Il 6 marzo è stata la Giornata europea dei Giusti (European day of the Righteous): la ricorrenza, nata nel 2012 per celebrare l’anniversario della morte di Moshe Bejski, promotore del Giardino dei Giusti, è una suggestiva testimonianza di riconoscenza verso tutti coloro che si sono opposti con responsabilità individuale ai crimini contro l'umanità e ai totalitarismi. Di seguito il mio piccolo contributo alla ormai vasta bibliografia sull’argomento.

 

L’albero dei Giusti ideato con le parole-guida della Giornata

Si tratta del saggio storico-narrativo di Paolo Mazzarello, pubblicato nel 2016 dalla casa editrice Bompiani, dal titolo allusivo a un emozionante momento del racconto, che lascerò a voi scoprire: Quattro ore nelle tenebre. Il libro può inoltre sollecitare il ricordo di un anniversario: quello dei trent’anni dalla morte dello scrittore Primo Levi. L’autore di Se questo è un uomo era molto legato allo zio Enrico e a sua moglie Lisa e quando poteva si recava a trovarli a Genova. Proprio loro, nei momenti bui del secondo conflitto mondiale, sono i “salvati” da un prete, don Luigi Mazzarello, scomparso nel 1959 all’età di settantaquattro anni. I suoi meriti verso gli ebrei, finalmente noti al di fuori di una ristretta cerchia di testimoni, sono stati riconosciuti nel gennaio del 2012 e gli sono valsi il titolo di “Giusto fra le nazioni” da parte dello Yad Vashem, cioè l'Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele.

Per inquadrare le vicende dei suoi personaggi, l’autore (il cui cognome non indica parentela con il sacerdote, ma semplicemente che la sua origine è dello stesso paese, cioè Mornese, in provincia di Alessandria) parte ripercorrendo le tappe salienti della “questione ebraica” in Italia. Per cinque anni, dal luglio del 1938 con i primi manifesti (Il fascismo e i problemi della razza, Manifesto del razzismo italiano) e dal novembre dello stesso anno con i provvedimenti legislativi “per la difesa della razza” fino all’8 settembre del 1943, ebbe luogo una persecuzione di una violenza inaudita nei confronti dello 0,1 per cento dell’intera popolazione italiana, i cittadini ebrei, appunto, dichiarati da un giorno all’altro stranieri e inferiori. Ma fu soprattutto dopo lo sbandamento dell’8 settembre, con l’occupazione nazifascista dell’Italia non ancora liberata dagli angloamericani, che si realizzò una drammatica e sistematica caccia all’ebreo, che fece oltre seimila vittime. In questo momento tragico e disumano della Storia brillarono, però, tante fiammelle di tenace ragionevolezza e di amore filantropico, di cui è doveroso continuare a serbare memoria per i nostri e i tempi che verranno. Una è proprio quella di don Luigi, protagonista nel libro di una vicenda eroica e appassionante, che si intreccia con quella dei Levi. Nell’autunno del 1943 Don Mazzarello non esitò a offrire loro aiuto, avendo saputo del gravissimo rischio di deportazione che Enrico e Lisa Levi ma anche Gastone Soria con la sorella Valentina, loro amici, stavano per correre; questi si erano allontanati da Genova, dove abitavano, e si erano rifugiati in una villa sulle colline dell’Alessandrino; e avevano portato con sé i Soria.

Un ritratto di don Luigi Mazzarello ci viene dato a partire dal capitolo IV°: era stato spesso giudicato dalle stesse gerarchie ecclesiastiche un prete “scomodo” a causa di scelte controcorrente; infatti intorno ai cinquant’anni si era spogliato della divisa impeccabile di cappellano di navi e aveva indossato la tonaca, spesso impolverata e sdrucita, del parroco di campagna. Nel 1939 gli era stata data la titolarità di un piccolo, ma antico santuario dell’alessandrino, la Rocchetta (o le Rocchette). E proprio mentre svolgeva la mansione di prete titolare presso il santuario riedificato dai marchesi Spinola nel XV° secolo, lo sorprese la guerra. Non per questo, tuttavia, si interruppe il suo instancabile impegno, anche fisico, nel mantenere in buono stato il vetusto edificio sacro che gli era stato affidato, e la sua generosa opera pastorale a favore soprattutto dei cabané, i contadini nella parlata locale. 

