#altrinoi – Una prospettiva di lettura della tragedia sofoclea

colono1Accolgo volentieri l’invito de La ricerca ai propri autori e – più in generale – alle persone coinvolte nel mondo della scuola affinché scrivano sull’educazione alla diversità. Lo faccio a modo mio, dunque con un riferimento al mondo classico, anche perché la frase da cui prendere le mosse evoca il clima grandioso e nel contempo terribile del mito greco. Infatti è: La gente ha bisogno di un mostro in cui credere. Un nemico vero e orribile. Un demone in contrasto col quale definire la propria identità” (Chuck Palanhiuk).

E quale “mostro” più orribile dell’Edipo sofocleo poteva partorire la mente umana? Assassino, pur se inconsapevole, di suo padre, ne prese il posto sul trono di Tebe e nel talamo nuziale, dove giacque con la madre Giocasta. Da lei ebbe quattro figli-fratelli, tutti egualmente sventurati, marchiati a fuoco dalla colpa oggettiva compiuta dal padre. Nell’Edipo re, scoperta la propria condizione Giocasta si uccide, Edipo no; egli si acceca – perché ha orrore nel guardare ancora quel mondo che pure lo vide re giusto e sposo felice – ma non si “toglie di mezzo”. Accetta pertanto il ruolo di “mostro”, che gli dèi gli hanno affidato e gli uomini gli hanno affibbiato, ma anche quello di profugo dalla propria terra, di pellegrino reietto, di testimonial della malvagità e della sventura al livello più alto. Con lui resta la coraggiosa figlia Antigone, che lo accompagnerà ovunque alla ricerca di una terra che sappia accoglierlo e sia disposta a convivere con la sua imbarazzante “diversità”.

E questo luogo – ci racconta Sofocle nell’Edipo a Colono – esiste. È proprio l’umile demo di Colono, alle porte di Atene, ricco di ulivi, il glauco olivo, che nutre i nostri figli. E nessun uomo, giovane o vecchio, lo distruggerà sradicandolo con forza (vv. 701-703, trad. R. Cantarella). Infatti è lì che Edipo, nonostante le resistenze della gente del posto, viene saggiamente accolto dal re ateniese Teseo; ed è lì che egli pone fine alla sua esistenza terrena, come gli dèi gli hanno fatto capire. Ma nel bosco sacro dove è destinato a scomparire non si reca solo: vuole con sé Teseo, per rivelargli cose che rimarranno indenni da vecchiaia, per te e le tua città. Lo vuole con sé per fornirgli segreti che – dice Edipo – non posso rivelare a nessuno, e nemmeno alle mie figlie, per quanto le ami. Ma serbali per sempre tu: e quando arriverai al termine della tua vita, comunicali solo al più degno, e questi li riveli al suo successore. E così abiterai questa città, posta al sicuro dagli uomini del drago (vv. 1528-1534, trad. R. Cantarella).

Teseo_e_il_MinotauroInsomma, il “mostro”, il “diverso”, il “reietto” conosce i segreti del buongoverno e li trasmette al fondatore di Atene, città che inventò la democrazia e praticò più di ogni altra la giustizia (con tutti i limiti umani: lo dimostra la condanna di Socrate) e la sapienza. Allora, forse, Edipo non era un vero “mostro”, ma un messo divino, l’esecutore di un superiore disegno; era addirittura un eletto, mutuando il termine dal romanzo su papa Gregorio I che Thomas Mann scrisse ispirandosi al mito edipico. Teseo, dal canto suo, non era né un eroe caritatevole né uno stinco di santo, e aveva pure un passato mitico di avventuriero e playboy; ma di “mostri” veri se ne intendeva, avendo sconfitto il Minotauro. Davanti al ramingo e sventurato Edipo aveva pertanto capito che il modo migliore per definire la propria identità (cito Palanhiuk) era quello di non considerare affatto “mostro” l’impresentabile straniero, ma di accoglierlo e ascoltarne i dolorosi racconti. E probabilmente erano gli stessi dolorosi racconti dai quali tutti noi fuggiamo spesso, in presenza di qualcuno che (in apparenza) non rappresenta i nostri valori e il nostro stile di vita: così facendo, però, ci perdiamo anche i suoi preziosi segreti, cioè quelle cose che rimarranno indenni da vecchiaia, conoscendo le quali potremo forse anche noi vivere al sicuro dagli uomini del drago.

Sofocle scrisse l’Edipo a Colono nel 406 a.C., a novant’anni, e queste idee erano dunque l’esito di una riflessione durata una vita: leggere a scuola le sue opere consente – forse – ai nostri studenti di comprenderle e metterle in pratica un po’ prima. Mi piacerebbe pertanto sapere che i giovani che ho educato possano anche loro, come Teseo, affermare con orgoglio: Non con le parole, ma piuttosto con le azioni io cerco di dare gloria alla mia vita (vv. 1143-1144, trad. R. Cantarella). Infatti dalle parole (utili, per carità, ma sovente trite e ritrite…) siamo tutti sommersi; di azioni gloriose abbiamo invece un dannato bisogno, e prima fra tutte quella di sconfiggere i mostri, i nemici, i demoni che albergano dentro di noi, e costruirci un’identità forte e tollerante nello stesso tempo. Non è facile, ma ce la possiamo fare; ce la dobbiamo fare.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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