Non manca molto a Natale, e le vetrine dei negozi di alimentari stanno già esponendo i dolci della tradizione. Fra questi è spesso presente anche il Panforte, tipico dolce toscano, ormai diffuso in tutta Italia. Ma se tutti conosciamo il Panforte come dolce, sicuramente meno noto è l’utilizzo del Panforte come gioco tradizionale in provincia di Grosseto, nella bellissima Santa Fiora (“Santa Fiora, chi ci va ci s’innamora!”).
Il periodo di gioco va da novembre a poco dopo l’Epifania, ma è a dicembre che si giocano le partite più importanti nelle osterie e nei bar del paese. Per giocare alla Capanna c’è bisogno solo di un Panforte da mezzo chilo (incartato...), di un lungo tavolo e di un “Misurino”, un arbitro dotato di metro a stecca. 

Due squadre si affrontano, lanciando il Panforte più lontano possibile nel tavolo, ma facendo ben attenzione a non farlo cadere. La Capanna è proprio il tiro migliore ottenuto da un giocatore, con il Panforte in bilico sul bordo del tavolo. La parte sporgente del dolce, infatti ricorda il tetto di una capanna. Alla fine del gioco, la squadra che ha perso paga il Panforte e quella che ha vinto paga da bere agli avversari. Fino agli anni Sessanta, a causa del suo costo, questo dolce entrava nelle case quasi esclusivamente come trofeo della partita.

Questo è solo uno dei tanti giochi descritti nel libro Giochi tradizionali d’Italia. Viaggio nel Paese che gioca (Verona 2015), realizzato a cura dell’Associazione Giochi Antichi, la stessa che, in settembre, organizza a Verona il Tocatì. Festival Internazionale dei Giochi in Strada (https://tocati.it/).

Il libro è frutto di un lavoro di ricerca sul territorio per riscoprire le comunità locali che praticano il gioco tradizionale, espressione della cultura popolare. Anche altri giochi hanno per protagonista il cibo. Al Tocatì ho avuto modo di assistere al Gioco delle noci di Monterosso al Mare, in Liguria. Praticato in settembre, perché legato alla festa della Madonna, il gioco si svolge generalmente sul sagrato della chiesa di San Giovanni Battista. Si tratta di una competizione prevalentemente femminile, una sorta di rito ludico legato al cibo. Le noci, ricche di calorie, costituivano un ingrediente fondamentale delle ricette locali, e le donne si sfidavano per portare a casa il maggior numero possibile di noci.

In provincia di Perugia, invece, a Montefalco (e stiamo sempre parlando di borghi ricchi di bellezze artistiche e naturali), si gioca a Ciuccetta, con le uova, il lunedì di Pasqua. Nella piazza del paese gli abitanti si sfidano a chi riesce a mantenere integro il proprio uovo fresco, in un gioco di fortuna, abilità ed esperienza. In questo gioco antico, ancora una volta, il premio, in caso di vittoria, consisteva nel portare a casa cibo utile per sfamare la famiglia. Anche a Cividale del Friuli le uova (questa volta sode) sono protagoniste − a Pasqua, Pasquetta e nel giorno dell’Ottava (la domenica dopo Pasqua) − nel gioco Truc, in cui vengono lanciate in una conca di sabbia e sassi. A Novara di Sicilia, in provincia di Messina, invece, dal 15 gennaio fino a carnevale si gioca al Lancio del Maiorchino, un formaggio locale. Il gioco consiste nel lancio della forma per le strade del centro storico, in una tradizione che risale ai primi decenni del Seicento. L’origine del gioco, prettamente maschile, pare risiedere nella necessità, per i casari, di controllare la stagionatura del formaggio facendolo rotolare per strada in modo da testarne la resistenza. 

È molto interessante scoprire l’intima relazione che esiste fra gioco, territorio e cibo, e vedere come, nei giochi tradizionali, sia spesso presente una divisione di genere in cui uomini e donne si ritagliano spazi propri di attività. Ma non è ovviamente solo il cibo il comune denominatore dei giochi tradizionali, che nel libro sono stati catalogati per “famiglie”: cibo, ma anche piastre, fruste, birilli, lotta, sferistica, giochi d’acqua, corsa, lippa, lancio, ruzzola, croquet, abilità, carte, torri umane...

