Esce per i tipi di Carocci un dotto e brillante saggio di Niccolò Scaffai imperniato sul rapporto tra tecnica ed esperienza nell'opera di tre maggiori del nostro Novecento: Eugenio Montale, Vittorio Sereni e Giorgio Caproni.

Milano 1951. Ad assistere allo spettacolo Alfonso Gatto, Oreste Del Buono e Vittorio Sereni. Foto Patellani, muvilo.it

Il lavoro del poeta, ultima fatica saggistica di uno dei critici italiani oggi più agguerriti e documentati, Niccolò Scaffai, è un volume di studi che riconduce la poesia (dal singolo testo alla raccolta, fino al corpus complessivo delle opere degli autori presi in esame) alla sua radice operativa, pratica: i versi sono collocati al centro di un ampio sistema di riferimenti nel quale la dimensione biografica – i dati spazio-Il lavoro del poeta consiste nel modulare la tecnica per rielaborare e accogliere la varietà delle circostanze in cui l'esistenza lo ha posto.temporali, ossia la geografia esistenziale del singolo poeta unitamente alla Storia personale e collettiva – converge con quello che potremmo chiamare lo specifico letterario – la ricerca di una collocazione individuale all'interno di un sistema di posizioni estetiche, attraverso l'affinamento di strumenti retorico-stilistici in parte ereditati, in parte creati su misura. In tal modo, l'officina letteraria rivela la propria natura ibrida, di luogo di transizione e continui commerci tra il vissuto e quello che in termini platonici potremmo chiamare il binomio téchne-epistéme (quadro tematico-contestuale, intonazione, prassi retorica, tramature linguistico-stilistiche), proprio perché il lavoro del poeta, come osserva Scaffai, «consiste nel modulare la tecnica per rielaborare e accogliere la varietà delle circostanze in cui l'esistenza lo ha posto» (p. 11).

Eugenio Montale

Compito del critico è allora quello di passare al vaglio, e incrociare, quegli elementi che variamente combinandosi, in ottica talora regressiva e iterativa, talaltra progressiva ed evolutiva, hanno concorso all'atto creativo, ben sapendo che la gestazione e messa in opera del testo poetico si sottraggono sistematicamente a ogni rigida contrapposizione tra esperienza e tecnica, configurandosi semmai come un entre-deux, ovvero il prodotto, spesso instabile, di un sottile gioco di spinte e controspinte tra i due poli. Sul tavolo dell'officina autoriale, d'altronde, si trova di tutto, e nessun elemento può essere trascurato per decifrare e ricostruire le modalità compositive di una lirica: Sul tavolo dell'officina autoriale si trova di tutto: carteggi, autocommenti in prosa, interviste e dichiarazioni autobiografiche, citazioni, spunti di cronaca, stimoli audiovisivi.carteggi, autocommenti in prosa, interviste e dichiarazioni autobiografiche si intrecciano e dialogano con suggestioni culturali come le citazioni, gli spunti di cronaca, gli stimoli audiovisivi.
Peraltro, questa fitta rete di relazioni che di fatto determina l'architettura del testo, accompagnandone la fase elaborativa e dunque, di conseguenza, innescando quella interpretativa, si trova in parte replicata, sia pure a un diverso livello, nella costruzione complessiva del libro di poesia, il cui ordine interno è spesso determinato, oltre che da precise scelte di poetica, dal concorrere di contingenti fenomeni esistenziali o letterari (testuali e para-testuali) differentemente combinati per far risuonare accordi melodiosi o, come più spesso accade nel corso del secondo Novecento, ricercate dissonanze, disarmonie prestabilite.

