Sono abituata alle letture disturbanti. In un certo senso, leggere per me è andare alla ricerca di storie che scuotano me e la mia visione del mondo. La sentenza dei giudici della Corte d’Appello che hanno assolto i sei imputati dall’accusa di stupro di gruppo a Fortezza da Basso, però, rischia di essere troppo anche per me.

La vicenda è enormemente delicata e complessa, me ne rendo conto. Non ho nessuna preparazione in ambito giuridico e, anzi, dichiaro subito la mia fiducia nella giustizia e la mia ferma convinzione che la magistratura debba agire in modo indipendente e il più possibile garantista nei confronti dell’imputato. Non ho gli strumenti per esprimermi sulla colpevolezza dei sei, né intenzione di discutere qui la sentenza di assoluzione. Su blog, riviste e giornali altri ne hanno scritto in modo intelligente e tale da offrire spunti di riflessione a non finire. Di tre aspetti di questa storia però sento il bisogno di parlare. Si tratta di sole tre cose. Non mi fanno dormire.

Innanzitutto non è la sentenza: è il modo in cui è scritta. I riferimenti alla condotta disinibita della ragazza sono ripetuti e giudicanti anche nei dettagli più infimi. Le forme procaci, la partecipazione a seminari sul sesso, gli slip rossi in bella vista mentre cavalcava il toro meccanico di un bar sono così determinanti nella ricostruzione dei fatti? Sì, se si vuole insinuare che rappresentano la causa diretta di quello che è avvenuto dopo: l’appartarsi in macchina e il sesso con ognuno dei sei imputati.
Nella sentenza mi sembra di leggere un piccolo manualetto per un eventuale stupratore, l'identikit della vittima ideale.Consideriamo pure che la giustizia abbia compiuto il suo dovere senza errori e fortunatamente abbia assolto degli innocenti da un’accusa infamante. Dopo aver letto due volte la sentenza, ho capito perché il senso di nausea non andava via neanche chiudendo gli occhi e immaginandola giusta.
Perché in queste pagine mi sembra di leggere un piccolo manualetto per un eventuale stupratore. Si descrive in modo abbastanza accurato l’identikit della vittima ideale: una ragazza moderna, emancipata, con una vita sessuale “non lineare” (come invece dovrebbe essere, dice una simpatica vocina che viene dritta dagli anni Cinquanta). Ecco, se proprio sentite il bisogno di stuprare qualcuno, scegliete una donna di cui si possa dire che se l’è andata a cercare.
Ora, la cronaca ci dimostra che per il commentatore medio è possibile dirlo di tutte, quindi non è davvero un problema. Ma, per andare sul sicuro, basterebbe appuntarsi i dettagli descritti in questa sentenza: il trucco, la minigonna, la bisessualità, la libertà di pensiero rispetto all’opinione altrui, il femminismo, la voglia di sentirsi bene e, ovviamente, l’essere sexy. A quanto si evince da questa pagine, la bellezza provoca, la disinibizione istiga. La disinvoltura nei confronti del sesso si può interpretare come un invito. E se a un certo punto si vuole ritirare questo implicito consenso è necessario farlo in fretta e nettamente: che resti chiaro a tutti il segno di un no a lividi e graffi sui corpi di chiunque sia coinvolto. L’unico stupro certo, infatti, è quello di Lucrezia, con connessa pugnalata che dimostri la piena opposizione al gesto, la lesa dignità, la ferita insanabile. Aiuta in questo senso essere una matrona romana di provata castità. Perciò, ecco nelle stesse righe lette al contrario il compendio di suggerimenti per una signorina perbene. Un coprifuoco morale: le brave ragazze non finiscono nei guai.  

