La consapevolezza culturale e linguistica contro sessismo e discriminazione. Una conversazione con Franco Buffoni, spaziando da Shakespeare e Michelangelo alle sindache e ai car* tutt*.

Michelangelo, “Schiavo morente", 1513, Museo del Louvre, Parigi

I primi studi sul sessismo linguistico risalgono agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, quando negli Stati Uniti ci si comincia a interrogare sul diverso modo di rappresentare il maschile e il femminile attraverso il linguaggio, al quale viene riconosciuto un ruolo fondamentale nella costruzione della realtà. In estrema sintesi, da allora si diffonde l’idea che gli stereotipi di genere si tramandano attraverso usi linguistici, che possono essere modificati al fine di diminuire la discriminazione della donna e, in generale, di garantire le pari opportunità dei cittadini.

Sono stati fatti nel tempo numerosi tentativi in questa direzione, soprattutto nell’ambito delle pubbliche amministrazioni. Va ricordato, per l’Italia, il pionieristico Il sessismo nella lingua italiana di Alma Sabatini (pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1987), contenente delle utilissime “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”. Risale invece al 2008 la pubblicazione di La neutralità di genere nel linguaggio del Parlamento europeo, e al 2012 quella della Guida al pari trattamento linguistico di donna e uomo nei testi ufficiali della Confederazione, a cura della Cancelleria federale di Berna. Fin dal 1999, inoltre, il problema della formazione a una cultura della differenza di genere è chiaro anche nell’ambito dell’editoria scolastica. Risale a quell’anno infatti l’approvazione del Codice di Autoregolamentazione POLITE (Pari Opportunità nei LIbri di TEsto), attraverso il quale gli editori aderenti all’AIE (Associazione Italiana Editori) si impegnano a prestare attenzione particolare allo sviluppo dell’identità di genere e alla cultura delle pari opportunità. 

Per fare il punto della situazione ho incontrato Franco Buffoni, studioso di lingue e di letterature comparate, traduttologo e, soprattutto, poeta. 

D: Dopo tanti decenni trascorsi a elaborare studi e manuali, il problema della discriminazione linguistica dovrebbe essere risolto o quasi. Invece capita anche a noi di avere delle incertezze, di non sapere bene come comportarci di fronte a dubbi anche banali, come per esempio l’uso del plurale maschile con valore neutro o l’intestazione di una lettera indirizzata a uomini e donne. Tu cosa ne pensi? Abbiamo risolto il problema del sessismo linguistico?

R: Per cominciare è necessario fare una precisazione. Non si può pensare che esista una soluzione universale, internazionale, valida per tutte le lingue e per tutte le culture. Tutto dipende dal contesto e ogni lingua ha i suoi problemi e le sue specifiche soluzioni. In italiano, per esempio, si comincia a mettere in discussione l’uso del maschile come “neutro”, preferendo in alcuni casi l’uso della forma doppia, “Signore e signori”, “Bambine e bambini”, o l’uso dell’asterisco. Anche a me capita, se devo scrivere una lettera a un gruppo di uomini e donne, di usarlo (Car*), per evitare il raddoppiamento (Care e cari) o il maschile con funzione neutra. Ma riconosco che può essere una soluzione grottesca, perché troppo appariscente, e poi funziona solo con la scrittura ma non è traducibile nella lingua parlata.
Esistono due diversi approcci al problema. 
Il primo consiste nell’uso neutro del maschile (in inglese si direbbe de-gendering), per cui si dovrebbe dire “la signora è un architetto” o “la signora è un professore”. Il secondo, che prende il nome di engendering, consiste nell’usare, anche a costo di crearlo, il femminile di ogni parola. Siamo arrivati a dire sindaca e ministra, da due secoli diciamo maestra. Alcune parole ci sembrano all’inizio strane, ma è solo questione di abitudine. 
Per la lingua italiana credo che la soluzione più corretta sia la seconda, volgere tutto al femminile, senza badare alle battute di alcuni uomini anziani che tendono a scandalizzarsi.
Ovviamente, come dicevo prima, vuol dire molto il contesto. Nel contesto francese, più avanzato rispetto al nostro per molti versi, su questi temi sono più arretrati. In Italia adesso tu dici il signor Rossi e la signora Rossi, e anche nelle professioni le signore sposate usano il proprio cognome da nubili, in Francia ancora oggi si usa mettere il cognome e addirittura il nome del marito: “Monsieur et Dame Mario Rossi”.

