I giovani, si ripete ossessivamente, “non hanno più un futuro”, ma in realtà chi può averglielo sottratto se non gli adulti, i loro stessi genitori?

22_foto01Nel dibattito politico attuale la questione del rapporto fra generazioni sta diventando sempre più importante, tanto da oscurare le più tradizionali categorie della filosofia politica (classe, ceti, individui). 

A differenza del passato, oggi il contrasto fra giovani e anziani si pone non tanto sul piano della cultura e dei modi di vivere quanto su quello economico e sociale. Al centro delle polemiche vi sono soprattutto la disoccupazione, l’allontanarsi della pensione e il doverla pagare di più rispetto al passato, l’instabilità sociale prodotta dai contratti di lavoro indeterminati, e quindi il conseguente “bamboccismo”, ossia il ritardo nel formarsi una famiglia propria.

La prima osservazione è che l’acuirsi di questi problemi non si accompagna affatto a una conflittualità sociale in termini generazionali. Per i lettori più giovani potrebbe essere una scoperta sapere che i loro padri svilupparono, al loro tempo, atteggiamenti molto più duri e contestatori verso i genitori.
“Non fidatevi di nessuno che abbia più di trent’anni”, suggeriva uno slogan degli anni Sessanta. E come dimostrano le riflessioni di Franco Ferrarotti, “l’uccisione del padre”, simbolo massimo dell’autoritarismo, era allora fra i temi all’ordine del giorno della cultura più impegnata.

In realtà si potrebbe affermare che, nonostante si fondi su una legge biologica e naturale, ossia l’invecchiamento dell’individuo, non c’è nulla di più storicamente determinato del conflitto fra generazioni, che sembra presentarsi in termini sempre nuovi a ogni cambio generazionale.
Se ad esempio, dopo la “rivoluzione culturale” degli anni Sessanta e Settanta, consideriamo il decennio seguente, vediamo riemergere una problematica del futuro nell’ambito della questione ecologica e tecnologica. Uscì infatti nel 1979 Il principio di responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica del filosofo tedesco Hans Jonas, in cui l’allarme per le potenziali ricadute negative del “progresso” diventava per la prima volta tema di una riflessione etica sui diritti e i doveri delle generazioni.

Altre questioni emersero poi negli anni Novanta: il successo internazionale di alcuni studi demografici, ad esempio La culla vuota di Philip Longman, sottolineò il progressivo invecchiamento della popolazione, provocato da una parte dalla diminuzione della natalità e dall’altra dalla maggior durata della vita, ponendo così un’altra questione essenziale al patto fra generazioni, ovvero la crescente difficoltà nel mondo contemporaneo di prestare un adeguato accudimento ai genitori anziani da parte dei figli.
Era l’inizio di una tendenza destinata a sfociare, dopo il 2000, nel tema ancor più generale dell’invecchiamento del welfare state. Gli Stati assistenziali nati nel secondo dopoguerra sono diventati vecchi assieme ai giovani di allora ed è proprio il loro drastico ridimensionamento che stiamo vivendo in questi anni a porre i problemi di giustizia di cui vogliamo parlare in questo numero de “La ricerca”.

Dal punto di vista teorico, il problema dell’equità generazionale è abbastanza semplice. Se si parte dall’assunto che gli individui seguano i propri interessi economici, che cosa si può usare per impedire alla generazione più vecchia di saccheggiare la nuova derubandola dei suoi guadagni? Esiste un’ovvia resistenza nei giovani a operare in modo scorretto rispetto agli anziani, perché il loro comportamento potrebbe diventare un esempio per quelli che verranno dopo a fare la stessa cosa. Tali resistenze, però, non esistono presso i più anziani, dal momento che saranno morti quando i più giovani daranno il cambio. Esiste di fatto, dal punto di vista prettamente economico, una naturale instabilità interna in questo campo, tanto che secondo alcuni economisti bisognerebbe provvedere a creare misure ad hoc per prevenire questo saccheggio intergenerazionale.
Sebbene questa crisi del futuro abbia dimensioni mondiali, in connessione con le crisi economiche che ormai da cinque anni stanno sconquassando l’economia globale, in Italia si presenta con particolare acutezza a causa dell’enorme debito pubblico accumulato nella (e dalla) generazione precedente sino a diventare il secondo in assoluto a livello mondiale. Il suo ridimensionamento, ormai necessario, si profila come un’ombra grigia che graverà sui futuri decenni, imponendo pesanti sacrifici alla prossima generazione e forse ancora oltre, come ci conferma l’economista Lorenzo Rampa cui abbiamo chiesto di delineare i tratti della situazione italiana.

Se tutto ciò è vero, appare evidente il consumarsi di un’intrinseca ingiustizia, pur nello scrupoloso rispetto della legalità formale: quella del Sessantotto, a suo tempo celebre come la generazione della contestazione giovanile, sembra concludere il suo ciclo biologico come “generazione egoista”, arroccata sul principio del rispetto dei “diritti acquisiti”, che se assumessimo un criterio di giustizia su base generazionale potrebbero ben essere definiti come privilegi, vantaggi concessi a una specifica frazione della società sulla base del mero criterio dell’età.

Ubaldo Nicola

Direttore del cartaceo de La ricerca e coautore dei manuali Loescher Filosofia: "Dialogo e cittadinanza", "Il nuovo pensiero plurale", "Passeggiate filosofiche", "Pensare la Costituzione".

 
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