Un insegnante americano del Midwest ha raccontato online un’attività didattica svolta in classe nei giorni che hanno preceduto le elezioni del Presidente. Si trattava di una simulazione di voto: gli studenti hanno ascoltato alcuni dibattiti tra i candidati, letto la loro biografia, messo a confronto i programmi, preso appunti sui concetti di voto popolare e sul sistema dei grandi elettori, e infine hanno votato inserendo il nome del prescelto in una scatola di cartone.

Incredulità e sconforto tra i sostenitori di Hillary Clinton - Photo: Andres Kudacki - NYMag

Al netto delle opinioni dei genitori o di quello che hanno sentito per strada, questo gruppetto di adolescenti ha votato in maggioranza per Hillary Clinton. Dopo lo spoglio e la proclamazione del Presidente, una ragazza musulmana è scoppiata in lacrime ringraziando i compagni di classe. L’insegnante è rimasto un po’ interdetto e li ha riportati alla realtà della lezione: È solo una simulazione, ha detto. Avete capito o no come funziona il sistema elettorale? 

È la stessa domanda che nei giorni successivi alle elezioni ci hanno fatto gli amici che volevano riportarci alla realtà. Ci hanno ricordato (come se ci avessero visto particolarmente confusi in merito) come funziona il sistema elettorale americano, che cos’è un establishment politico che si appoggia a questa o quella lobby, proteggendone gli interessi a scapito di qualsiasi programma politico, chi è Hillary Clinton. I nostri più cari amici hanno guardato la nostra espressione delusa, commentato il nostro post su Facebook, ci hanno rovinato una cena, incolpandoci di essere la forma più bassa di umanità: i difensori del male minore. Qualcuno di loro Ci chiedono gli amici, ma avete capito o no come funziona il sistema elettorale? (cercatelo, c’è) ha perfino usato l’espressione: “quei due non sono poi così diversi”. 

Infine, ci hanno spiegato, con pazienza e con parole semplici, che in America come in ogni parte del mondo si vota sempre per il cambiamento e mai per la conferma di uno stato di cose; che un elettorato demotivato ha voltato le spalle a un partito democratico che di sinistra non ha niente e che gli otto anni della presidenza Obama hanno deluso ogni aspettativa; che, insomma, il voto di protesta è un modo legittimo e utile per ottenere di più dalla propria parte politica. 

E quindi cosa c’è da lamentarsi? Siamo delusi perché Clinton è una donna e pensavamo che dopo un nero ci volesse una donna? Forse. Forse, e parlo solo per me, avevo solo voglia di un cattivo presidente donna. O forse, semplicemente, alcuni di noi ancora pensano che Trump, ennesimo maschio, bianco, ricco, etero al potere, non rappresenti solo un male maggiore, ma un male diverso.

Tutto il mondo ha seguito la campagna elettorale americana. Tutti a sinistra abbiamo sperato in Sanders, tutti abbiamo deplorato la scelta di una Clinton guerrafondaia, corrotta e, soprattutto, rappresentante di quel potere dinastico che (democratico o repubblicano) da sempre si rimpalla il governo del Paese. Durante la campagna, però, a mano a mano che la candidatura di Trump assumeva contorni sempre più grotteschi, una parte d’America (la parte privilegiata, colta, multirazziale, l’America del cinema, della letteratura e del teatro) è scesa in campo per scongiurare l’elezione di un candidato che riteneva inaccettabile. Ora, “inaccettabile” è una definizione che è stata data anche di Clinton dai nostri amici che non l’avrebbero votata, e questo mi induce a chiedere: che cosa è veramente “inaccettabile” quando parliamo di elezioni? 

Siamo delusi perché Clinton è una donna e pensavamo che dopo un nero ci volesse una donna? Forse. Forse, e parlo solo per me, avevo solo voglia di un cattivo presidente donna.Senza neanche soffermarci sul fatto che abbia trovato il modo di non pagare le tasse per nove anni (cosa che anche da noi potrebbe fruttargli dei sostenitori), saremo noi a ricordare che Trump ha portato avanti una campagna basata sull’hate speech: latinos, afroamericani, donne, omosessuali sono stati attaccati ripetutamente e in modo esplicito. Buffonate, dicono gli amici. Non ci crede davvero. Eppure se ha battuto su questo è perché qualcuno lo ascolta, concorda e vota di conseguenza. 

