La figura di Saffo, grande poetessa greca (VII-VI sec. a.C.) che il suo conterraneo Alceo definì col meraviglioso epiteto "chioma di viola", è stata più volte oggetto di riletture letterarie d’epoca successiva, delle quali ricorderò solo due illustri esempi.

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Nel 1782 infatti Alessandro Verri – fratello del grande intellettuale illuminista Pietro – pubblicò Le avventure di Saffo poetessa di Mitilene, romanzo storico non certo tra i maggiori della nostra letteratura, ma comunque suggestivo; e nel successivo 1822 Giacomo Leopardi scrisse l’assai più famoso Ultimo canto di Saffo, che la critica ha più volte considerato una sorta di cerniera tra il cosiddetto “pessimismo storico” e quello “cosmico”. E che dire delle arti figurative? La statuaria che rappresentava Saffo fu già un modello in epoca antica, se è vero che Saffo funse da archetipo – addirittura – per la raffigurazione di Sant’Elena, madre di Costantino; ma anche la pittura moderna ci ha lasciato delle “splendide Saffo”, come quelle degli artisti ottocenteschi pre-raffaelliti Simeon Solomon o Lawrence Alma-Tadema. E le traduzioni dei suoi carmi, allora? Da Catullo, a Foscolo, a Quasimodo… (e cito solo questi) vi si sono cimentati davvero in tanti, con esiti talora sublimi.

 


Busto-Saffo1Non è questa la sede per ragionare sul perché Saffo sia divenuta un vero e proprio mito, anche se la risposta più immediata è – a mio avviso – quella più vera: per la straordinaria qualità e intensità lirica dei suoi versi! Certamente la frammentarietà di molti dei suoi carmi, la difficoltà di ricostruirne una biografia completa (la sappiamo però membro di un’aristocratica famiglia di Metilene di Lesbo, e conosciamo i nomi dei suoi fratelli e della figlia Cleide), la presenza di leggende a suo carico (come quella del suicidio per l’amore non corrisposto del barcaiolo Faone), hanno comunque contribuito ad accentuare l’interesse delle generazioni successive nei suoi confronti. Come pure ha influito una certa curiosità – e talora travisamento – per l’esperienza del tutto peculiare del suo tiaso, comunità femminile dove la dimensione erotica e quelle pedagogica e religiosa dovevano fondersi con modalità del tutto lontane dalla nostra mentalità e per questo poco comprensibili.
Un recente libro ci propone però una nuova rilettura di Saffo, e cioè quella di fonte di ispirazione per un’altra grande poetessa, contemporanea stavolta – e cioè Alda Merini. Si tratta di A. Villani, F. Longo, Saffo & Merini. Quando le Muse parlano, Asterios, Trieste, 2013, le cui autrici Angela e Franca conosco personalmente, in quanto colleghe di Lettere nei Licei: italianista la prima, grecista la seconda, si sono dunque divise i compiti in base alle loro competenze.
Il volume si apre con un suggestivo dialogo immaginario tra le due poetesse, che sembra un po’ ispirarsi alla struttura delle Operette Morali leopardiane, ma che è intriso di una complicità femminile del tutto particolare: è infatti l’amore l’argomento che vi ricorre più spesso, anche se non mancano accenni alla dolorosa e ripetuta esperienza del ricovero in manicomio della poetessa milanese.

 


Enrico_BajSi apre poi quello che è il cuore del libro, cioè, il confronto tra alcuni versi di Saffo, col testo greco, tradotti e il commentati da Franca Longo, e quelli della Merini, analizzati da Angela Villani. Il confronto è fatto per nuclei tematici (Invocazioni, Ambienti, Paesaggi lunari etc.) e rivela non un’occasionale o fortuita dipendenza della Merini dal modello greco, bensì – in alcuni casi – un consapevole lavoro di metabolizzazione e rilettura soggettiva del testo antico. Insomma, io sapevo poco di questa passione di Alda Merini per Saffo, da lei conosciuta attraverso le traduzioni dell’amico Salvatore Quasimodo; e non sapevo affatto di un’edizione limitata di sue poesie intitolata L’uovo di Saffo (1999-2000), proposta in un prezioso oggetto-contenitore ideato dal grande Enrico Baj, un altro protagonista – con Quasimodo, la stessa giovane Merini e molti altri – della vivace cultura di quella irripetibile Milano del Dopoguerra: era la Milano da leggere, da osservare, da ascoltare, prima della maledetta Milano da bere…. Ora, grazie a questo libro, so queste e molte altre cose, e ne suggerisco la lettura – piacevole, mai noiosa – ai colleghi lettori de La ricerca, che potranno trovarvi anche utili spunti didattici interdisciplinari.
Difficile, tra tanti testi analizzati, proporre in questa mia breve nota un’anticipazione rispetto ad un’altra; però penso di non sbagliare soffermandomi sul frammento 168 B Voigt di Saffo, quello della Solitudine d’amore.
È infatti bellissimo, e così viene tradotto dalla Longo:

Tramontata è la luna
e le Pleiadi; è mezzanotte,
il tempo trascorre,
ed io dormo sola.

E così viene invece rivisitato dalla Merini, nella sua citata raccolta L’uovo di Saffo:

Quando la notte cala e si fa fonda
e si ingemma la notte dentro il sole
io penso con terrore che la sera
non è stata principio di un amore
E mi dimeno nel mio letto sola
e divento serpente di me stessa
e mi sbrano e mi abbuio e mi spavento
Io mi misuro con la mia follia
che tale è solitudine del verso
e mi devo nascondere a me stessa
perché non ape di gentile amore
punge il mio labbro avido di suoni

 

Alda_MeriniLa solitudine che fu di Saffo non è più qui solo tale. È anche terrore, follia, spavento, sentimenti di una donna che diventa serpente di se stessa, che si dimena, si sbrana, si abbuia… Si tratta di un’aemulatio ricca, carica di forte soggettivismo: l’attesa solitaria diventa pertanto – nella poesia moderna – disperazione, che è il sentimento più comune all’uomo (e alla donna) del Novecento. E forse proprio nel disperato delirio della Merini si vede la differenza tra il pur intenso ma composto lirismo degli antichi, e lo strazio della poetessa milanese che, dopo l’aureola di Baudelaire, ha ormai perso anche la bussola, la quale da Montale in poi va impazzita all’avventura.
L’amore conta, canta Luciano Ligabue, e può talora fungere da antidoto a questa condizione; ma se non ape di gentile amore / punge il mio labbro, allora la notte che si ingemma… dentro il sole diventa insopportabile, perché il buio non è solo mancanza di luce: è mancanza e basta.  Mancanza tanto insopportabile che la Merini immagina, in altra poesia (da La Terra Santa, 37), di accendere un falò notturno per richiamare gli ospiti / come fanno le prostitute / ai bordi delle strade. Ma nessuno si ferma a guardare quel fuoco “sussulto di vita, in opposizione alla morte di cui la notte è preludio” (scrive Angela Villani, a p. 58); ed è dunque ancora la mancanza a vincere, nelle notti della Merini, e purtroppo anche nei giorni – talora bui – della nostra difficile stagione di contemporanei. Questo perché, e cito ancora Montale, … se non sei / è solo la mancanza / e può affogare.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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