Qualche settimana fa, durante la serata di apertura del Festival di Cannes, il comico francese Laurent Lafitte ha dedicato a Woody Allen la battuta della serata. “Ultimamente hai girato la maggior parte dei tuoi film in Europa” gli ha detto, “eppure non è che negli States ti abbiano condannato per stupro!”.

Woody Allen in "Prendi i soldi e scappa"

Il riferimento è ovviamente a Roman Polanski, condannato in patria per violenza su una minorenne e residente ormai a vita in un’Europa che non concede l’estradizione. Al tempo stesso, però, il comico alludeva alla vicenda di Dylan, la figlia dell’ex moglie di Woody Allen che da bambina lo aveva accusato di averla molestata. Il processo venne archiviato col consenso della madre preoccupata per la salute mentale della bimba. Qualche anno fa, però, in occasione del Golden Globe alla carriera assegnato ad Allen, Dylan ha scritto una lettera aperta al New York Times dando voce a una sofferenza che ritiene di non aver ottenuto ascolto, né giustizia. 

La battuta di Lafitte, insomma, ha rigirato il coltello nella piaga e ha dimostrato due cose: che anche solo dare voce alla vittima significa prendere una posizione forte contro una possibile ingiustizia e che il comico era ormai sicuro di non poter girare un film con Woody Allen. 

Fino a prova contraria, Woody Allen è innocente e non ha violentato nessuno. Io di sicuro vorrei che fosse così. E vorrei che ci fosse un modo per dimostrarlo permettendo a Dylan Farrow di fare pace con i suoi demoni e di trovare la vera origine della sua devastante sofferenza. Mi fa pensare però la domanda che la stampa rivolge agli attori ogni volta che ritorna a galla questa storia. 

– Lei lavorerebbe con Woody Allen? 
– Sì – dicono molti, senza se e senza ma

Qualcuno, prudente, distingue la vita personale da quella artistica e io non mi chiedo come faccia a tracciare questa linea, ma solo se basti essere un artista per garantirsi il lusso di avere una metà oscura che può permettersi di tutto. 

Johnny Depp in "Dead Man" di Jarmush

Non essendo Dylan Farrow, era da tempo comunque che non pensavo a questa storia. Mi è tornata in mente a causa di Johnny Depp (benché io pensi pochissimo anche a Johnny Depp). Amber Heard, sua futura ex moglie, ha pubblicato on line le foto della sua faccia gonfia di lividi e ha dichiarato di essere stata picchiata dall’attore. Ammetto che la cosa mi sia totalmente sfuggita finché non ho letto dell’indignazione collettiva serpeggiata in rete per una dichiarazione di tale Lauren Holden (nota ai più per aver interpretato Andrea in The walking dead): “Io, per quanto mi riguarda, andrò a vedere il nuovo film di Johnny Depp. La sua vita personale è solo quello. Personale. Nessuno sa come siano andate davvero le cose, quindi piantatela.”  

Nessuno sa come siano andate le cose, è vero. Mi chiedo perché tanta fretta di prendere le parti dell’accusato. 

Fino a prova contraria, Johnny Depp è innocente e non ha picchiato nessuno. La sua carriera artistica mi interessa meno di quella di Woody Allen, così come la vita privata e le sue eventuali infrazioni della legge. Mi interessa molto però la dinamica che si innesca ogni volta che accade qualcosa di simile, questa levata di scudi immediata a sostegno del presunto colpevole, soprattutto quando c’è uno squilibrio di potere tra l’accusato e la possibile vittima. La copertina del New York Magazine con le foto delle trentacinque donne che dopo anni sono riuscite a portare Bill Cosby in tribunale non basta a ricordare quanto possa essere difficile denunciare chi è parte di un sistema così potente e consolidato? 

Sono convinta che un uomo (o una donna) vada protetto da un’accusa che potrebbe essere falsa e che potrebbe rovinargli la vita. Mi lascia però interdetta la sicurezza e la velocità con cui si prende una posizione assicurando a quest’uomo o a questa donna una sorta di immunità, col rischio di rendere una possibile vittima doppiamente tale. 

A volte questa immunità non deriva da una presunzione di innocenza, ma dalla famosa distinzione artista/uomo. Qualcuno considera giusto sostenere il lavoro di una persona, pur considerando plausibile che abbia commesso una violenza terribile e sia rimasta impunita. In altri casi si riconosce all’accusato il beneficio del dubbio. Di più: il diritto a non essere giudicati colpevoli se non si è stati condannati; il diritto a essere sostenuti dagli amici e i colleghi in un momento sicuramente difficile. 

Roman Polanski durante le riprese di "Rosemary's Baby"

Non mi piace l’idea dell’immunità dell’artista; nel diritto a essere considerati innocenti invece credo anch’io. Non credo nel silenzio, però. O nella fuga all’estero senza estradizione, nei tentativi di comprare il ritiro della denuncia. Mi fido poco del potere e di chi lo difende a spada tratta. È paradossale, ma se prima di Johnny Depp che forse ha picchiato sua moglie non mi importava nulla, dopo la dichiarazione di Lauren Holden ho sentito un po’ di fastidio. La verità non la conosciamo e non spetta a noi giudicare. E questo vale per i difensori dell’accusato quanto per le Amber Heard che cercano l’appoggio della massa per istigarne il linciaggio.  

Io non so se la battuta del comico francese non sia stata l’ennesima ferita inferta a un anziano regista che avrebbe diritto a godersi in pace i frutti della sua carriera. Non so cosa si provi a essere calunniato, a perdere anche solo un po’ del consenso duramente guadagnato in anni di lavoro. Immagino però che sia terribile. Questo lo penso sinceramente, poi mi capita di risfogliare la lettera di Dylan e, proprio come chi guarda le foto della moglie picchiata, mi lascio prendere da un senso di sconforto e di tristezza. C’è qualcosa di sbagliato nella ricerca della pietà del pubblico, nel tentare di agganciare i suoi istinti più bassi, sguinzagliandolo contro un personaggio pubblico. Però c’è una minima possibilità che la presunta vittima stia dicendo la verità e che alzi la voce solo perché teme di non essere ascoltata. È proprio questa minima possibilità che mi impedisce di stare dalla parte di qualcuno senza se e senza ma. 

C’è un’ultima cosa che aggrava tutte le situazioni di cui sopra: non credo che Golia sia colpevole solo perché Davide lo accusa, ma sono convinta che prendere immediatamente le parti del gigante indebolisca la possibile vittima prima ancora di darle la possibilità di parlare per sé. Non solo: inibisce e scoraggia tutti gli altri Davide che, come nel caso delle vittime di Bill Cosby, hanno faticato a farsi avanti e ad essere credute. 

La spaccatura del pubblico in innocentisti e colpevolisti non ha senso. Se continua a ripetersi è perché appare più facile prendere una posizione a prescindere dalla verità che chiedere un processo che renda giustizia ad accusatore e accusato. E magari è anche più vantaggioso, se quello che vuoi è una parte nel prossimo film di Allen, Polanski o Johnny Depp.

Giusi Marchetta

Scrittrice e insegnante di Torino. Ha pubblicato i romanzi "Dove sei stata" (Rizzoli 2018) e "L'iguana non vuole" (Rizzoli, 2011); il saggio "Lettori si cresce" (Einaudi, 2015); le raccolte di racconti "Dai un bacio a chi vuoi tu" (Terre di mezzo), col quale nel 2007 ha vinto il Premio Calvino, e "Napoli ore 11" (Terre di mezzo, 2009).

 
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