Non si è trattato di stupro. Così dice la sentenza. Si è trattato di sesso in auto tra sei uomini e una giovane donna ubriaca. Mi viene da ripeterlo più volte proprio per come è scritto in queste pagine: disinibita, provocante e ubriaca.
Ci si ubriaca e si fanno stupidaggini di cui ci si pente. Capita e può essere uno sbaglio reciproco. Ma erano in sei.Può sembrare strano considerare nel pieno possesso delle proprie facoltà una persona ubriaca, ma, per evitare le trappole del moralismo più automatico, diciamo che il risveglio accanto alla persona sbagliata la mattina dopo è immagine così presente nell’immaginario letterario e cinematografico che non può che raccontare qualcosa di vero. Ci si ubriaca e si fanno stupidaggini di cui ci si pente. Capita e può essere uno sbaglio reciproco.
Ma erano in sei. E ognuno di loro ha fatto sesso con questa ragazza. Ci sarà voluto del tempo e in questo tempo nessuno di loro ha pensato che potesse aver cambiato idea? Uno dei sei si è fermato un attimo a valutare se stesse bene? Glielo ha chiesto? In tutto quel tempo in macchina, prima che lei li stupisse liberandosi e uscendo di corsa, come riporta la sentenza, c’è stato un momento in cui si sono chiesti se lei fosse a suo agio?  
Sono giorni che non faccio che pensare a loro. Non a lei, a loro. A questi uomini. Innocenti e di sicuro assolti; comprensibilmente sofferenti, a quanto leggo, per una trafila che ha reso molto difficili gli ultimi anni. Tutti e sei profondamente certi di essere nel giusto.

C’è un’ultima cosa che mi ha colpito in questa storia terribile e riguarda proprio gli uomini. Non i sei di cui sopra, tutti gli altri.
Negli ultimi giorni riviste on line, blog, post su Facebook hanno riportato la notizia della sentenza. Ognuno di questi interventi mi è sembrato a modo suo interessante per le implicazioni sociali, psicologiche e anche politiche che evidenziava. A un certo punto però ho realizzato una cosa: quasi tutti erano scritti da donne. Ho aspettato che gli scrittori che seguo, quelli che scrivono pezzi articolati e interessanti sull’attualità, la politica, la letteratura e che, non importa il tema, espongono sempre le loro opinioni in modo chiaro e argomentato, dedicassero due righe al fatto. Non è successo.
Ognuno è libero di scegliere di cosa scrivere, ovviamente. Solo che questo silenzio mi sembra sproporzionato rispetto a quello che c’è in ballo. Lo stupro e le questioni di genere non riguardano solo le donne, eppure c’è una tale indifferenza da parte degli uomini rispetto a questi temi che mi agghiaccia.
Il silenzio di voci maschili a commento della vicenda non è rassicurante.Mi sorprende, anche. Sentire usata così tante volte, sia pure impropriamente, la parola “branco”, non suscita in loro nessun desiderio di toglierci questo dubbio, di rivendicare il fatto che essere uomo non equivale a essere una bestia priva di controllo? A prescindere dal fatto in questione, leggere questa sentenza e precisare che la violenza sessuale non è mai conseguente a una provocazione femminile come se l’uomo non avesse controllo sui propri impulsi, non dovrebbe essere una priorità quando questo assunto viene messo in discussione?  
E sì, continuiamo pure a parlare di quell’autore, dello stato della poesia in Italia, della Merkel e della Grecia. Tutte cose che ho voglia di leggere. Ma forse mi piacerebbe anche che qualche volta intellettuali e amici trovassero naturale esprimersi su una storia che ci riguarda tutti. Per citare la sentenza anche noi abbiamo bisogno di una cesura apprezzabile tra il consenso e il dissenso rispetto a questa mentalità. Se negli anni Cinquanta in un caso del genere non ci si poteva aspettare dall’uomo altro che una stolida solidarietà maschilista, il silenzio di oggi non è per niente rassicurante.

Giusi Marchetta

Scrittrice e insegnante in un liceo di Torino. Ha pubblicato "Lettori si cresce" (Einaudi, 2015); il romanzo "L'iguana non vuole" (Rizzoli, 2011); le raccolte di racconti "Dai un bacio a chi vuoi tu" (Terre di mezzo), col quale nel 2007 ha vinto il Premio Calvino, e "Napoli ore 11" (Terre di mezzo, 2009).

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