D: Dietro questioni lessicali si celano problemi ben più concreti, che hanno conseguenze pratiche nella vita delle persone. Nel tuo libro Il racconto dello sguardo acceso (Marcos Y Marcos, Milano, 2016) si leggono alcune pagine, dedicate al caso Pasolini, nelle quali metti alla berlina alcuni vizi linguistici assai pericolosi eppure difficili da sradicare. 

R: Sì, nel libro esprimo una critica puntuale a quei giornalisti e anche studiosi che quando parlano della morte di Pasolini usano l’espressione “delitto omosessuale”. Come se fosse una questione tra omosessuali, appunto. E invece a uccidere gli omosessuali sono sempre gli eterosessuali, che ci tengono tantissimo a dichiararsi tali. Si dovrebbe piuttosto dire, in maniera più esatta, “delitto omofobico”, evitando così l’equivoco che qualcuno pensi che Pasolini è morto per una sua debolezza che lo induceva a vivere situazioni rischiose. Si è trattato di un delitto politico, lo sappiamo, e Pasolini sarebbe morto comunque perché qualcuno aveva deciso di farlo uccidere. L’omofobia ha reso il delitto più cruento e ha contribuito a mascherarlo.

D: A che punto siamo, allora, con la prevenzione della discriminazione linguistica? 

R: Ancora oggi, ospitando in Italia la Chiesa cattolica, abbiamo un’inevitabile interferenza culturale anche in ambito linguistico. Oggi [5 ottobre 2016] c’è stato l’incontro tra Francesco I e l’Arcivescovo di Canterbury. Sua Santità e Sua Grazia hanno firmato un documento congiunto nel quale sono sottolineati due motivi di disaccordo tra le rispettive chiese: l’ordinazione sacerdotale delle donne e, cito dalla dichiarazione, alcune “questioni relative alla sessualità umana”. Il sacerdozio femminile e la vita sessuale delle persone sono dei tabù che la Chiesa anglicana ha superato da tempo, ma che rimangono centrali per la Chiesa cattolica. In Italia, è evidente, a una parità giuridica sancita per legge nel 1975 non corrisponde una parità del costume. 

È evidente la non accettazione della parità da parte del maschio bianco eterosessuale. Dietro alla questione nominalistica si intersecano temi della vita di ogni giorno. Pare quasi ovvio, per esempio, che i bambini siano affidati alle madri in caso di separazione. E “Sposati e sii sottomessa” è il motto ancora oggi sottinteso a molti comportamenti quotidiani.

D: Questo problema ci porta a una riflessione più ampia, che riguarda i libri di testo e l’opportunità di raccontare oppure nascondere alcune verità storiche che possono sembrare ancora oggi scomode o scandalose riguardanti la vita sessuale delle persone. Per esempio, come ci dovremmo comportare nello scrivere una nota biografica di Michelangelo? Si può o si deve dire che era omosessuale?

R: Iniziamo dalle obiezioni possibili. Qualcuno sostiene che non sia giusto usare il termine omosessuale, poiché la parola nasce nella seconda metà dell’Ottocento e diventa di uso corrente nel Novecento. Sarebbe improprio usare quest’etichetta per descrivere situazioni e comportamenti del passato, a ritroso. Potremmo obiettare che non è che quando non c’era ancora il termine filosofia estetica non esisteva l’estetica. Kant la chiamava dottrina del gusto, poi è arrivato Alexander Gottlieb Baumgarten e ha coniato il termine. Non per questo Kant oggi è escluso dalla storia dell’estetica… Si tratta quindi di un’obiezione speciosa.