  • xIl panforte in bilico
  • xGioco delle noci, Monterosso al Mare, Liguria (https://tocati.it)
  • xOtto D’Angelo, Il Trùc a Cividat (http://www.cividale.com/).
  • xLancio del Maiorchino, Novara di Sicilia, Sicilia (https://tocati.it).
  • xRanggeln, San Martino in Passiria, Alto Adige (http://www.vivosuedtirol.com).
  • xTrampoli, Schieti, Marche (http://www.fuoriporta.org/)./li>
  • xCorsa con la cannata, Arpino, Lazio (http://www.ilgonfalonediarpino.it).
  • xP’zz’cantò, Irsina, Basilicata (http://pzzcantoirsina.yolasite.com/).

Scopro così che anche la lotta è inserita fra i giochi tradizionali. Presente in culture geograficamente lontanissime, si rivela anche come utile valvola di sfogo per convogliare le energie dei partecipanti. A San Martino in Passiria, in Alto Adige, pare che il Ranggeln sia nato dalle lotte che definivano le liti fra pastori e malgari, e oggi rappresenta un importante momento di scontro e di incontro dell’intera comunità. 

In estate, a Fabbriche di Vallico, in provincia di Lucca, si gioca a Palla elastica, mentre a Schieti, nelle Marche, il terzo fine settimana di giugno si corre sui trampoli, un tempo utilizzati per spostarsi nelle regioni paludose e per guadare i corsi d’acqua. È affascinante riscontrare l’origine dei giochi nella vita quotidiana di un paese. Ad Arpino, in provincia di Frosinone, la Corsa con la cannata richiama l’antica usanza delle donne di attingere l’acqua e portarla a casa in anfore tenute in equilibrio sulla testa.

Ed è interessante scoprire che antichi giochi come l’Albero della cuccagna, che rimandano a fiabe e racconti, esistono ancora, ed è il caso, ad esempio, del Palo di sapone di Macerata Campania, in provincia di Caserta. Anche in questa occasione, il cibo appeso sulla cima dell’albero (o del palo) era l’ambito premio. O considerare il significato nascosto delle torri umane (P’zz’cantò a Irsina in Basilicata), che alludono all’idea del capovolgimento sociale.

Il gioco implica l’idea di sfida, confronto e relazione. È un linguaggio universale e può servire a superare barriere e differenze. Giochi simili si sono sviluppati in comunità geograficamente molto lontane, e permettono ai giocatori di entrare subito in relazione anche senza conoscere la lingua dell’avversario. Ma il gioco è anche una sfida personale, un desiderio di mettersi alla prova e di superare i propri limiti: un’attività che può richiedere impegno e costanza nell’allenamento. 

Che si giochi in un’osteria, nelle strade del paese o in mezzo alla natura, il gioco tradizionale costituisce un forte elemento di coesione nell’ambito di una comunità, richiama il legame con le proprie tradizioni e con il proprio territorio, permette di trasmettere ai più giovani la storia e i valori di un luogo. Rientra quindi a pieno titolo nella Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (Unesco, 2003), configurandosi come un importante momento di aggregazione nella vita delle comunità. 

Giochi tradizionali d’Italia. Viaggio nell’Italia che gioca, a cura dell’Associazione Giochi Antichi, Verona, Ediciclo, 2015.

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Elena Franchi

è storica dell’arte, giornalista e membro di commissioni dell’International Council of Museums (ICOM).
Candidata nel 2009 all’Emmy Award, sezione “Research”, per il documentario americano “The Rape of Europa” (2006), partecipa attualmente al progetto europeo “Transfer of Cultural Objects in the Alpe Adria Region in the 20th Century”.
Fra le sue pubblicazioni: “I viaggi dell’Assunta. La protezione del patrimonio artistico veneziano durante i conflitti mondiali”, Pisa, 2010; “Arte in assetto di guerra. Protezione e distruzione del patrimonio artistico a Pisa durante la Seconda guerra mondiale”, Pisa, 2006.
Ambiti di ricerca principali: protezione del patrimonio culturale nei conflitti (dalle guerre mondiali alle aree di crisi contemporanee); tutela e educazione al patrimonio; storia della divulgazione e della didattica della storia dell’arte; musei della scuola.

 
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