Nel 2014 si ricorderà il Bimillenario della morte di Ottaviano Augusto (14 d.C.), e pertanto intendo dedicare alla figura del princeps fondatore dell’impero alcuni articoli. Tra questi ci sarà sicuramente una riflessione sulla grande mostra Augusto, aperta alle Scuderie del Quirinale di Roma: la farò non appena avrò l’occasione di visitarla.

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Ma voglio incominciare queste note augustee da un monumento che non è in Italia, bensì nella vicina Costa Azzurra francese. Si tratta dell’imponente trofeo che ancora oggi incombe su La Turbie - il cosiddetto Tropaeum Alpium - con la cui erezione si celebrò (nel 7-6 a.C.) la vittoria finale di Roma su alcune riottose popolazioni alpine.
Quella che oggi vediamo è la paziente ricostruzione, avvenuta in più tappe nelle prima metà del Novecento, ad opera degli architetti Jean Camille Formigé e Jules Formigé, con la sovvenzione dello Stato francese ma anche del finanziere statunitense Edward Tuck, mecenate innamorato della Francia. Si tratta di un restauro parziale, faticoso, che opportunamente non cancella del tutto la trasformazione in fortezza d’epoca medievale; ma che ha recuperato numerosi “pezzi” del monumento originale in edifici locali, che sono stati pertanto abbattuti:

 

Tropaeum_divenuto_fortezza_in_stampa_seicentesca1 come il Colosseo, l’Arena di Verona e molti antichi edifici, infatti, il nostro trofeo è stato usato per anni come vera e propria “cava di pietra” da generazioni di più o meno inconsapevoli “vandali”.
Ma torniamo alla natura e alla funzione del monumento, che ho recentemente rivisitato, riportandone - ancora una volta - una grande emozione, in quanto domina il mare da Sanremo al massiccio dell’Esterel e si staglia tra il verde dei pini, l’azzurro del cielo e del mare, il colore rossiccio della roccia e il profumo delle erbe aromatiche.
Nell’antichità tale ubicazione, lungo la Via Iulia Augusta, corrispondeva al punto dove finiva l’Italia (i cui abitanti avevano la cittadinanza romana) e incominciavano le Gallie, allora terra di provinciali, di sudditi insomma. E si trattava di un’area dove – già in età preromana – era diffuso il culto di Eracle, eroe che divenne dio, audace viaggiatore (anche nell’area alpina) e feroce punitore dei suoi numerosi nemici. Una figura simile dunque a quella di Augusto, “capofazione” da giovane ma divenuto ormai autorevole princeps dalle virtù eroiche, pronto a punire chiunque – come le genti alpine, domate dai suoi generali Druso e Tiberio negli anni precedenti – mettesse in dubbio l’autorità di Roma con rivolte o scorribande. D’altronde parcere subiectis et debellare superbos (Virgilio, Eneide, 6, 853) era il solo modo con il quale si riteneva possibile pacisque imponere morem (Virgilio, Eneide, 6, 852).
Dalla terra e dal mare, dunque, il poderoso Tropaeum Alpium in pietra calcarea, modellato forse sulla struttura del celebre Mausoleo di Alicarnasso, svolgeva la funzione che i Romani avevano da sempre attribuito al trofeo: celebrare la vittoria, intesa come superiorità (militare, ma anche culturale) sui vinti, e fungere da monito per chi volesse riprovarci…

 


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Non meno importante è la lunga iscrizione che accompagna il monumento, e ciò almeno per due motivi. Il primo è perché, come vedremo, ricorda i nomi di tutte le popolazione debellate da Roma, sotto la leadership di Augusto. Il secondo è di carattere, per così dire, metodologico, poiché, anche se ne restano solo pochissimi e laceri frammenti, è stato possibile ricomporla nella sua interezza: infatti il testo è integrato con quanto ci racconta Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, 3, 133; egli, dunque, l’iscrizione la vide direttamente o la poté comunque conoscere attraverso documentazione d’archivio o bibliografica.
Eccone il testo (CIL 5, 7817 = AE, 2005, 958):

Imp(eratori)  Caesari Divi Filio Aug(usto) / Pont(ifici)  Max(imo)  Imp(eratori) XIIII Tr(ibunicia) Pot(estate) XVII. / Senatus Populusque Romanus, / quod eius ductu auspiciisque, gentes alpinae omnes quae a Mari Supero ad Inferum pertinebant, sub imperium P(opuli) R(omani) sunt redactae / gentes alpinae devictae Trumpilini, Camunni, Venostes, Vennonetes, Isarci, Breuni, Genaunes, Focunates / Vindelicorum gentes quattuor, Cosuanetes, Rucinates, Licates, Catenates, Ambisontes, Rugusci, Suanetes, Calucones / Brixenetes, Leponti, Uberi, Nantuates, Seduni, Varagri, Salassi, Acitavones, Medulli, Ucenni, Caturiges, Brigiani / Sogionti, Brodionti, Nemaloni, Edenates, Esubiani, Veamini, Gallitae, Triullatti, Ecdini / Vergunni, Egui, Turi,  Nematuri, Oratelli, Nerusi, Velauni, Suetri.

