Le prime due poesie sono tratte da “Guardrail” (Pequod, Ancona 2010), le ultime due da “Il brusio delle cose. Sintagmi feriali in lingua bastarda” (Mobydick, Faenza 2014). 
All’originale, in lingua romagnola di Reda di Faenza, è affiancata l’autotraduzione in italiano. 
Per Giovanni Nadiani (1954-2016), poeta, ricercatore e traduttore, scrivere in romagnolo e in italiano è il risultato della constatazione e dell’accettazione che oggi il mondo è impurità, incrocio, meticciamento. «Accedere a una nuova, diversa e elastica identità, a una ‘creolità’ se vogliamo, – si legge in un suo saggio del 1997 – mi sembra l’unica alternativa al trasformare se stessi immediatamente e pedissequamente in hamburger».

  • x Ribolla, Italia. © Federico Borselli
  • nó ch’a fasen i cvel

    sèmpar in freza

    pinsend ch’e’ vnirà e’ su dè

    ch’a putren lavurê

    cum ch’u s’dev

    cun tota la chêlma ch’u i vó

    par fêr i cvel fet ben…

    nó a n’s’s’adasen brisa

    che chi cvel ch’a lè

    fet in prisia e furia

    l’éra e’ masum 

    ch’a putegna fê

    adës ch’u s’è fat terd

    l’è bur

    e a n’gn’ariven piò drì

    nè cun la fôrza

    ch’a j aven pers

    e gnânch cun i dè

    ch’a j aven finì.

    par nö scorar de’ sens

    d’fê chi cvel

    ch’a n’l’avden piò invel...

    noi che facciamo le cose

    sempre in fretta

    pensando che verrà il giorno

    in cui potremo lavorare

    come si deve

    con tutta la calma che ci vuole

    per fare le cose fatte bene

    noi non ci accorgiamo

    che quelle cose lì

    fatte in fretta e furia

    erano il massimo

    che potevamo fare

    ora che si è fatto tardi

    è buio

    e non ci arriviamo più

    né con la forza

    che abbiamo perso

    e nemmeno coi giorni

    che abbiamo finito

    per non parlare del senso

    di fare quelle cose

    che non lo vediamo più da nessuna parte…

    ***

    ***

    da par nó

    a ’n se incion…

    s’a n’sen gnît

    pr incion

    a n’sen incion…

    noi

    da soli

    non siamo nessuno…

    noi

    se non siamo niente

    per nessuno

    non siamo nessuno…

    e nenca acsè

    un dè

    u i srà sèmpar

    chijcadon

    ch’u i tucarà

    pr amór o par fôrza

    d’tu só da lè

    cla masa d’gnît

    che fiê d’incion

    försi pr un mument

    j onich d’segn

    d’chijcadon…

    e anche così

    un giorno

    ci sarà sempre

    qualcuno

    a cui toccherà

    per amore o per forza

    di raccogliere

    quel mucchio di niente

    quella puzza di nessuno

    forse per un attimo

    gli unici segni

    di qualcuno…

    ***

    ***

    Invigia Invidia

    … la burdela mora albanesa prema dla clas

    arpuneda dri la muraja de’curtil

    cun la chitara ins al spali ch’l’aspeta

    inguseda par l’urel dl’esam d’terza

    ch’la t aspeta

    te

    ch’la n ved l’ora che t ariva

    te

    pr brazet

    te

    mi moj

    prufesuresa int l’indirizzo musicale

    te

    mi moj

    piò streta ch’ne me

    cun la pasion che t é spartì a lè cun li

    la musica d’una vita a culur pina d’fiur

    (senza la pavura d’fer ridr)

    a la faza di culega ch’i l’amaza dè par dè

    cun la pavura de’ su ruger dla buciadura…

    ... la ragazzina mora albanese prima della classe

    nascosta dietro il muretto del cortile

    con la chitarra sulle spalle che attende

    impaurita alle lacrime per l’orale dell’esame di terza

    che ti aspetta

    te

    che non vede l’ora che arrivi

    tu

    per abbracciarti

    te

    mia moglie

    insegnante dell’indirizzo musicale

    tu

    mia moglie

    più stretta di me

    con la passione che hai condiviso con lei

    la musica di una vita a colori piena di fiori

    (senza la paura di essere ridicole)

    alla faccia dei colleghi che l’ammazzano giorno per giorno

    con la paura urlata della bocciatura…

    … e par quant ch’a v vegh

    int e’ spicet dla màchina a m degh

    ch’a so quasi gelos d’li invigios

    d’tota cla musica

    dentr a vó dò

    int e’ curtil dla scola

    in do che te tra du tri dè

    t an la vdiré piò

    ch’la dona…

    … e per tutto il tempo in cui vi vedo

    sullo specchietto retrovisore mi dico

    che sono quasi geloso per lei invidioso

    di tutta quella musica

    dentro voi due attorno a voi due

    nel cortile della scuola

    dove tu tra alcuni giorni

    non vedrai più

    quella donna…

    ***

    ***

    al bicicleti mezi inriznidi dal badanti

    parchigedi int e’ perch la zobia dopmezdè

    le biciclette mezze arrugginite delle badanti

    parcheggiate nel parco il giovedì pomeriggio

    vampè d’musica maghrebina

    da talafunin patachet

    folate di musica maghrebina

    da cellulari sboroncelli


Giovanni Nadiani, nato a Cassanigo di Cotignola nel 1954 (e morto a Reda di Faenza nel 2016), è stato poeta, traduttore e germanista.
Dal 2001 ha svolto attività di ricerca e di insegnamento nella sede di Forlì della Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori dell’Università di Bologna.
Ha pubblicato alcune monografie e diversi saggi su questioni di teoria e pratica della traduzione letteraria e multimediale, su lingue e generi testuali minoritari. In qualità di traduttore ha curato, tra l’altro, le opere di numerosi poeti e narratori tedeschi, neerlandesi e di varie aree linguistiche minoritarie.
Ha diretto il quadrimestrale letterario «Tratti» e la rivista online di studi sulla traduzione «InTRAlinea».
Le sue principali raccolte poetiche sono e’ sech (Mobydick, Faenza 1989), TIR (Mobydick, Faenza1994), Feriae (Marsilio,Venezia 1999), Beyond the Romagna Sky (Mobydick, Faenza 2000), Sens (Pazzini, Rimini 2000), Eternit® (Cofine, Roma 2004, Premio Ischitella 2004), Ram: versi dalla Romagna-Italia: 1996-2005 (Birandola, Faenza 2005), Guardrail (Pequod, Ancona 2010), Il brusio delle cose. Sintagmi feriali in lingua bastarda (Mobydick, Faenza 2014).

 
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