Stimolato da un articolo de l’Espresso del 29 agosto 2013, a firma di Francesca Sironi, provo a riflettere sul vistoso calo di iscrizioni al Liceo Classico per il prossimo a.s. 2013-14; calo del quale avevo già percezione, sulla base di dati lombardi a me noti e di empiriche “osservazioni sul campo”, ma che quell’articolo ci propone in un’ottica nazionale.

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Ci provo consapevole del fatto che un’analisi approfondita richiederebbe anche le competenze - che io non ho - di un sociologo e di un pedagogista; e forse anche quelle di uno statistico, il quale potrebbe leggere in modo più adeguato i dati – comunque allarmanti – di quel dossier. Lo faccio, però, altrettanto consapevole del fatto di conoscere bene questo tipo di scuola, perché ci insegno da molti anni; e soprattutto di conoscere i brillanti, molto brillanti, risultati negli studi universitari dei miei ex alunni, anche (direi soprattutto…) nelle Facoltà di area cosiddetta scientifica o tecnica (Medicina, Matematica, Economia, Architettura, Ingegneria). Risultati noti non solo per il riscontro personale avuto dai ragazzi, sempre piacevole e soddisfacente, ma anche attraverso dati forniti dalle Università stesse o da documentate indagini statistiche.
Cercherò di strutturare questo mio intervento in tre parti (a) i dati, b) le cause, c) i possibili rimedi) provando – per quanto possibile – a mantenere un’oggettività che è comunque difficile per chi è “interno” a un fenomeno. D’altronde l’oggettività nel giudizio sarebbe il minimo da richiedere anche a chi siede sulla poltrona più alta di Viale Trastevere, mentre l’ex Ministro Roberto Profumo (in sella durante le iscrizioni di cui si parla) ha fatto dell’esaltazione dell’Istruzione tecnica a scapito di quella liceale una delle linee-guida della sua azione politica; perfino con affermazioni tanto naif quanto inaccettabili per un Ministro, come quella sulla scarsa utilità del Latino, in quanto tutti gli studenti copiano la versione dal cellulare. Non ho ancora sentito, in proposito, la voce del Ministro Maria Chiara Carrozza, membro però di un Governo pencolante a ogni bava di vento; le riconosco comunque uno “stile” molto discreto, una sobrietà e misura nelle dichiarazioni pubbliche che non può che essere di buon auspicio.

a) i dati

Li riporterò in forma compendiata, evitando di sommergere i lettori di numeri. Il dato più significativo che emerge dalle cifre riportate dall’Espresso è che 6 ragazzi italiani su 100 hanno scelto per l’a.s. 2013-14 di intraprendere il percorso di studi del Liceo Classico; si parla dunque di soli 31.000 studenti, meno della metà dei 65.000 che si erano iscritti nel 2007. Esistono però vistose differenze regionali, poiché in Emilia Romagna gli iscritti al Classico sono appena il 3,5 % della popolazione scolastica superiore 2013-14 , mentre nel Lazio sfiorano il 10%. Ma – aggiungo io - il Centro-Sud è terra dove tradizionalmente il Classico “troneggia”, per una serie di motivi storico-sociali (la minore industrializzazione del territorio), culturali (il peso della tradizione familiare), ambientali (la vicinanza “fisica” con le grandi vestigia della civiltà greco-romana). Lo dico da “padano” invidioso e pure sorpreso – quando mi è capitato di fare qualche conferenza in alcuni Licei romani – dell’equilibrio numerico tra maschi e femmine: queste ultime, invece, sono al Nord in decisa maggioranza.

b) le cause

* Inizio questo paragrafo con una “causa” che potrebbe apparire poco convincente. È però vero che il Classico ha tenuto ed è pure cresciuto fino a pochi anni fa, e oggi i dati di decrescita debbono tener conto di questo fatto. Finché la Riforma Gelmini (e prima, in nuce, Moratti) erano bozze più o meno clandestine visibili sul web, oppure “spifferate” internamente agli Uffici Scolastici e alle Organizzazioni Sindacali, la gente era timorosa sull’indirizzo cui iscrivere i propri figli; timorosa che questi frequentassero un corso che avrebbe presto “cambiato pelle”, dando così agli studi dei loro ragazzi una patina di obsolescenza… Ma il Classico no: sempre e comunque si prospettavano cambiamenti leggeri – adattamenti per lo più – e i genitori all’Open day mi dicevano che ciò rappresentava un punto fermo davanti all’incertezza del futuro. Oggi la Riforma è quasi a regime completo, con i suoi pro e i suoi contro, e il Liceo Classico – arcinoti ormai i curricula di tutti i corsi di studio – ha perso ormai la sua funzione di “assicurazione sulla vita”.