Il vice di Trump è Mike Pence che da governatore dell’Indiana ha firmato una legge per cui ogni feto abortito o perso in gravidanza dovrebbe essere cremato e sepolto, proibendone la donazione alla scienza. Pence è il rappresentante di una destra dichiaratamente razzista, sessista, ultrareligiosa e, a differenza di Trump, è un politico. 
Ci sono pure sempre il Congresso e il Senato a limitarli, dicono gli amici. Congresso e Senato, però, per questa legislatura saranno a maggioranza repubblicani.
Il vice di Trump, Pence, è il rappresentante di una destra dichiaratamente razzista, sessista, ultrareligiosa e, a differenza di Trump, è un politico. Stando alle sue prime dichiarazioni, i primi provvedimenti del nuovo Presidente ridurranno l’Obamacare e renderanno più facile l’acquisto delle armi. Tanto i neri continuavano a essere sparati dai poliziotti e l’Obamacare non convince nessuno, dicono gli amici. 
Questi amici, quindi, rifiutano di votare il male minore per paura di un male maggiore ritenendo che tutto sommato possa essere contenuto. Questi amici che non abortiscono, girano liberamente per strada senza essere fermati e possono sposare chi vogliono. Sono bianchi, maschi, eterosessuali e votano così perché il male maggiore, in fondo, non li tocca. 

Chi rifiuta di votare il male minore per paura di un male maggiore ritenendo che tutto sommato possa essere contenuto solitamente non abortisce, gira liberamente per strada senza essere fermato e può sposare chi vuole.C’è una cosa che mi appare chiara in questi giorni in cui ho letto e sentito tanti pareri sulle elezioni americane: che il nostro voto conta per tutti. Hanno ragione gli amici che non cedono, che vogliono un candidato presentabile e un programma innovativo. Però loro possono aspettare quattro anni di Trump per ottenerlo, tutti gli altri, le minoranze che questa destra ha biecamente attaccato, forse no. 

Clinton è inaccettabile ma Trump non lo è di più: lo è in un modo diverso. Non è un caso che gli afroamericani abbiano votato per i democratici sebbene non lo meritassero: il voto a Trump è stato un voto bianco e, in quanto tale, inaccettabile in un modo che dovrebbe esulare una competizione politica moderna. A meno che non sia questo l’ennesimo segnale che le cose non cambiano mai, chiunque vinca: che siano democratici che vogliono di più o repubblicani che tengono ai propri privilegi, i bianchi etero di classe media decidono per sé e per tutti.

Valeva la (nostra) pena? Vorrei chiedere ai soliti amici cosa si è ottenuto di così importante, perché quello che si intravede adesso è un’America che sta facendo di Clinton un santino e che tra quattro anni, abituata al peggio, potrebbe anche accontentarsi di un presidente mediamente democratico, preferibilmente maschio. 

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Clinton è inaccettabile ma Trump non lo è di più: lo è in un modo diverso.Mi capita adesso di pensare a quell’insegnante e alla ragazzina che ha pianto commossa. Vale anche il contrario. L’America bianca ha dimostrato che non le importa che lei e i suoi familiari siano considerati terroristi; o che i latinos siano definiti ladri e stupratori. Quanto all’essere donna, per dimostrare di non essere sessisti non si doveva necessariamente votare un presidente con le ovaie, quanto non permettere l’elezione di un pussy grabber convinto. Per i musulmani, i neri, le donne, i prossimi quattro anni saranno un male forse sopportabile, ma meno di quanto lo saranno per i maschi bianchi, e io mi riscopro stanca perché piacerebbe anche a me vivere e che le mie decisioni fossero libere, meno dovute al contesto o pagate direttamente sulla mia pelle. E pensare che avere questo privilegio non è poi così difficile: sarebbe bastato nascerci.

Giusi Marchetta

Scrittrice e insegnante di Torino. Ha pubblicato i romanzi "Dove sei stata" (Rizzoli 2018) e "L'iguana non vuole" (Rizzoli, 2011); il saggio "Lettori si cresce" (Einaudi, 2015); le raccolte di racconti "Dai un bacio a chi vuoi tu" (Terre di mezzo), col quale nel 2007 ha vinto il Premio Calvino, e "Napoli ore 11" (Terre di mezzo, 2009).

 
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