C’è poi un altro ragionamento da fare. Fino al Novecento non esistevano le persone omosessuali, esistevano bensì gli atti omosessuali. Una persona era uomo o donna, poi poteva compiere atti eterosessuali (nella norma) o omosessuali (fuori norma). La parola aveva la funzione di aggettivo e non di sostantivo: eri una persona di sesso maschile che compiva atti di sodomia… Va sottolineato che le donne erano meno esposte al giudizio esterno, vivendo una vita più riservata e casalinga. Una differenza di trattamento anche legislativa, che in alcuni casi ha giocato a favore della situazione lesbica. Naturalmente fa eccezione il legame che in alcuni periodi si è instaurato tra lesbismo e stregoneria, ma questo argomento ci porterebbe troppo fuori strada. La regina Vittoria, in un periodo in cui la legislazione contro gli omosessuali era feroce – gogna, impiccagione, carcere duro – quando qualcuno le domandò se intendesse estendere al genere femminile le punizioni, affermò: “Non vedo che cosa due donne possano fare mancando lo strumento essenziale”. Il sessismo era giunto a tali livelli per cui soltanto una persona dotata di una strumentazione sessuale esterna, un maschio, poteva “fare qualcosa”.

Ma torniamo alla domanda. Faccio un altro esempio: prendiamo il caso di Shakespeare. Nel 1609 i suoi sonetti, che erano già conosciuti alla corte del conte di Southampton, appaiono per la prima volta a stampa all’insaputa dell’autore, il quale non aveva intenzione di diffonderli al di fuori di quella cerchia. Shakespeare disconosce questa pubblicazione, perché forse ha paura per la sua reputazione. Cosa accade dopo? Lo stesso crimine che avviene per i sonetti di Michelangelo dedicati a Tommaso dei Cavalieri. Un crimine linguistico-filologico. Tutto viene volto al femminile, il fair youth diventa un’improbabile fanciulla, Him diventa Her, He diventa She ecc. Fino all’inizio dell’Ottocento i sonetti circolano con questa orrenda mutilazione. E quando i sonetti tornano a circolare nella loro versione originale, nel Secondo Ottocento il poeta Robert Browning dichiara “If so, Shakespeare the less!” (“Se è così, allora Shakespeare vale meno!”).

Oggi non solo è necessario pubblicare i testi in cui i grandi poeti esprimono il loro amore per i loro amati, ma è anche necessario dire che Shakespeare è omosessuale, che Michelangelo è omosessuale, che Leopardi è omosessuale. Non è solo una questione di opportunità. In molti casi è necessario anche per una corretta interpretazione delle opere. Si pensi al caso del Mercante di Venezia, che si apre con la frase “I know not why I am so sad…” pronunciata da Antonio. Nessuno spiega perché Antonio fosse così triste, ma è evidente che Antonio è innamorato di Bassanio, e che non può dirlo né a lui né al pubblico. Da qui hanno origine l’immensa tristezza e l’immensa generosità di Antonio nei suoi confronti.

Simone Giusti

Allievo di Domenico De Robertis, è docente e consulente di politiche dell’istruzione, della formazione e dell’orientamento. Ha iniziato a occuparsi di insegnamento nel doposcuola del quartiere “Le vele” di Lecce nel 1995. Cofondatore della rivista «Per leggere», dal 2010 è presidente dell'associazione L'Altra Città di Grosseto.
Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Cambio verso” (Effequ, 2016), “Didattica della letteratura 2.0” (Carocci, 2015), “Per una didattica della letteratura” (Pensa, 2014), “Vado a vivere in campagna” (Effequ, 2013), “Leggenda e altri discorsi” (Mobydick, 2012), “Insegnare con la letteratura” (Zanichelli, 2011).
Per Loescher condirige (insieme a Natascia Tonelli) la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura, e ha curato il Quaderno della Ricerca #5, “Imparare dalla lettura”, e, insieme a Francesca Latini, il sesto QdR / Didattica e letteratura, “Per leggere i classici del Novecento”.
Su Twitter è @sigiusti.
http://www.simonegiusti.eu/

 
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