stesso in base alle proprie capacità».

Il paragone con il sogno americano

Il successo dell’american dream, considerato come una narrazione politica, dovrebbe suggerire agli europeisti una pausa di riflessione, perché le storie che essi mettono in campo sono quasi completamente diverse. In primo luogo, le narrazioni europee fanno appello soprattutto alla razionalità dei cittadini, all’interesse personale che dovrebbe essere favorito da una convergenza di provvedimenti economici e politici. 

Poche persone crederebbero al sogno americano se calcolassero razionalmente le probabilità del suo realizzarsi; ma non è questo il punto. Il punto decisivo sta nella capacità di una narrazione di articolare una speranza.Il modo in cui il Presidente Gauck narra le origini e lo sviluppo dell’Unione europea è un classico esempio di questo atteggiamento, che del resto si ricollega al pensiero di Jean Monnet, secondo il quale l’Europa avrebbe dovuto essere «una comunità razionalmente vantaggiosa per tutti gli Stati membri». Attualizzando questo principio, il presidente tedesco vede nella globalizzazione dell’economia la motivazione principale del progetto comunitario, perché «solo se unita l’Europa ha oggi qualche possibilità di agire nel mondo con un ruolo protagonista».

Il fatto è che le attuali ricerche sui processi psichici sottostanti il pensiero politico, ad esempio le analisi condotte dal linguista statunitense George Lakoff, dimostrano che sono le emozioni ad avere un carattere fondante, non la razionalità pura. Poche persone crederebbero al sogno americano se calcolassero razionalmente le probabilità del suo realizzarsi; ma non è questo il punto. Il punto decisivo sta nella capacità di una narrazione di articolare una speranza. 
Per gli europeisti, quindi, la sfida sta nel formulare una visione dell’Europa che abbia una portata emotiva paragonabile a quella del sogno americano. E in fondo questo è l’unico modo per vincere le narrazioni nazionaliste degli euroscettici, spesso caratterizzate da un alto tasso di emotività.

Passato e futuro non sono interscambiabili

Va poi considerato che oggi, quando cerca di attingere alle emozioni, il racconto dell’Europa è sempre rivolto al passato. 
Anche questa tendenza è ben esemplificata dal presidente Gauck. Ricordando le conseguenze del secondo conflitto mondiale, egli afferma che: «Non dimenticheremo mai che, dopo la guerra, l’incrollabile convinzione sia dei politici sia della gente comune poteva essere espressa in due parole: mai più». È quella che potremmo chiamare una narrazione “all’indietro”: ci invita a non ripetere gli errori del passato. Il sogno americano, al contrario, è una narrativa rivolta in avanti: ci invita a muoversi verso risultati futuri e desiderabili.

Le narrazioni proiettate sul futuro sono più potenti se non altro perché l’impatto emotivo di quelle rivolte al passato finisce sempre con indebolirsi nel tempo.Si potrebbe supporre che le narrazioni proiettate sul futuro siano più potenti se non altro perché l’impatto emotivo di quelle rivolte al passato finisce sempre con indebolirsi nel tempo: il “Mai più” di cui parla il presidente federale non può avere per i millennials la stessa forza che aveva per i giovani del 1950. 
E d’altra parte, quando si rivolgono al futuro, le narrative europee non riescono a uscire dalla mera dimensione dell’opportunità razionale: gli argomenti riguardano quasi sempre l’opportunità di creare un blocco economico come garanzia di prosperità e sicurezza, senza la capacità di introdurre ulteriori elementi emozionali. 

Fare appello alle aspirazioni individuali

Infine, un difetto delle narrative europee sta nel sussumere l’individuo nella collettività. Il presidente Gauck sfiora questo aspetto del problema quando auspica che «la futura Europa mitighi i timori dei cittadini e dia loro possibilità di azione». 
È un approccio che fa dipendere la prospettiva individuale da un quadro politico ampio e troppo lontano dai singoli. Una narrazione politica efficace deve invece fare appello soprattutto alle aspirazioni degli individui, anche se deve allo stesso tempo delineare un contesto politico più ampio che permetta la loro realizzazione. È quanto riesce a fare l’ideologia del sogno americano, che certo comporta una dimensione collettiva oltre che individuale, ma che sicuramente deve la sua perenne popolarità alla capacità di rivolgersi ad “ognuno” piuttosto che un più ben impersonale “tutti”. 

Tutto ciò non è facile a livello di politica nazionale e diventa esponenzialmente più difficile quando sono coinvolti 28 Paesi. È quindi impossibile formulare una narrativa europea che parli alle speranze degli individui sparsi in un intero continente? Forse. Ma è proprio questa la domanda giusta da porsi? Le popolazioni e gli individui che oggi abitano in Europa possiedono valori diversi in relazione a identità molteplici e spesso in competizione: nazione, regione, generazione, etnia, religione, classe, genere, sessualità. Ma una narrazione politica efficace e unitaria può toccare solo una piccola parte di tale complessità. Più che un singolo racconto, gli europeisti dovrebbero forse  mettere a punto un’intera antologia.

Tratto da: A. Armstrong, Chasing the Tale. The European People struggle with their Identity, in “The European”, maggio 2014.
Traduzione di Francesca Nicola.

Adrian Armstrong

È professore di Letteratura francese al Queen Mary College, presso l’Università di Londra. Tra i suoi campi di specializzazione vi sono la letteratura medievale e la poesia dei cosiddetti “grands rhétoriqueurs”.

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