* Dell’ingerenza della politica già ho detto, con l’atteggiamento dell’ex Ministro Profumo. Capisco le convinzioni di un ingegnere (l’attuale Ministro Carrozza è laureata in Fisica, ma insegna Bioingegneria…); capisco anche la necessità di un Dicastero di riempire i clamorosi “vuoti” dell’Istruzione Tecnica, dove molti Istituti erano in via di estinzione. Capisco meno, però, l’artificiosa contrapposizione con i Licei (Profumo dixit: “in Italia ancora troppi liceali”, dichiarazioni del febbraio 2012), e dunque anche coi i valori che i Licei trasmettono, oltre che i con posti di lavoro per i docenti che questi rappresentano.

Sarebbe troppo arduo sapere come la pensano davvero i partiti e i movimenti politici in proposito; certo è che strizzare l’occhio alla modernità, alle nuove tecnologie, al rapporto col mondo del lavoro (ma quale lavoro, poi?) è cosa tanto diffusa quanto tramutata in slogan: non si capisce poi perché queste cose debbano essere estranee al Liceo Classico, che non è più da anni la roccaforte della conservazione o la torre d’avorio degli intellettuali.  Atto lodevole per chi la pensa come me, ma temo troppo estemporaneo, è quello dell’on. Elena Centemero (che è una deputata del PDL ma anche una collega di Lettere) la quale ha proposto in coda alla vecchia legislatura una risoluzione parlamentare che potrebbe corroborare un po’ il nostro Liceo; chiede infatti che il Latino torni a far parte del curriculum delle scuole secondarie di primo grado almeno nella misura di un’ora settimanale.

* Siamo ormai un popolo di intorpiditi consumatori, e dicendolo mi pare di mischiare l’acqua calda con l’uovo di Colombo e altre ovvietà. Però questo è vero, e ci aggiungo pure dell’altro, col rischio di sembrare un analista da strapazzo. Io credo che l’ultimo ventennio sia  stato devastante per la vita culturale italiana, condizionata dallo strapotere televisivo della “spazzatura”, dallo spettacolo indecoroso che la politica ci ha proposto (tra falchi, pitonesse, giaguari, tacchini, grilli e altro su cui tralascio…) non solo per l’insipienza dei suoi attori ma anche per le loro modalità comunicative banali e volgari, e – di conseguenza - dalla (in?)volontaria perdita di memoria storica e identità culturale. Pompei che va a rotoli è metafora (purtroppo non solo letteraria…) di questa condizione. La storia, la filosofia, la letteratura – ricorda giustamente il professor Luciano Canfora intervistato dall’Espresso - sono viste come potenziali pericolose fonti di critica verso il potere, che non ama “sudditi” colti e pensanti; un potere che – aggiungo io – ripudia le voci dissonanti che non siano prodotte dall’interno del suo stesso mondo, quello – appunto – della politica volgare e del giornalismo becero e asservito. E leggo con tristezza sul quotidiano La Repubblica (28 agosto 2013) che per trovare lavoro (uno qualunque) è meglio alleggerire il curriculum e nascondere un titolo di studio elevato: lontani davvero i tempi nei quali essere il primo che ha studiato (cito Francesco Guccini) di una famiglia era fonte di orgoglio genitoriale e di mobilità sociale. Se dunque la cultura viene a fatica riconosciuta come valore, ci dovremmo stupire del calo di iscritti al Liceo Classico, che della cultura rappresenta storicamente uno dei baluardi?

* Certamente la lunga crisi economica che ha attanagliato il mondo in questi ultimi anni ha creato forme diffuse di precarietà sociale, sofferenza economica, ma anche di inquietudine psicologica per il futuro. Molti genitori italiani hanno dunque ritenuto che – non sapendo “come andrà a finire” - fosse meglio indirizzare i loro figli verso studi “spendibili” più in fretta, magari per trovare all’estero le opportunità che il Bel Paese sembra non offrire più: in quest’ottica si spiega il boom dei Licei linguistici, che fino a non molti anni fa erano numericamente poco significativi, e che dal 2009 in poi hanno invece visto raddoppiare i loro iscritti. Lingue vive per lingue morte, dunque, e ciò mi ricorda un po’ il proverbio dell’asino vivo e del dottore morto… Senza un dottore – in questo caso un veterinario – l’asino (che non è metafora del Liceo Linguistico, per carità, ma della nostra civiltà priva dei suoi elementi identitari) però muore in fretta anche lui!

