Una riflessione su due complessi personaggi storici: Tiberio Sempronio e Gaio Sempronio, tribuni della plebe, morti a causa delle loro riforme.

 

Cornelia_madre_dei_Gracchi_di_Jules_Cavalier2Ogni medaglia ha il suo rovescio, e le grandi vittorie di Roma tra il III e il II sec. a.C. (guerre puniche, macedoniche, conquista della Grecia etc…) avevano lasciato il segno sulla carne viva dei cives. Tra le conseguenze negative più evidenti dei trionfi militari vi era la profonda crisi agraria in cui versava l’Italia romana, devastata dalle lunga presenza dell’esercito annibalico e privata di molti dei suoi laboriosi «contadini-soldati», caduti nelle guerre di conquista. Nelle campagne, dunque, prendeva piede il latifondo, con le terre (anche quelle dell’ager publicus, cioè del «terreno di proprietà dello Stato», locate ai privati) nelle mani di pochi, mentre gli esponenti dei ceti più bassi, fortemente impoveriti, si riversavano verso Roma a ingrossare le fila del proletariato urbano.
A questo problema, che minava non poco la tenuta della compagine sociale, cercarono di rispondere i tribuni della plebe Tiberio Sempronio Gracco e Gaio Sempronio Gracco: discendenti della migliore aristocrazia romana, morirono entrambi — nel 133 a.C. il primo, nel 122 a.C. il secondo — nei tumulti conseguenti alle loro proposte di riforma. Tiberio propose una riforma agraria che limitava il possesso dell’ager publicus a 500 iugeri (più altri 250 per ogni figlio maschio, fino a un massimo di 1000), prevedendo l’esproprio delle terre in esubero e la loro redistribuzione ai più poveri. Gaio riprese con ancora più forza il progetto del fratello, associandovi anche una politica di fondazione di colonie in Italia e in Africa (nuove città avrebbero infatti potuto portare lavoro e benessere) e di progressiva estensione della cittadinanza romana a Latini e Italici. La vecchia aristocrazia senatoria, dunque, nelle cui file spiccava ancora, ai tempi dei Gracchi, Scipione Emiliano, per mantenere una certa supremazia nell’ambito della società romana era costretta a fare un uso sistematico della violenza.

 


Tiberio_Gracco1Proporre agli studenti un'interpretazione critica della figura dei Gracchi non è facile, anche perché da sempre la  generica definizione di «rivoluzionari» ha suscitato nei loro confronti condanne o entusiasmi, ma anche giudizi in qualche modo ambivalenti.
Ad esempio li condannò, nel secolo successivo, il conservatore Cicerone, quando nella Prima Catilinaria (nel § 3) del 63 a.C. ricorda che Tiberio Gracco fu eliminato perché – pur se in modo meno vistoso di Catilina – attentava all’integrità dello Stato: fece dunque bene il pontefice massimo Publio Scipione Nasica, in veste di privato cittadino, ad ucciderlo nel tumulto del 122 (P. Scipio, pontifex maximus, Ti. Gracchum mediocriter labefactantem statum rei publicae privatus interfecit). Eppure, qualche anno dopo, nel 56 a.C., l’Arpinate propose una loro parziale riabilitazione nell’orazione in difesa dell’ex-tribuno della plebe Publio Sestio – la Pro Sestio, appunto – nella quale auspicava il raggiungimento del consensus omnium honorum.
Gran parte del «mito» successivo dei Gracchi dipende però dalle biografie nelle quali il greco (ma cittadino romano) Plutarco li affianca agli spartani Agide e Cleomene. Egli infatti ne esalta l’idealismo e il coraggio, pari alla nobiltà del loro casato, così come loda l’impareggiabile dignità della madre Cornelia davanti alle loro morti. E tra i due, è indubbiamente Tiberio che ne esce con il profilo più alto, quello di un uomo che lottava per un’idea bella e giusta con un’eloquenza che avrebbe adornato perfino una causa abietta (Vita di Tiberio Gracco, 9, trad. C. Carena). Non è dunque un caso che il rivoluzionario francese François Noël Babeuf (1760-1796), che ricevette dal padre morente in eredità il volume di Plutarco, abbia poi cambiato il suo nome in «Gracco» Babeuf, volendo diventare strenuo difensore degli interessi del popolo!
Dunque, tornando ai nostri studenti, potrebbe essere utile partire proprio da qui, e cioè da un’opportuna riflessione su queste due fonti antiche, anche se il dibattito tra gli storici moderni è altrettanto stimolante; tanto stimolante, però, quanto complesso e impossibile da sintetizzare in questa sede.
Mi limiterò dunque a due considerazioni: la prima – forse – più curiosa, poiché a margine di un «datato» testo critico, la seconda più chiarificatrice, sempre a fini didattici.

