Il più bel monumento alla Resistenza è, secondo alcuni, il sacrario dei caduti di Sabbiuno, sull’Appennino bolognese. Progettato negli anni Settanta sul luogo dell’eccidio da un gruppo di giovani architetti un po’ utopisti, sottolinea le tracce degli accadimenti con interventi molto essenziali sul paesaggio.1993: sono in auto con i miei amici, è l’ultimo anno di liceo. Abbiamo la patente da poco. Ci piace andare sui colli, salire dal quartiere allegro e facoltoso di san Mamolo, infilare via dei Colli con le sue curve e i suoi saliscendi. Ci piace lasciare la città alle spalle, ascoltare Lenny Kravitz in cassetta, sentire il fresco della vegetazione verdissima e fitta che entra dai finestrini abbassati, lanciare lo sguardo oltre i campi quando gli alberi concedono aperture improvvise. Chi sta alla guida spesso imbocca via di Sabbiuno, verso i calanchi drammatici ed enormi, verso la nostra Resistenza della quale non parliamo ma che vive nella terra d’Emilia. A volte ci fermiamo nel parcheggio davanti a un piccolo memoriale. Forse nel maggio di quel ’93 non leggiamo l’elenco dei nomi, forse quelle prime volte neanche io li lessi. Sono nomi e cognomi con accanto le età, gli anni: 22 anni, 18 anni, 25 anni. Le età anche nostre. 

1973: sui colli di Bologna tre giovani architetti realizzano un memoriale ai caduti della Resistenza fucilati in quegli stessi luoghi quasi trent’anni prima. Il memoriale sorge proprio dove si svolse la vicenda, sul monte Sabbiuno e nel calanco sottostante. Gli architetti sono Umberto Maccaferri e Gian Paolo Mazzuccato, del Gruppo Architetti Urbanisti Città Nuova, più Letizia Gelli Mazzuccato, vicina al gruppo ma in posizione di autonomia. 

1961: nasce il Gruppo Architetti Urbanisti Città Nuova, un collettivo che ha scelto di fare architettura – e urbanistica – lasciando scientemente da parte la figura dell’architetto come singolo creatore, per mettersi in ascolto del territorio e della comunità, e per lavorare insieme. Nei primi anni abbandonano il gruppo diverse personalità. Restano Umberto Maccaferri e Gian Paolo Mazzuccato, ai quali si unirà a volte la sensibilità di Letizia Gelli Mazzuccato. La loro idea di opera è la realizzazione di ciò che è suggerito dal contesto, di ciò che può essere assorbito dal tessuto sociale. Di una forma pacificata, collettiva. Il presupposto è la rinuncia al “progetto”, all’intervento ex novo, alla vanità dell’opera calata dall’alto, dell’opera quando è espressione di creatività fine a stessa. «Qualsiasi cosa è anemica se non è alimentata da una società che ci si riconosce in modo ricco e positivo; corrispondere a queste esigenze è il lavoro di un architetto, ma corrispondere in modo positivo, attivo e costante non è facile, con il rischio […] di creare segni che finiscono per prevaricare generando scollamenti, astrazioni e velleitarietà, rendendo difficile questa indispensabile simbiosi», scrive Gelli Mazzuccato.

1993: lasciamo le auto nel parcheggio, entriamo da un cancellino di ferro, pochi scalini e poi, a sinistra, l’erba. Camminiamo qualche metro in mezzo ai fiori di campo, mentre alla nostra destra c’è il vuoto del calanco disteso. Siamo protetti da piccoli massi arenacei, in fila a scandire una sorta di protezione. Sono tombe, anche se non custodiscono i resti. Custodiscono il ricordo. Su ogni sasso, in rosso, un nome. Su uno soltanto, invece, questo: 47 sconosciuti. Tutti loro, conosciuti e sconosciuti, ci accompagnano dove vogliamo andare noi: tra il muro curvo di cemento a vista, che rappresenta i soldati schierati, e il ciglio alto del calanco. Qui ci sistemiamo, con le birre e le chitarre. Forse è sera e non guardiamo i nomi sui sassi. Di certo però siamo consapevoli che nelle feritoie del muro alle nostre spalle sono inseriti i calchi delle mitragliatrici della seconda guerra mondiale.

1945: con la primavera, in fondo al calanco di Sabbiuno (ma non solo lì) vengono trovati diversi cadaveri. Di 53 si risale all’identità, di altri no. Sono partigiani imprigionati nelle carceri di San Giovanni in Monte e fatti uscire in due gruppi nel dicembre del 1944. Di loro non si era saputo più niente. Eccoli. Alcuni sono gappisti che hanno partecipato alla battaglia di Porta Lame, i primi a essere fucilati.