La traduzione suona, più o meno, così:

All’imperatore Cesare, figlio di un Dio, Augusto, pontefice massimo, acclamato 14 volte “imperator”,  alla diciassettesima “tribunicia potestas”. Il Senato e il Popolo Romano (dedicarono), poiché per sua guida e su suo auspicio i popoli alpini che si trovavano dal mare superiore a quello inferiore sono stati ricondotti sotto il potere del popolo romano…

A seguire, come anticipavo, vi sono i 46 nomi delle tribù sconfitte, dai Trumplini ai Suetri, affinché a nessuno potesse sfuggire la vastità della pacificazione augustea delle bellicosissime Alpi, e avesse modo di riflettere – più in generale – su come la pax fosse impossibile senza “la guida e l’auspicio” dell’imperatore. Alcuni di questi popoli sono, tra l’altro, ben noti e hanno originato odierni toponimi: ad esempio, i Trumplini abitavano la Val Trompia, i Camunni la Val Camonica, i Venostes la Val Venosta, etc.
Accanto al testo epigrafico scorgiamo due Vittorie alate, e ancora più a fianco – da entrambi i lati – le raffigurazioni del “trofeo” vero e proprio, con le armi nemiche appese a un albero, sotto il quale ci sono i barbari in catene: sì, erano proprio, e sono ancora, simbolicamente riprodotti quei nemici che l’iscrizione menzionava. Quanta differenza tra loro e la statua eroica di Augusto che – a circa 50 metri di altezza – sormontava originariamente l’intera struttura! Doveva forse essere simile al celeberrimo Augusto di Prima Porta, dei Musei Vaticani, la cui corazza istoriata è uno dei migliori esempi di quel “potere delle immagini” dell’arte imperiale di cui tanto ha scritto l’archeologo Paul Zanker.

 


augusto_prima_porta1Voglio concludere queste mie riflessioni affiancando al monumento e alla sua epigrafe un passo dell’autobiografia del princeps, le cosiddette Res Gestae Divi Augusti, laddove Augusto vuole spiegare il senso della sua azione politica e militare relativamente alle Alpi, e non solo. Scrive infatti (RGDA, 26, 3): Alpes a regione ea quae proxima est Hadriano mari ad Tuscum pacificavi nulli genti bello per iniuriam inlato (cioè: “Pacificai le Alpi dalla regione prossima al Mar Adriatico fino al Tirreno, a nessuna popolazione avendo portato guerra ingiustamente”). La chiave di tutto è a mio avviso da ricercare proprio in quel nulli genti bello per iniuriam inlato, in quanto il princeps vuole mostrare al popolo romano che la guerra non è un’offesa gratuita a qualcuno, o un atto di performance individuale o ancor peggio un mezzo per acquisire visibilità politica: è solo un male necessario, è uno strumento “giusto” per giungere alla pace, un dovere morale e civile per chi incarna su di sé il ruolo provvidenzialistico di Roma. Insomma, è come se l’anziano Augusto avesse ripensato all’imponente Tropaeum di La Turbie, e all’onore eroico, esagerato,  che da quel monumento era derivato a lui, novello Eracle.  E avesse sentito il bisogno, per l’ennesima volta, di ricordare a se stesso e alla gente che lo aveva perfino acclamato pater patriae, che ogni sua azione era stata non solo giusta e legittima, ma soprattutto mirata al benessere comune dello Stato e dei suoi cives. Non aveva egli arrecato, dunque, iniuria ai popoli alpini sconfiggendoli, e neppure il maestoso Tropaeum Alpium doveva sembrare, con la sua mole, un’iniuria alla tradizione romana perché monumento celebrativo di una persona. Quella persona, infatti, aveva perduto la sua dimensione individuale e si era identificata con Roma stessa in quanto Ottaviano – divenendo Augustus – aveva assunto su di sé il compito permanente di augere (“accrescere”) l’imperium Populi Romani: e così diceva anche il testo dell’epigrafe di La Turbie, ove si ricorda che eius ductu auspiciisque, gentes alpinae omnes quae a Mari Supero ad Inferum pertinebant, sub imperium P(opuli) R(omani) sunt redactae.
Convincere di ciò (e di molto altro…) i Romani anche dall’alto dei 50 metri della statua del Tropaeum Alpium o di molti altri sontuosi monumenti celebrativi non doveva essere semplice, eppure Augusto ci è riuscito. E tale raffinatezza politica gli ha permesso di governare a lungo, pure in una condizione costituzionale assai precaria; e soprattutto gli ha consentito di evitare le pugnalate senatorie che uccisero Cesare – suo padre adottivo – al culmine della sua potenza. Nel frattempo, l’impero prosperava e i popoli alpini sottomessi si mescolavano con i cittadini che vivevano ai confini dell’Italia, assorbendone cultura e valori: alcuni di loro, infatti, già sotto Claudio ottennero nel 46 d.C. la civitas romana. Poco importava, ormai, se il bellum fosse stato o meno inlatum per iniuriam: quel Tropaeum che sovrastava il confine occidentale dell’Italia aveva infatti mostrato a tutti quale Stato avrebbe governato, ancora per molti secoli, la maggior parte dell’ecumene allora conosciuta, comprese quelle Alpes che ancora Orazio definiva tremendae (Carmina, 4, 14, 12).

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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