Dopo l’armistizio di Badoglio per molti italiani arriva il tempo delle scelte decisive: il sacerdote Mazzarello si sente chiamato dalla propria coscienza prima ancora che dall’abito talare a non perdersi nelle tenebre dell’indifferenza e dell’egoismo. In qualche modo accetta la provocazione che Primo Levi in un dialogo con un carabiniere italiano di guardia al suo convoglio ferroviario in partenza per Auschwitz aveva lanciata: “Di fronte a tutto questo che posso fare io?”, gli aveva sussurrato l’agente. “Faccia il ladro, è molto più onesto”, gli aveva suggerito lo scrittore. Anche don Luigi disobbedisce ai non mollia iussa della Curia e accoglie con calore e senza pregiudizi “i signori distinti, guardinghi e anche un poco misteriosi” che venivano da villa Martinenghi, a pochi chilometri di distanza da Mornese.
La comunità che in quel momento si trova sotto la sua ala protettrice è di ben undici persone: la sorella Maria, il suo nipotino Luigi – attraverso i cui occhi e le cui parole il professor Mazzarello ha ricostruito il nucleo portante della storia –, la nipote acquisita Elena Brunetti, insegnante, con la figlioletta di un paio d’anni, Graziella, e infine il campanaro Tomaso e la moglie Maria. Vivevano “in armonia” e “in certi istanti sembrava quasi di trovarsi in un luogo incantato”. 

La nitida e immutata bellezza della natura del territorio al confine fra Piemonte e Liguria si interpone qua e là nel racconto all’angosciosa e imprevedibile mutevolezza del tempo della Storia. Lo scrittore ama questa terra e ce ne offre squarci sinestetici, quasi a voler allentare nel lettore la tensione provocata dall’incalzare degli eventi bellici. “Tutta la natura si esprimeva con intensità: gli inverni freddi con la neve che copriva le colline per settimane e talvolta per mesi, le primavere fresche e limpide nei giorni belli, ventose o molto piovose quando il tempo cambiava improvvisamente, le estati calde, verdi e luminose con il Piota fulgente di luce riflessa e l’ossessivo canto delle cicale, gli autunni umidi e colorati, pervasi dall’onnipresente profumo del mosto in fermentazione nelle cantine”. Proprio il torrente che scorre alle falde della scoscesa altura su cui domina il Santuario, con i laghetti annessi, offriva a don Luigi e ai suoi ospiti l’occasione di momentanee evasioni e scorribande per battute di pesca (ai barbi), passeggiate e nuotate.

Nessun luogo in quegli anni in Italia sembra essere immune dal fanatismo politico e dall’odio razziale, però; seppur attutita, giungeva a don Mazzarello e ai suoi ospiti l’eco delle minacce, delle rappresaglie, delle deportazioni alle quali la comunità ebraica ligure e piemontese era sottoposta; ma anche i giovani renitenti alla leva forzata della RSI, al lavoro coatto, o i combattenti sulle montagne le subivano in maniera sempre più assillante da parte dei comandi tedeschi e repubblichini. Drammatiche le pagine che rievocano l’eccidio della Benedicta (più di 140 morti partigiani) nell’aprile del 1944.

La sera, allora, intorno all’apparecchio radio sintonizzato già da tempo sulle frequenze di Radio Londra, la piccola comunità cercava di far luce sul reale andamento della guerra e sulla data della sua conclusione. Erano momenti di trepidazione e di speranza, che durante tutto il 1944 fino al gennaio del 1945, spesso lasciarono spazio allo sconforto, come in occasione delle tre perquisizioni che l’eremo dovette subire a opera di tracotanti squadre fasciste e di militari tedeschi. Sono pagine di forte suspence, che si alternano a quelle che si immedesimano negli stati d’animo dei singoli attori della storia. Sembra esserci quasi una curiosa affinità fra l’autore e il suo protagonista: ci viene raccontato che costui con il pendolino di ottone sapeva indicare ai cabané dove scavare un pozzo, ma le sue indicazioni erano dovute soprattutto a una osservazione scrupolosa della orografia e dello scorrimento superficiale e sotterraneo delle acque. Altrettanto fa il professor Paolo Mazzarello, capace di scoprire uomini, storie e documenti, spesso celati in biblioteche, archivi, pubblicazioni, o poco noti o del tutto ignorati, per proporli in testi, rigorosi e documentati, ma appassionanti per il lettore.

Gennaro Rega

è stato docente di Lettere nei Licei. Ora è impegnato in alcune istituzioni culturali del territorio milanese, tra le quali le biblioteche di Pioltello e di Cernusco S/N e l’ACTEL di Segrate.

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