Dante - Che fanno, mentre i tempi sono atroci, coloro in cui più sacra è la parola? Perché non vanno, gioiosi e feroci, nella città, a far libera scuola? (R. Piumini, Intervista a Dante, in Ti vengo a cercare. Interviste impossibili, Einaudi, 2011)

Dove sono i poeti? Che cosa hanno da dirci?

E se la poesia potesse salvare la scuola?
E se la scuola potesse salvare la poesia?
Una pagina per dare voce ai poeti di oggi: quelli non ancora entrati in classe, i non irreggimentati, i non (ancora) classici.
Voci in versi liberi e in forma chiusa. In italiano e in altre lingue.
Senza note o commenti, ma con un ironico e poetico controcanto.

n.1

vanessa4The sitter

(Vanessa Bell, Nude, c. 1922-3, Tate Britain)

Depressed and disagreeable and fat –
That’s how she saw me. It was all she saw.
Around her, yes, I may have looked like that.
She hardly spoke. She thought I was a bore.
Beneath her gaze I couldn’t help but slouch.
She made me feel ashamed. My face went red.
I’d rather have been posing on a couch
For some old rake who wanted me in bed.
Some people made me smile, they made me shine,
They made me beautiful. But they’re all gone,
Those friends, the way they saw this face of mine,
And her contempt for me is what lives on.
       Admired, well-bred, artistic Mrs Bell
       I hope you’re looking hideous in Hell.

(Wendy Cope)

La modella

(Vanessa Bell, Nudo, ca. 1922-3, Tate Britain)

Depressa, grassa e sgraziata: ecco come
Lei mi vedeva. Tutto qui. Dovevo
Accanto a lei dare quest’impressione.
Mi parlava di rado. Che strazio le parevo!
Al suo sguardo ero un misero soggetto.
Di vergogna arrossivo. Avrei preferito
Posare sul divano di un vecchio pervertito
Bramoso solo di portarmi a letto.
Qualcuno mi ritrasse chiara e ridente, splendida…
Amici del passato, scomparsi con la candida
Mia immagine d’allora che seppero esaltare.
Ma è il suo disprezzo per me a trionfare.
         Divina alma Vanessa, ti auguro in eterno
         Di apparire mostruosa – tu – all’inferno.

(trad. di Silvio Raffo, in W. Cope, Guarire dall’amore, Crocetti, 2012)

Sonetto shakespeariano (formato da tre quartine di endecasillabi rimati alternatamente, con distico finale) commissionato dall’editore Weidenfield & Nicolson e dalla Tate Gallery per l’antologia Writing on the wall: Women Writers on Women Artists, a c. di J. Collins e E. Lindner, 1993.

Wendy Cope è una delle più note poetesse inglesi viventi, celebrata per il suo humour.

Vanessa Bell, pittrice inglese (1879-1961), sorella della scrittrice Virginia Woolf, fece parte del circolo culturale di Bloomsbury.

Controcanto 

Guarda che gioco, pensa il gioco strano
della poetessa Wendy, che lamenta
la dura, rude ed offensiva mano,
con cui Vanessa, vanesia e violenta,
dipinse la modella, e proprio a questa
mette parole molto amare in bocca,
con cui la maltrattata, ora, protesta
per il brutto destino che le tocca:
restare lì, dipinta, eternamente
grassa e depressa: non, come in passato
apparve a certi, bella e risplendente.
Complesso gioco, ancor più complicato
        dal traduttore che sillabe e rime,
        come Vanessa la modella, opprime.

(Roberto Piumini)

“L’autore di questa versione è poeta, da anni affezionato al sonetto non come trastullo parodico, o citazione, o gioco virtuosistico, ma come inestimabile, sintetica, stimolantissima forma-libertà del canto. La norma del sonetto è prototipo di quella “costrizione amorosa” che, in arte, è la forma: una struttura “data” che invece di impedire, o limitare, produce più invenzione, costringe a una maggiore e più originale libertà. L’amore in forma chiusa (Il melangolo, 1997) comprende 100 sonetti. L’amore morale (Il melangolo, 2001) alterna sonetti italiani a elisabettiani […] Il sonetto italiano ha andamento più pausato: le quartine, nella loro simmetria, nella chiusura del ritmo e della rima, svolgono in generale un’esposizione, una narrazione, un caricamento tematico, mentre le terzine, con i ritmi e le rime inconclusi, accelerando, concentrando, sbilanciando, hanno vocazione più lirica, di maggior canto. Il sonetto elisabettiano, per quanto conservi spesso nei dodici versi compatti la struttura a tre quartine, non di rado separate da punti, ha un passo più serrato e progressivo: per affidare poi al distico, alla battente rima finale, un fulmine di senso, di asseverazione, o fare quello sgambetto emotivo, quell’enjambement in chiave anti-climax che è stato giustamente riconosciuto, in altro luogo del repertorio letterario, al distico dell’ottava ariostesca”.

(da Roberto Piumini, Premessa a William Shakespeare, Sonetti, trad. di R. Piumini, Bompiani, 2000)

Si inserisce nel gioco un lettore editoriale, che presta la voce a Vanessa, in un sonetto di risposta che riprende le parole-rima del sonetto di Piumini.

Vanessa vanesia

Non so che cosa a voi sembri un po' strano
cantando la modella che lamenta
il trattamento ingiusto di mia mano.
Se un vecchio con la forza la violenta
minor disgusto proverebbe questa
di quel che gliene sale su alla bocca,
dico del misto di nausea e protesta,
vedendo l'effigie che in tela le tocca
in cui deve specchiarsi eternamente.
Vanesia, ripensa il tristo passato!
Ora dici esser stata risplendente
e neghi il girovita complicato.
           Dicevi, ben prima delle tue rime,
           posando imbronciata: "l'epa m'opprime!"

(Sandro Invidia)

Ecco invece un esempio di sonetto italiano, riletto in chiave moderna e ironica da Roberto Piumini, tratto dalla raccolta L’amore in forma chiusa.

In quattordici versi solamente

In quattordici versi solamente,
poiché la tradizione così vuole
voglio parlar di te compiutamente:
come si dice, in poche parole.

Intanto sono già ridotti a dieci:
occorrerà una sintesi più forte:
invece di “preghiere” dirò “preci”,
cesellerò immagini più corte.

Me ne restano sei, ma sufficienti:
non ne dovrebbero occorrere di più
se sono versi fervidi e stringenti.

Tre versi possono essere un bijoux,
basta vedere i componimenti
di Dante, o di Petrarca. Tu sei tu.

Cristiana De Santis

Ricercatrice di Linguistica italiana presso l’Università di Bologna (sede di Forlì). È coautrice della grammatica Sistema e testo (Loescher, 2011).

 
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