* Con meno certezze mi addentro in tematiche di ordine pedagogico-didattico, poiché se molte delle cose che elencherò possono avere “porzioni” di verità, necessiterebbero di ben altro rigore argomentativo per essere davvero considerate “concause” della débâcle del Classico. Parlo di affermazioni come “i ragazzi rifiutano una scuola troppo faticosa come il Classico” o “alle scuole Medie (Secondarie di primo grado, si dovrebbe dire!) non si danno più le basi per il Classico” o ancora “il Classico ti obbliga poi a fare l’Università (lo Scientifico allora no? Bah…)” etc… Certamente – ma ne parlo in punta di piedi… – l’idea che i famigerati assi culturali ipotizzati per i Bienni della nostra scuola superiore, per quanto riguarda le competenze dell’ambito linguistico, facciano riferimento solo alle lingue straniere e non a Latino e Greco, fa pensare che qualcuno abbia già celebrato – per ora in forma privata – i funerali per il nostro Liceo: a quando le pubbliche esequie?

* Accenno da ultimo, ma solo perché riprenderò poi questi temi in chiave “propositiva” e non perché voglia sottovalutarli, alle “colpe” di noi docenti. Chiaramente è impossibile generalizzare, ma qualche forma di snobismo, qualche eccesso di autoritarismo, qualche abuso della “reputazione” pluriennale delle nostre scuole, qualche (e qui forse anche di più…) eccesso nel dare alla didattica del Latino e del Greco una dimensione ipergrammaticale (e dunque drammaticamente noiosa), qualche forma di misoneismo, non sono estranei alla nostra categoria. Insomma, un po’ di cenere dobbiamo spargerla anche sulle nostre teste… Rinnovarsi, pertanto, non vuol dire rinnegare noi stessi, la nostra professionalità, i nostri valori; vuol dire canalizzare tutto questo in forme un po’ diverse.

c) i possibili rimedi

Mi rivolgo soprattutto a colleghi, e in particolare a coloro che insegnano al Liceo Classico o comunque credono al valore formativo di questa scuola. Per ora butterò lì solo qualche spunto, ripromettendomi se mai di riprendere qualcuno di questi argomenti in forma più articolata.

* Bisogna anzitutto far conoscere con precisione i dati sul successo degli allievi del Liceo Classico all’Università. Bisogna che le famiglie sappiano che non è vero che questi non superano i test delle Facoltà scientifiche, e che poi – con le ovvie differenze ed eccezioni – quasi tutti se la cavano alla grande. Intendiamoci,  sono eccellenti anche i dati relativi agli studenti del Liceo Scientifico e i recenti dati forniti – ad esempio - dall’Università di Milano-Bicocca (La Repubblica, 29 agosto 2013) confermano quanto detto. Deve in ogni modo passare l’idea che la “licealità” intesa – come si diceva una volta – come il privilegio della dimensione astratta, concettuale e critico-metodologica su quella immediatamente operativa produca profili in uscita adeguati per il successo universitario. E bisogna informare l’utenza che il Liceo Classico, dalla Riforma Gelmini, ha avuto una “iniezione” di Matematica e Fisica (oltre che di Storia dell’Arte) che lo ha reso un corso di studi più equilibrato di prima.

* Bisogna superare la dicotomia tra la cultura umanistica e quella scientifica, che raggiunge talora livelli di livore – anche interni alle Scuole, tra colleghi – difficilmente immaginabili per chi ne è al di fuori. Collaborare si può, si deve; bisogna dunque programmare percorsi (piccoli o grandi) dove si mostra agli allievi come da un lato la scienza senza l’umanesimo sia più povera, e dall’altro come la grande tradizione letteraria classica o italiana si sia nutrita di scienza a piene mani. Trovo a questo proposito importanti le parole del matematico Giorgio Israel, che sul suo blog ha commentato con documentata preoccupazione i dati sul Liceo Classico forniti dell’Espresso; non sempre mi trovo d’accordo con quanto scrive Israel, e da lui mi sento ideologicamente lontano: eppure sottoscrivo quel pezzo dalla prima all’ultima riga, invitando tutti a rifletterci sopra con l’attenzione che merita.

Possibile – dico io - che non si possa trovare un terreno di lavoro comune davanti al Canto XXXIII del Paradiso dantesco, uno dei testi più complessi mai scritti dal punto di vista non solo poetico, ma anche geometrico, matematico, filosofico e astronomico? E che dire dei possibili spunti forniti dello “scienziato” latino Lucrezio? È di questi giorni uno straordinario libro di un altro noto matematico, Piergiorgio Odifreddi, Come stanno le cose, Rizzoli, Milano, 2013: una rilettura lucreziana in chiave scientifica e matematica che dovrebbe diventare – lo azzardo… – un vero e proprio libro di testo complementare al lavoro sia del docente di Latino sia di quelli di varie discipline scientifiche.