  • xSabbiuno, la pietra dei morti senza nome. Foto Donata Cucchi
  • xSabbiuno, una delle mitragliatrici. Foto Donata Cucchi
  • xSabbiuno, il monumento e il calanco: s’intravede il filo spinato che scende verso la croce bianca. Foto Donata Cucchi
  • xSabbiuno, i sassi con su scritti i nomi dei caduti che portano al luogo della fucilazione. Foto Donata Cucchi
  • xSabbiuno, il memoriale con i nomi e le età dei caduti riconosciuti. Foto Donata Cucchi

1973: il 2 giugno, per la festa della Repubblica, viene inaugurato il Monumento ai caduti di Sabbiuno. Più che un singolo monumento, è un confluire di percorsi: dei partigiani verso il luogo della fucilazione, dello sguardo dietro la mitragliatrice di chi ha sparato e ucciso, dei corpi insanguinati lungo il calanco - percorso definitivo, che chiude. Con questo monumento, la vicenda ricomincia il suo giro, anche se nella forma di un’eco dolente e delicatissima: «Questo monumento è il punto di incontro e confronto dei passi dei partigiani uccisi con i nostri passi pesanti su di loro, di quello che loro hanno visto con quello che noi vediamo, di quello che loro hanno pensato con quello che noi oggi pensiamo. Tutti questi valori, queste considerazioni, questa partecipazione collettiva hanno determinato questo monumento perché nessuna cosa conclusa poteva contenere tanta ricchezza umana», dicono gli architetti. Dagli altoparlanti, come parte dell’opera, il discorso sulla Costituzione di Pietro Calamandrei.

Per il monumento ai caduti di Sabbiuno sono state usate parole bellissime. Chi l’ha definito «un piccolo miracolo», chi ne ha sottolineato l’aspetto «laico e inclusivo». Di passaggio, è stata menzionata anche la Land Art. Molto esatto è senz’altro il verbo che scelgono gli architetti stessi, sia in rapporto a quest’opera, sia ad altre nelle quali si sono impegnati. Ed è segnare. Segnare i luoghi. Significa ascoltare un luogo, riconoscerlo, farlo riconoscere ad altri. Non imporsi, ma anzi mettersi al servizio: di un accadimento, di una comunità. Se ha senso un memoriale, allora non può che essere un luogo di esperienza, che accoglie, che porta verso ciò che è stato. Non che lo pone in una teca, che lo distanzia, che lo rende inoffensivo. 

Certo, la me del 1993 non aveva passi pesanti come quelli dei partigiani. Però qualcosa deve esserle successo, se negli anni diverse volte lì è tornata, se ha sentito di voler mostrare quel luogo a tante persone care, soprattutto a non bolognesi che generalmente ne ignoravano l’esistenza. Ma l’ignoranza era quasi un fatto previsto. «Questo lavoro di riconoscimento è particolare perché non è gridato forte, ci si può passare davanti mille volte e non capire. Ma se uno entra, è obbligato a un percorso mentale che lo rende partecipe in un modo molto più intenso» scrive ancora Letizia Gelli Mazzuccato, alla quale quest’opera in particolare deve tantissimo. E se si entra, infatti, lo si fa prima di tutto nella fila dei prigionieri, evocati dai sassi che accompagnano al luogo della fucilazione. Ma poi la prospettiva cambia e ci si trova con una mitragliatrice ad altezza spalla a guardare verso il calanco, con le sue cicatrici argillose, con il suo travaglio. Infine, se si ha un occhio attento e, probabilmente, lo si sa, si può seguire il filo spinato rosso che scende dal muro di cemento lungo il calanco, segno di sangue e corpi, giù fino alla croce bianca che è la chiusura nuda di questa vicenda. 

1944: il 14 e il 23 dicembre, dal carcere di San Giovanni in Monte, due gruppi di prigionieri, incolonnati a piedi o su camion coperti, vengono portati a Sabbiuno e fucilati. Sono partigiani della zona est di Bologna, fra Anzola, Calderara di Reno e Amola di Piano, distaccamenti della 7° gap e della 63° brigata Bolero. Nessuno viene informato. 

1955: il 26 gennaio il giurista Pietro Calamandrei parla della Costituzione a studenti universitari e medi di Milano. Il discorso si conclude così: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità. Andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione».

Donata Cucchi

Laureata in filosofia, lavora per la casa editrice Zanichelli dal 2005. In precedenza ha lavorato per la Libri Scheiwiller. Ha inoltre collaborato con diverse case editrici, tra cui Mondadori, Utet, il Mulino. 
Da alcuni anni si dedica anche alla fotografia e al teatro (inteso come lavoro sulla persona).

 
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