Il bel libro di Susan Cain Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare (ma va visto anche il video su TED) mette a tema l’introversione e lo fa con competenza ed equilibrio.


Lo si vede fin dall’esergo, con lo splendido testo di Allen Shawn che è una sintesi mirabile del messaggio che l’autrice vuole comunicare:

Una specie animale composta interamente da generali Patton non avrebbe alcun futuro, così come una razza in cui fossero tutti Van Gogh. Preferisco pensare che la terra ha bisogno di atleti ma anche di filosofi, di sex symbol ma anche di pittori e scienziati. Degli affabili e dei duri, dei freddi e degli emotivi. Ha bisogno di chi è capace di dedicare tutta la vita a contare le goccioline secrete dalle ghiandole salivari del cane in questa o quella situazione, ha bisogno di chi sa raccontare il colore dell’aurora in un esametro dattilico o scandagliare per venticinque pagine i pensieri di un bambino che nel letto, al buio, aspetta che la mamma venga a dargli il bacio della buonanotte… Doti o capacità fuori dalla norma presuppongono che sia stata sottratta energia ad altri ambiti della vita.

Quelle degli estroversi sono qualità che tendono di per sé a imporsi in una società complessa, multicentrica, strutturata e liberale, com’è anche la nostra.Il discorso di Cain, scrittrice americana, è spesso condotto come una critica alla cultura statunitense, a cominciare dal sistema scolastico. Negli Stati Uniti la scuola è pensata per valorizzare le qualità degli estroversi. Per i teenager, i modelli di riferimento sono i campioni di football e le cheerleader. La didattica, che punta molto sui gruppi di discussione e di studio, favorisce chi sa lavorare con gli altri e trova spontaneo comunicare loro le proprie idee e farsi notare. In genere, essere esuberanti, spigliati, espansivi, socievoli, attivi, sicuri di sé, propensi al rischio sono qualità da leader tenute in massima considerazione. Qui da noi i modelli americani finiscono per essere assunti come ovvi, senza discussione. Ma non è solo e nemmeno principalmente una questione di esportazione di modelli culturali: quelle degli estroversi sono qualità che tendono di per sé a imporsi in una società complessa, multicentrica, strutturata e liberale, com’è anche la nostra.

In realtà, solo una parte della popolazione è però composta da questo tipo umano; tutti gli altri fanno fatica a inserirsi e, non di rado, vivono esperienze dolorose, per via di un ambiente scolastico non molto sensibile alle loro esigenze. Prendere coscienza che gli introversi sono fra noi e capire come sono fatti è un buon punto di partenza per concepire l’attività didattica.

Se gli estroversi troveranno più facile svolgere funzioni di leadership, saranno probabilmente gli introversi a fornire contributi alla società che richiedono solitudine, pazienza e studio approfondito.Quella che spesso si bolla come un’indisponibilità a partecipare, forse è solo un’attitudine psicologica da capire, rispettare e guidare con cura. Essere introversi, infatti, non è segno di asocialità e non è un problema da trattare, quanto un modo di essere con cui fare i conti, cercando di valorizzarlo.
Del resto, se gli estroversi troveranno più facile svolgere importanti funzioni di leadership, saranno probabilmente gli introversi a fornire contributi alla società che richiedono solitudine, pazienza e studio approfondito.

Susan Cain nel suo TED speech: The power of introverts

Dando consigli a genitori con figli introversi, Susan Cain indica le caratteristiche che le scuole dovrebbero avere (p. 330). Secondo lei, per esempio, una scuola andrebbe scelta a condizione che:

  • dia importanza anche agli interessi insoliti curiosi, e ponga l’accento sul lavoro in autonomia;
  • conduca le attività di gruppo con moderazione, in gruppi piccoli e gestiti nella maniera più adeguata;
  • abbia a cuore la bontà, l’attenzione, l’empatia, il senso civico;
  • sia organizzato in classi piccole e tranquille;
  • abbia un corpo insegnante in grado di comprendere il temperamento timido/serio/introverso/sensibile.

Quante sono le scuole italiane che operano in modo da realizzare questi punti, soprattutto nella formazione superiore? Un po’ per decisioni dall’alto (la scelta del numero degli studenti per classe non è disponibile alle singole scuole), un po’ per mancanza di cultura dell’attenzione all’introversione (il tema è piuttosto nuovo), un po’ per mancanza di tempo e limitata personalizzazione della didattica, le scuole gestiscono la cosa arrangiandosi sul momento, affidando a singoli docenti, o ai coordinatori di classe, scelte e interventi ad hoc. La cosa però è per lo più improvvisata, non nasce da programmazione e consapevolezza.

Cain non fa un elogio dell’introversione: i due tipi umani (introversi ed estroversi) hanno bisogno l’uno dell’altro. Bisognerebbe non pretendere dall’introverso ciò che non è nella sua natura, andrebbe aiutato a capirsi, ad accettarsi, a non colpevolizzarsi (“C’è qualcosa che non va in me?”). Inoltre, bisognerebbe metterlo in condizione di esprimersi, insegnando agli altri ad accoglierlo e rispettarlo, anche se lui non spinge per imporsi. E ancora, andrebbe capito che anche l’introverso più radicale può essere capace di estroversione.
Tra tutti, mi è particolarmente piaciuto l’esempio del prof. Brian Little, ex docente di psicologia a contratto presso la Harvard University, vincitore della prestigiosa 3M Teaching Fellowship, il premio Nobel per l’insegnamento universitario, per così dire (pp. 365ss). I suoi corsi erano molto seguiti e finivano spesso con una standing ovation da parte degli studenti. Proprio il prof. Little, però, vive con la moglie in una casa isolata, circondata da un ettaro di foresta canadese, riceve solo qualche rara visita di parenti. Passa il tempo a leggere, scrivere e comporre musica. L’ambiente protetto e tranquillo gli consente di trovare quella pace che gli dà la forza di tenere delle splendide lezioni di fronte a un vasto pubblico, ricche nei contenuti e molto piacevoli nella forma spigliata.

In conclusione, quello di Cain non è un elogio dell’introversione: i due tipi umani (introversi ed estroversi) hanno bisogno l’uno dell’altro. Ecco come Cain lo spiega, magistralmente: “Gli estroversi devono sapere che gli introversi – pur col loro abituale, apparente disdegno della superficialità – sono ben felici di essere trascinati in territori più leggeri; gli introversi, che a volte hanno l’impressione di apparire noiosi per la propria tendenza ad affrontare argomenti “pesanti”, devono rendersi conto di avere la capacità di mettere a proprio agio un interlocutore disposto a portare la conversazione verso temi più seri” (p. 307).

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

 
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