Lo Spinario bronzeo dei Musei Capitolini di Roma, al pari della cosiddetta Lupa capitolina – ospitata nella stessa sede museale – o dell’ancor più celebre Laocoonte marmoreo dei Musei Vaticani, è una di quelle statue sulle quali nessuno studente universitario vorrebbe mai essere interrogato all’esame di Archeologia.

Sono talmente tante le ipotesi cronologiche e critico-interpretative formulate nel tempo intorno a questo monumento (e intorno agli altri appena nominati), che il malcapitato studente – ancorché preparato – non saprebbe da che parte cominciare a rispondere.

Ciò premesso, fino al 25 maggio è in corso ai Capitolini una mostra dal titolo Spinario. Storia e fortuna, curata da Claudio Parisi Presicce, che si propone di essere una vera e propria “pietra miliare” nell’indagine su questo prezioso oggetto: dopo di che, per il nostro ipotetico aspirante archeologo le cose potrebbero anche peggiorare, perché dovrà leggersi pure l’omonimo Catalogo pubblicato dall’Editore De Luca!
Ma andiamo con ordine, dando anzitutto una sommaria descrizione della statua. Alta cm. 73, essa rappresenta un fanciullo – un pastorello di una dozzina d’anni – seduto su una roccia, intento a levarsi una spina dalla pianta del piede sinistro poggiato sul ginocchio destro. Come anticipavo, la sua cronologia è profondamente dibattuta, anche se oggi si propende per una soluzione composita, giudicandola un prodotto per così dire eclettico. Infatti lo Spinario unisce un dinamico corpo di gusto ellenistico con una testa dalle forme di stile severo; è pertanto possibile che il suo “prototipo” sia stato ideato proprio in età ellenistica (sempre in bilico tra tradizione e modernità) e che la sua “versione capitolina” sia stata prodotta a Roma in epoca cesariana o augustea: recenti analisi effettuate nel 2000 lascerebbero addirittura pensare per questa alla fusione di parti realizzate in epoche diverse.

 

Francesco_Piranesi_SpinarioParlo di “versione capitolina” perché il soggetto è piuttosto diffuso, e ne esistono almeno sette copie o varianti antiche, più o meno fedeli, derivanti dal noto esemplare bronzeo o da altro affine: alcune di queste, conservate in importanti musei nazionali o internazionali, sono oggi in mostra ai Capitolini. Inoltre nell’esposizione in corso sono visibili alcune delle numerose “rivisitazioni” fatte nei secoli di questo capolavoro, noto già nel Medio Evo e donato al Popolo Romano da papa Sisto IV nel lontano 1471. Perfino artisti del calibro di Filippo Brunelleschi o Peter Paul Rubens si lasciarono influenzare dal soggetto di cui stiamo trattando; per non parlare di Francesco Piranesi – figlio del grande Giovan Battista – che lo riprodusse in una splendida incisione.

 

Spinario_Galleria_Estense_Modena1Eh già, ho parlato di “giovane”, “pastorello”, “soggetto”… ma – come vi sarete accorti – ho finora elegantemente “dribblato” qualunque sua identificazione. Eppure non ne sono mancate, nel corso dei secoli. E si è trattato sia di identificazioni “serie”, fatte da studiosi (che hanno parlato di Endimione, Triottolemo o Adone etc…), sia di suggestioni simbolico-allegoriche: infatti già in età antica lo Spinario venne sentito come simbolo del dolore procurato dall’innamoramento, mentre il Medio Evo lo identificò allegoricamente col Vizio e il Peccato tipicamente pagani, e nel Rinascimento gli venne affibbiato il nomignolo di “Marzio”. Se però accettiamo l’idea che il bronzo capitolino sia stato prodotto in età proto-augustea le possibilità identificative si riducono notevolmente, qualificando la scultura non come immagine generica di pastore, ma come rappresentazione di personaggio significativo per la storia mitica dell’antica Roma: potrebbe infatti raffigurare Ascanio/Iulo, figlio di Enea e capostipite della gens Iulia, quella di Cesare e Augusto.

 

Spinario_dal_British_Museum1Insomma: non è impossibile che l’idea del ragazzino che si toglie la spina nasca (in età ellenistica?) come soggetto di genere, a suggerire simbolicamente la fragilità e l’inesperienza della giovane età. Ma è altrettanto possibile che Roma si sia riappropriata di tale soggetto conferendogli un’aura mitica e patriottica, pienamente funzionale al disegno augusteo. Alle radici dell’impero non c’era dunque solo l’audace Romolo, che contaminò il pomerium col sangue del fratello Remo; ma ancor prima di lui c’era il pius Aenas, il cui giovane figlio – scampato alle fiamma di Troia – si era ingenuamente punto un piede pascolando le greggi nella campagna laziale. Stavolta di sangue ce n’era solo una goccia, ed era quello che i Romani, reduci da un secolo di guerre civili, volevano sentirsi di dire da quell’Augusto che si vantava di avere imposto la sua duratura pax a tutto l’ecumene.

I bellicosi Romani avevano dunque bisogno della bellezza e dell’eleganza di ispirazione greca per ingentilire il loro rude passato; e non è un caso che il nostro Spinario sia stato, qualche anno fa (2008), la star di una mostra a Palazzo Te di Mantova intitolata La forza del bello. L’arte greca conquista l’Italia. Una “forza”, quella del giovane pastore, fatta di delicatezza ed armonia; una “forza” tanto consapevole di sé da non temere di incarnarsi in un personaggio apparentemente debole e indifeso: così indifeso che vorremmo aiutarlo a liberarsi di quella spina fastidiosa che da oltre duemila anni si è infilzata nel suo piede di fanciullo.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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