* Bisogna trasmettere l’idea che è il Liceo Classico che può formare – più di ogni altro corso di studi – i futuri custodi, studiosi, promotori del nostro inestimabile patrimonio di Beni Culturali. Su questo punto ho già programmato alcuni futuri interventi operativi sulla Ricerca, ma per adesso ribadisco quanto già ho scritto: subito, da quest’anno, i Dirigenti Scolastici e i Collegi Docenti cerchino legami con i Musei nazionali e territoriali, le Biblioteche, le Sopraintendenze e stipulino con questi adeguate convenzioni. È cosa urgente, perché questi Enti hanno bisogno delle Scuole per sopravvivere economicamente e per perpetuare la loro funzione; e le Scuole – massime il Liceo Classico – hanno bisogno di mostrare come si possa uscire dalle mura delle aule, lavorare (anche…) “sul campo”, far acquisire ai giovani consapevolezza del patrimonio culturale, della sua tutela, delle opportunità professionali che questo può dare loro e della ricchezza che rappresenta per il Paese.  Il  mio sogno è pertanto quello che ogni Scuola (non solo il Liceo Classico) abbia un Museo, uno scavo archeologico, un edificio storico… che rappresenti – ovviamente con le necessarie coperture assicurative – il naturale prolungamento del lavoro in classe; e sono fiducioso che se il Ministro Massimo Bray resterà a lungo alla guida dei Beni Culturali qualcosa di simile potrà accadere.

* Parlo ora ai miei colleghi di Lettere, suggerendo loro, in ordine del tutto casuale e senza entrare troppo nel merito, alcune suggestioni; suggestioni che – sono sicuro – in alcuni casi sono già presenti nella loro prassi didattica quotidiana:

- Si devono cercare, nella didattica del Latino e del Greco, confronti e convergenze metodologiche con i colleghi di Lingue moderne. Non parlo tanto della diffusione del cosiddetto “metodo Orberg”, che conosco poco ma sul quale potrebbe essere utile una riflessione aperta e senza pregiudizi. Parlo piuttosto del fatto che dall’insegnamento delle Lingue straniere dobbiamo – fatta salva la specificità delle nostre discipline – mutuare l’idea che si possano creare forme di certificazione delle competenze linguistiche. Così, ad esempio, ha fatto per il Latino l’Ufficio Scolastico della Liguria, e l’auspicio è che queste iniziative possano presto estendersi su tutto il territorio nazionale: nessuno dovrà più permettersi di dirci che le nostre materie non sviluppano competenze adeguate o misurabili…
- Si deve promuovere, in modo capillare, la partecipazione dei nostri studenti ai vari certamina locali e – perché no? – anche alle Olimpiadi Nazionali delle Lingue e delle Civiltà Classiche. Si tratta di iniziative che hanno il merito di fare sentire i ragazzi membri di una più ampia comunità di appassionati del mondo antico; ragazzi (e ragazze) dei nostri tempi, perennemente connessi ad internet, conoscitori di musica, tifosi di calcio, vestiti alla moda e pronti ad affrontare le più varie facoltà universitarie: non certo impolverati “topi di biblioteca”.
- Al Biennio, si devono trovare opportune e costanti forme di approfondimento della civiltà greco-romana accanto all’insegnamento della grammatica; possono essere utili anche intersezioni con la didattica della Storia, a sua volta corroborata da letture di opere narrative “appassionanti” (ad esempio i gialli di Margaret Doody e Ben Pastor, o i romanzi evergreen di Valerio M. Manfredi). Insomma: deve “passare” l’idea di un approccio globale al mondo antico, che non annoia ma aiuta a recuperare la memoria di un passato che ha molte cose da dirci; un passato che – come giustamente ricorda Maurizio Bettini (su La Repubblica, dove il noto filologo parla proprio di Liceo Classico il 3.09.13, lo stesso giorno in cui sul Foglio affronta questo argomento il giornalista Pietrangelo Buttafuoco ) – si deve però configurare per la sua affascinante diversità rispetto all’oggi. “Grazie al cielo” – diceva Dario Del Corno, uno dei miei maestri – “gli antichi non sono mai moderni”!
- Si deve proporre – sia al Biennio che al Triennio – la costante lettura di opere greco-latine in traduzione. È un complemento, non una totale sostituzione, della lettura in lingua degli autori classici, ed è espressamente richiesto dalle Indicazioni Nazionali dei nuovi Licei. Sono infatti ancora troppi i colleghi, a mio avviso, che affidano questa prassi ad interminabili elenchi di letture estive, delle quali poi non ci sarà mai un reale riscontro nella prassi didattica quotidiana; credo invece che su quei testi in traduzione gli allievi vadano fatti “lavorare” operativamente, con tanto di verifica e valutazione, nelle forme che ciascun docente troverà più consone alla sua programmazione.
- Non affronto, in questa sede, la questione della “versione”: e se l’Esame di Stato non cambierà la formula della Seconda Prova scritta (cosa che personalmente auspico), non è che ci sia molto da dire. Dico solo che la didattica della traduzione latina ha trovato negli ultimi temi un importante sussidio da strumenti multimediali, in primis il tutor Cicero di Loescher Editore; e che questi strumenti – opportunamente usati – possono dare all’insegnamento delle lingue classiche quel tocco di innovazione che è  sempre attraente per i nostri studenti.

