Parola dell’anno 2016 secondo l’autorevole Oxford English Dictionary, la post verità ha molte facce e connotazioni diverse. Coniata da alcuni studiosi negli anni Novanta per descrivere un mondo dove l’apparenza cominciava ad avere più importanza della sostanza delle cose, è diventata di uso comune con la diffusione della rete e dei social: luoghi dove chiunque può dire la sua senza filtri e senza controlli, e il valore di una qualsiasi affermazione non dipende dalla aderenza alla realtà, ma dal numero delle visualizzazioni e dai “mi piace” ottenuti. Campi d’azione perfetti, dunque, per il gioco vecchio come il mondo di orientare il consenso dell’opinione pubblica attraverso la manipolazione scientifica della verità.
Il problema esiste e preoccupa. Ma preoccupano anche alcune delle soluzioni che sono state prospettate. Beppe Grillo, ad esempio, ha proposto l’istituzione di un “tribunale di popolo” contro i giornalisti presunti colpevoli di falso, dimenticandosi dettagli non del tutto trascurabili quali le leggi da adottare e i criteri di scelta dei giudici. 
Meno semplicistici e più insidiosi sono coloro che sostengono la necessità di stringere i controlli sulla rete attribuendo ai gestori dei social la responsabilità di quanto viene pubblicato. Tra loro anche alcuni personaggi autorevoli, come il presidente dell’antitrust Pitruzzella, recentemente sceso in campo per sentenziare che “servono regole”.

Chi invoca nuove regole per il web pensa in genere a un qualche tipo di controllo o di intervento diverso da quello garantito dalle leggi già esistenti. Una storia vecchia, e per ora sempre respinta, almeno in Occidente. E anche le forme con le quali viene ciclicamente riproposta sono a loro modo un bell’esempio di post-verità.
Qualche anno fa ci avevano provato con l’allarme “pedofilia”. Un fenomeno che, secondo alcuni commentatori, era destinato a dilagare perché grazie alla rete sarebbe diventato troppo facile reperire materiali, trovare indirizzi, organizzare incontri. E pazienza se tutte le statistiche dimostravano – e dimostrano – che l’85% delle violenze avvengono nell’ambito della famiglia e degli amici di famiglia. Paradossalmente sono proprio i pedofili che agiscono in rete a finire incastrati, e non dall’esistenza di nuove regole, ma dalla tracciabilità dei contenuti pubblicati. Nessuna password, per quanto sofisticata, può impedirla. E non è sicuro neppure il dark web, il web oscuro che tanto piace agli sceneggiatori di Hollywood. Oscuro, ma non anonimo, come hanno scoperto parecchi criminali informatici quando si sono ritrovati con le manette ai polsi. 
Le cronache dimostrano che l’odio in rete, come la pedofilia, si può combattere con gli strumenti di cui già disponiamo.Poi è arrivata la campagna contro l’“odio in rete”. Il ragionamento sembra filare: siamo diventati una società conflittuale e violenta, la libertà di rete è diventata anche libertà di insulto e strumento di diffusione dell’odio, dunque bisogna intervenire, ad esempio attribuendo ai provider la responsabilità dei contenuti pubblicati. Ma proviamo a estendere lo stesso ragionamento al telefono. Anche attraverso la buona vecchia cornetta possono arrivare terribili insulti e minacce. Si possono organizzare truffe, rapine e attentati. E i call center dimostrano che si possono molestare impunemente milioni di persone a tutte le ore del giorno e della notte. Che facciamo? Obblighiamo Telecom, Vodafone e Wind a bloccarli?
Le cronache dimostrano che l’odio in rete, come la pedofilia, si può combattere con gli strumenti di cui già disponiamo. Basta aver voglia di indagare, come è accaduto quando il presidente della camera Boldrini ha deciso di rendere pubblici gli insulti ricevuti via web, e agli inquirenti sono bastati pochi giorni per risalire ai loro autori, penalmente perseguibili. Dunque, invece di inventare nuove e fantomatiche regole, sarebbe sufficiente e auspicabile dotare le forze dell’ordine delle conoscenze e degli strumenti necessari per combattere con efficacia i reati nell’era digitale.

L’ultimo argomento tirato in ballo da chi proprio non sopporta la libertà della rete è quello delle “bufale”. Nel gergo dei giornali le bufale erano false notizie prese per vere da sprovveduti redattori e pubblicate come tali. Le nuove bufale hanno in comune con quelle giornalistiche soltanto il punto di partenza, una falsa notizia, che però viene fabbricata e diffusa in modo consapevole. Ad esempio, il viadotto crollato sulla Salerno-Reggio Calabria appena inaugurata, i campioni di profumo letale spediti dall’Isis in Europa, la meningite che arriva dall’Africa.
Basta tutto questo per invocare nuovi controlli su quello straordinario spazio di libertà e di democrazia che la rete garantisce a tutti?Alcune bufale sono divertenti. Altre di pessimo gusto. Altre si muovono sull’incerto confine tra la goliardia, la speculazione commerciale e la malafede. Altre ancora, più insidiose, sono accuratamente pianificate da squadre di professionisti per manipolare l’opinione pubblica, e in genere fanno parte di campagne che coinvolgono anche altri mezzi di comunicazione. Più che di bufale, dunque, si dovrebbe parlare, come fa il mondo anglosassone, di “fakes”, falsi. 

Basta tutto questo per invocare nuovi controlli su quello straordinario spazio di libertà e di democrazia che la rete garantisce a tutti? È appena il caso di ricordare che le menzogne politiche sono sempre esistite. Quella sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, costruita a tavolino dall’intelligence americana e inglese, ha cambiato la storia del mondo, ed è soltanto una di una serie lunghissima dove la parte del cattivo viene quasi sempre svolta dal potere costituito. La rete si limita a amplificare il fenomeno, esattamente come ha fatto a suo tempo la stampa internazionale dando retta a Bush e Blair.  

Le bufale sono un sintomo, non una causa. La loro diffusione indica che esistono larghi strati di opinione pubblica facilmente manipolabili perché privi degli strumenti culturali necessari per distinguere il vero del falso. Per aiutare queste persone la priorità non è il controllo sulla rete, ma una corretta educazione che li metta in condizione di usare in modo consapevole Le bufale sono un sintomo, non una causa.tutte le sue enormi potenzialità. Una necessità che è resa più urgente dalla preoccupante perdita di credibilità dell’informazione tradizionale. La carta stampata e le televisioni sono state indebolite dalla troppa contiguità con il potere, da troppi anni di descrizioni edulcorate della realtà, e anche – ammettiamolo – da troppi mediocri giornalisti per essere considerate armi efficaci nella lotta contro la post verità.

 
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