Vittorio Sereni

Entro questo orizzonte concettuale Scaffai si muove con una serie di affondi puntuali, trascorrendo di continuo dal piano microtestuale – con la focalizzazione su un singolo componimento – a quello macrotestuale – la ricostruzione dell'orditura di una sezione o di un intero libro, fino alla riflessione sulla complessiva poetica di un autore.
Esemplari in tal senso risultano le considerazioni del critico sul manierismo di Montale a partire da un testo come Notizie dall'Amiata, sorta di avventura psichico-emotiva costruita non tanto sulla base di una precisa esperienza vitale, ovvero di una particolare “occasione”, bensì ricorrendo a un'articolata costellazione di suggestioni culturali stratificatesi nel tempo. Parimenti interessante la lettura di L'alibi e il beneficio di Vittorio Sereni, da cui Scaffai ricava penetranti considerazioni sulla natura della poesia sereniana, la quale a suo avviso trae «la sua prima ragione di essere non dalla divergenza ma dalla convergenza del passato come storia e del passato come memoria» (p. 188).
Scaffai ridimensiona certi miti di lunga durata come quello, davvero granitico, della volontà d'autore, concetto i cui margini sono spesso assai più incerti e frastagliati di quanto non si voglia credereIl metodo utilizzato da Scaffai permette inoltre di aprire squarci inediti su testi assai noti: la minuta analisi consacrata a Il sogno del prigioniero, sempre di Montale, rivela una fonte sinora ignorata, identificata nel film di Henry Hathaway Sogno di prigioniero del 1935.
Passando poi dal piano microtestuale a quello macrotestuale, il critico offre un persuasivo quadro della genesi di alcuni volumi centrali nella storia della poesia italiana del Novecento, da Le Occasioni e la Bufera montaliani a Gli strumenti umani e Stella variabile di Sereni, accompagnando la sua riflessione sui singoli componimenti e sull'ordine che essi occupano nelle rispettive raccolte con acute interpretazioni dell'evoluzione delle poetiche d'autore.
Meritano in particolare di essere sottolineate le sue osservazioni circa il superamento della forma canzoniere da parte di Sereni, le pagine dedicate al dialogo a distanza Montale/Sereni e quelle consacrate alle diverse modulazioni timbriche nell'ultimo Sereni e nell'ultimo Caproni.

Giorgio Caproni - foto di Dino Ignani

Emerge da questo quadro ermeneutico ampio e stratificato un'idea forte di critica come ricerca dei nessi, e dei compromessi, che legano tra loro vissuto ed espressione, due poli peraltro usciti decisamente indeboliti dalle vicende storiche, sociali, letterarie del Novecento, secolo della frantumazione dell'esperienza e della diffrazione, o persino dell'incrinatura, della voce poetica. Un ulteriore pregio del volume consiste in effetti nell'aver ridimensionato certi miti di lunga durata come quello, davvero granitico, della volontà d'autore, concetto i cui margini sono spesso assai più incerti e frastagliati di quanto non si voglia credere.
Scaffai ha in questo senso non solo il merito di inquadrare i testi nella loro giusta prospettiva storica ma anche di dimostrare come lo studio della poesia richieda oggi interpreti che, oltre ad aggiornati strumenti scientifici e finezza d'intuito, sappiano confrontarsi con i testi in modo non preordinato e pregiudiziale, compiendo uno sforzo per cogliere la complanarità fra le sfere psichica, intellettuale e creativa dell'autore.

Riccardo Donati

Docente e saggista, insegna all'Università di Salerno; tra i suoi lavori più recenti ricordiamo "I veleni delle coscienze. Letture novecentesche del secolo dei Lumi" (Bulzoni, 2010), "Le ragioni di un pessimista. Bernard Mandeville e la cultura dei Lumi" (ETS, 2011), "Nella palpebra interna. Percorsi novecenteschi tra poesia e arti della visione" (Le Lettere, 2014), "Critica della trasparenza. Letteratura e mito architettonico" (Rosenberg & Sellier, 2016), "La musica muta delle immagini. Sondaggi critici su poeti d'oggi e arti della visione" (Duetredue, 2017). Si occupa di letteratura europea tra Sette e Novecento e di poesia italiana contemporanea, con interventi in volume e in rivista; nel 2013 l'Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attributo il "Premio Giuseppe Borgia" per i suoi contributi sulla poesia.

 
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