 


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Partiamo con un riferimento allo storico russo d’epoca sovietica Sergej Kovaliov, che scrisse nel 1948 la sua Storia di Roma, opera fortemente condizionata dall’ideologia marxista. Ne risultò un lavoro che, pure nel rigore della ricostruzione storiografica, mirava a cercare nella Roma antica concetti come «rivoluzione / rivoluzionario» o «popolo / popolare», che nell’ottica marxista – basata per lo più sull'analisi della moderna società industriale – hanno un preciso significato, incompatibile però con le strutture della società antica. Non fu certo piccolo, come si può immaginare, lo spazio che egli diede ai Gracchi nella sua opera, e cercando soprattutto di capire se questi fossero o no «rivoluzionari», scrisse quanto segue:

Naturalmente essi non furono rivoluzionari nello stretto senso della parola, poiché non avevano intenzione di distruggere il regime schiavistico e di sostituirlo con un qualsiasi altro sistema sociale diverso: al contrario, lo scopo delle loro riforme, in ultima analisi, era proprio quello di rafforzare il regime schiavistico. Ma muovendo contro l'esistente sistema oligarchico in nome della democrazia e uscendo, durante la loro attività politica, dai limiti costituzionali, essi, indipendentemente dalle loro intenzioni soggettive, agirono come rivoluzionari (S. I. Kovaliov, Storia di Roma. I. La Repubblica, Roma, Editori Riuniti, 1976, pp. 367-68).

Possiamo forse sorridere davanti a un ideologismo tanto rigido da apparire perfino ingenuo: è ovvio che nessun esponente dell’aristocrazia romana potesse «puntare al cuore» del regime schiavistico. Però il punto che mi sembra più importante è quello nel quale Kovaliov ci ricorda la loro opera di «consolidatori» del sistema, il che può forse portarci a suggerire un’interpretazione complessiva più equilibrata del loro operato.

 


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Ed è qui che propongo la seconda, e ultima, considerazione. Infatti, la critica più recente, seppur con diverse sfumature, è propensa a vedere nell’esperienza fallita dai Gracchi qualcosa di sostanzialmente mirato alla conservazione, al «consolidamento» della libera res publica che rischiava di sgretolarsi; e ciò vale soprattutto Tiberio, con il suo rigore stoicheggiante e il suo anacronistico vagheggiamento del ritorno ai «contadini-soldati». Ma il problema, il nodo della questione, resta più che mai la valutazione sulle modalità  e sugli strumenti con i quali costoro volevano perseguire i loro fini. Infatti non vi è dubbio che il Tiberio che voleva iterare contra legem il tribunato della plebe (allora rigorosamente annuale) e che fece destituire il collega Ottavio, o il Gaio che mirava a un «controllo dello Stato tramite le potenzialità illimitate della carica tribunizia» (G. Brizzi, Roma. Potere e identità dalle origini alla nascita dell’impero cristiano, Pàtron, Bologna, 2012, p. 159), e che «come tramite dell’intesa tra popolari ed equestri, si proponeva di divenire l’arbitro della res publica» (ibidem), non incarnano certo le figure di uomo pubblico disinteressato del buon tempo antico; alla Cincinnato, per intenderci. Anzi, lasciano già presagire quel personalismo nella vita politica romana che vedrà di lì a poco succedersi leader come Mario, Silla, Pompeo, Cesare e – ultimo capo-fazione e primo imperatore – Ottaviano Augusto: i protagonisti, cioè, di quella Roman Revolution di cui ha scritto Ronald Syme nel 1939.
La contraddizione (e anche la «rivoluzione», a leggere Syme…) prima che nel progetto dei Gracchi (conservatori nei fini e rivoluzionari nei mezzi: in fondo Kovaliov aveva un po’ di ragione) era insita dunque nei tempi stessi che Roma stava vivendo: senza una politica di esposizione personale, senza carisma individuale, si faticava infatti ad emergere e a indirizzare quell’immensum corpus (così dirà poi lo storico Tacito) di quello che possiamo ossimoricamente definire «impero repubblicano», o «repubblica imperiale». Pertanto è opportuno credere alla «buona fede» dei Gracchi ed è possibile ritenerli genuinamente preoccupati delle condizioni del proletariato urbano, degli agricoltori impoveriti, dei socii italici. Ma entrambi sapevano benissimo che per ottenere qualcosa bisognava sapere arringare e accattivarsi le folle, trasformare la propria persona in un’icona, e – ahiloro ! – addirittura in un «bersaglio», altrimenti avrebbero faticato ad emergere dalla palude della politica di allora: oggi sarebbero forse onnipresenti nei talk show e molto attivi sui social media… E se Tiberio venne colpito ex abrupto dal primo «omicidio politico» della storia repubblicana, il suicidio di Gaio – che si vedeva  ormai accerchiato e minacciato – fu una specie di Cronaca di una morte annunciata. Idealisti o arrivisti che fossero (comunque, probabilmente, non i demagoghi dalle aspirazioni tiranniche che vide in loro il grande Theodor Mommsen), i Gracchi incarnarono dunque un’epoca di turbolenze, oltrepassandola però – e di molto – con il «mito» (cui già si è accennato) che i loro exempla produssero.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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