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Se vuoi

Facciamo un gioco,

non troppo

non poco:

[…]

Un gioco che non sia una cosa sola

Un fuoco di domande

Un gioco, amico,

che diventa grande

di parola in parola.

 

(R. Piumini)

 

In una serie di poesie, intitolate Strugnell’s Sonnets, Wendy Cope, su suggerimento di un amico poeta, scrive sonetti shakespeariani prendendo in prestito dai sonetti di Shakespeare il primo verso. Nel resto del componimento Strugnell (alter ego poetico della scrittrice) parla dei suoi problemi in modo ironico e colloquiale, rispettando a un tempo lo schema metrico e il ritmo del parlato.

Ecco una serie di incipit di sonetti shakespeariani nella traduzione in endecasillabi fatta da Piumini (Bompiani, 2000).
A voi il compito di continuare, in quattordici versi solamente:

Dai belli noi vogliamo discendenza…

Guardati nello specchio e dì al tuo volto…

Ammettilo: a nessuno dai amore…

Oh, se tu fossi tu! Invece, caro…

Paragonarti a un giorno d’estate?...

Distrutto, affaticato, corro a letto…

Io dico che dobbiamo esser divisi…

Che tu abbia lei non è il mio tormento…

Ti penso come fossi un nutrimento…

Odiami dunque se vuoi, anche adesso…

Fa’ pure del tuo peggio per lasciarmi…

Forse il mio amore pare indebolito…

Per me, amico, non invecchierai…

È vero, sono andato qua e là…

Mentivano i versi in cui scrivevo…

Se tu, musica mia, musica suoni…

Ecco quello che ha scelto Roberto Piumini, facendone l’incipit di un sonetto petrarchesco:

Paragonarti ad un giorno d’estate,
quando la luce profumata sale,
smentendo le torture minacciate
dal buio e muto gelo universale?

Paragonarti all’aria risplendente
di verdi e caldi richiami animali,
che vince e cancella interamente,
nella memoria, i venti invernali?

Ti paragono ad un giorno d’estate,
tanto felice da volerlo eterno,
e fonte di parole innamorate.

A questo giorno io ti paragono,
non a un duro giorno dell’inverno:
tra dono e offesa, preferisco il dono.

(R. Piumini)

E questa è la versione di Shakespeare, così come Piumini l’ha tradotta (Sonetti, 18), rispettando metro (sonetto elisabettiano) e rime (alternate nelle tre quartine, baciate nel distico finale) dell’originale:

Paragonarti ad un giorno d’estate?
Tu sei più incantevole e più lieve:
a Maggio, i venti, gemme delicate
frustano, e l’estate è troppo breve.
A volte sguardo troppo caldo ha il cielo
E spesso offusca la faccia dorata,
e su ogni bellezza scende un velo,
dal caso, o da natura, consumata.
Ma la tua estate sempre resterà,
le tue bellezze tu non perderai,
ombra di Morte in sé non ti avrà,
perché in versi eterni crescerai.
        Finché aria o luce al mondo sia finita,
        i miei versi ti daranno vita.

E poiché i poeti, oltre a soffrire di “angoscia dell’influenza”, in inverno  si ammalano – come noi – di influenza, ecco un sonetto shakespeariano sul tema:

Distrutto, affaticato, corro a letto,
la fronte arroventata come brace,
in gola un punto fastidioso e infetto,
che scoppia in tosse, tosse, senza pace.
Non c’è bisogno d’un grande dottore
per dare il nome alla mia malattia:
assai di più di un mite raffreddore,
ma assai di meno di un’agonia.
Un giorno, forse due, con tosse, tosse,
sudori, qualche brivido insistente,
occhi grumosi ed orecchie rosse,
la testa che si sfuoca, lentamente.
        Due giorni, forse tre. Il quarto, poi,
        di nuovo pronto a ridere nel noi.

(R. Piumini)

E voi, che aspettate a cominciare il gioco? Inviate i vostri sonetti a La ricerca.

Cristiana De Santis

Ricercatrice di Linguistica italiana presso l’Università di Bologna (sede di Forlì). È coautrice della grammatica Sistema e testo (Loescher, 2011).

 
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