Al termine di questa lunga riflessione mi rendo conto che l’ho scritta forse più per chiarire (o confondere…) le idee a me stesso, che per la fruizione dei potenziali lettori. Eppure credo che la coscienza della “crisi” del Liceo Classico possa davvero conferire alla parola “crisi” anche quel valore positivo che ha etimologicamente con sé. La krísis - in greco - è infatti la fase acuta della malattia, dalla quale o si guarisce o si muore.  E per me guarire dal “mal di Classico” si può, purché non si faccia finta di niente, e purché gli addetti ai lavori – in primis i docenti di Lettere dei Licei, ma anche quelli universitari – non mettano la testa sotto la sabbia, aspettando impossibili soluzioni dall’alto o sonnecchiando in attesa della sempre più lontana pensione. La mia regione – la Lombardia – vede già valanghe di “perdenti posto” delle classi di concorso A051 (Materie Letterarie e Latino) e A052 (Materie Letterarie, Latino e Greco). E la mesta processione di colleghi di ruolo non più giovanissimi (e chi li vede più i giovani nella scuola?) da un Istituto all’altro a coprire pro tempore posti vuoti,  è un valida metafora di quanto sta succedendo. Con loro, infatti, non “vagano” solo persone, professionalità, magari famiglie intere; ma “vagano” – e temo un po’ si disperdano – anche i valori che sono veicolati dalle discipline che questi insegnano, e che anche io, come molti dei miei lettori, insegno da anni.
Spetta dunque (anche…) a noi – docenti di materie letterarie, ma anche artistiche e filosofiche – il compito di sollevare la pubblica opinione dall’intorpidimento o dalla paura del futuro in cui versa, cercando di far comprendere l’universalità e l’utilità dei messaggi culturali, ma anche etici e civici, di cui siamo portatori. Giochiamo dunque d’attacco, cari colleghi. Dialoghiamo con tutti, cerchiamo – e di esempi ne ho proposti molti – intersezioni didattiche con altre discipline scientifiche e linguistiche, abbandoniamoci pure al canto delle Sirene delle nuove tecnologie. Ma non dimentichiamo che se continueremo a mantenere il low profile e la poca visibilità che ci ha spesso caratterizzato negli ultimi anni, non solo perderemo i nostri posti di lavoro ma saremo corresponsabili dell’impoverimento culturale delle future generazioni; generazioni che vorrei fossero composte da giovani iscritti ai più vari corsi di studi, professionali, tecnici o liceali: e tra questi ultimi – perché no? – vorrei che un cospicuo numero fosse iscritto anche al redivivo Liceo Classico.  Questo perché – e mi permetto di citare direttamente l’articolo di Giorgio Israel già menzionato:
Abbiamo bisogno di persone di ampia formazione e capaci di scelte autonome, e non di polli di batteria formati per una sola funzione che, col procedere tumultuoso della tecnologia, potrebbe diventare obsoleta nel giro di poco tempo. Per formare persone del genere serve anche il liceo classico. Chi gioisce per il suo declino ride mentre è segato il ramo su cui sta seduto.
E su quel ramo, aggiungo io, “non possono non dirsi seduti” tutti quanti gli europei, ma soprattutto noi italiani; la caduta collettiva, dunque, sarebbe fragorosa e dolorosa.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, autore di testi Loescher di Letteratura Latina. Collabora da anni alle attività di ricerca dell’Università degli Studi di Milano. È giornalista pubblicista.

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