Mi ero ripromesso di non “replicare alle repliche”, onde non dare inizio a micro-querelle noiose e inadeguate pure per i “25 lettori” dei miei articoli. E dunque ho letto con silente attenzione le integrazioni che il collega Federico Batini ha fatto alla mia Lettera al Ministro, verificando come la sua idea di Scuola sia – per molti aspetti – molto lontana dalla mia. Normale, ho pensato. Così come è nomale che molti colleghi e qualche lettore mi abbiano fatto avere (via mail, twitter, telefono…) le loro opinioni: talora in sintonia, talora in disaccordo con quanto ho scritto.

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Non posso però permettermi di tacere su due obiezioni di Batini che ritengo troppo lontane dal sentire mio e di molti altri docenti.
La prima è sul rapporto tra Scuola e Beni Culturali, di cui Batini ha parlato il 10 maggio, l’altra è – ovviamente… – sulle Lingue Classiche, di cui ha scritto il 5 giugno.
Sul primo punto, sarò breve. Batini può anche avere ragione sul fatto che i nostri Musei siano oggi poco fruibili dagli studenti; ma ipotizzare di intensificare il rapporto tra questi e la Scuola solo dopo che saranno stati resi adeguati a questo fine significa “scippare” della loro visita un’intera generazione. Tutto qui. Lo sa anche Batini in che stato economico versano i nostri Musei, luoghi che io frequento abitualmente (per motivi non solo scolastici) e con i cui Direttori – spesso disperati, e non metaforicamente… – parlo spesso. E poi, suvvia, i Musei (e massime i grandi Musei, come gli Uffizi, i Vaticani, il Louvre etc…) non sono nati per la Scuola! Sono nati per fini collezionistici, conservativi, perfino di propaganda politica o vanteria familiare… Inutile che diventino quello che non possono essere, no? Certamente una collaborazione non estemporanea ma studiata e condivisa tra Beni Culturali e Scuole è auspicabile, anche se non necessaria nei termini così cogenti come quelli che Batini suggerisce; spero – comunque – tra qualche mese di potere illustrare da queste colonne un progetto di partnership ideato da me e da una collega tra due Licei lombardi e un importante Museo Archeologico. Per ora, a fini scaramantici, taccio.
Non taccio invece sulla posizione – solo apparentemente dubbiosa – di Batini sulle Lingue Classiche. Mi pare incarni un comune sentire, interpreti quel fastidio (di cui faccio prova in sala insegnanti molto spesso…) di chi se ne sbarazzerebbe volentieri, per non “conservare tutto ciò che nella scuola c’è sempre stato” (Batini scripsit). Ma il Latino e il Greco non sono come una vecchia giacca tenuta per affetto, ormai da consegnare irrimediabilmente alla Charitas! E forse capisco anche il motivo di questo fastidio: con la loro peculiarità, con la loro palese “inutilità” immediata, con la difficoltà – ma non impossibilità – di capire cosa si possa imparare attraverso di esse, rappresentano qualcosa di poco inquadrabile nel conformismo di molte “parole d’ordine” della Scuola di oggi. Vedo, a questo proposito, una certa difficoltà a inserire Latino e Greco nelle competenze che il Ministero propone all’interno degli “Assi culturali”; io – da pessimista – interpreto ciò come il lento e inesorabile avvicinamento a un Biennio Unico (o Unitario? Ho parlato con parlamentari di diversi schieramenti e non mi hanno saputo spiegare la differenza tra i due) di sapore “bulgaro”, cui seguirà un magro Biennio (sì, Biennio, ci “taglieranno” un anno, prima o poi…) di pseudo-approfondimento e caratterizzazione; di sicuro si risparmiano soldi, ma cui prodest? Non certo alla formazione culturale dei nostri giovani!

 

ErasmoMa come si fa a mettere in dubbio il “valore culturale” delle Lingue Classiche? Sarebbe come mettere in dubbio il valore logico della Matematica o quello civico della Storia… E poi – domanda epocale – per sostituirle con cosa?
Qui il discorso si fa serio, e lo inizierò trascrivendo – più o meno interamente – l’oggetto di una riflessione sul valore del Latino fatta insieme con la collega Elena Rausa in occasione di un passato Open Day scolastico nel mio Liceo, il “Banfi” di Vimercate (MB). Lo so, c’è in questi punti un po’ di enfasi propagandistica e forse anche qualche forzatura (lo dico io, prima che lo dica qualcun altro). Eppure mi pare che chiunque ragioni senza pregiudizio non possa non trovarvi qualche buona ragione perché quel “valore culturale” –di cui Batini dubita – venga riconosciuto.

1. Questione di DNA culturale: Il Latino è la madre della nostra lingua ed è stata la lingua dei Romani, fondatori di una civiltà che è alla base del nostro essere Italiani e della nostra comune coscienza europea. Leggere direttamente testi antichi che parlano di usi, costumi, istituzioni, religione di Roma, (ma anche della Gallia, della Britannia, della Germania, della Grecia, dell’Africa e del Medio Oriente) ci aiuta a riconoscere i valori fondanti della nostra civiltà, gli elementi che ci uniscono. In fondo è stato così sin dai tempi più remoti: Sant’Agostino, africano di origine, si convertì al Cristianesimo verso la fine del IV secolo d.C. a Milano, allora capitale dell’Impero, ispirato dal vescovo Sant’Ambrogio, germanico: senza il Latino, che li univa, questi due grandi dell’antichità non avrebbero mai potuto comunicare fra loro, né far conoscere a noi moderni le loro vicende…
2. Aut o vel? Tasselli di logica: Chi ne ha fatto esperienza lo sa: cercare di trasferire nella lingua di oggi situazioni e concetti di oltre duemila anni fa, contribuisce a sviluppare le capacità logiche. Pertanto il tradurre, non è forse una delle più antiche e consolidate forme di problem solving?
3. Master in comunicazione: Il Latino è la sola reale occasione di studiare una lingua per se stessa, a prescindere da finalità immediate, ed è proprio questo che rafforza le capacità espressive dello studente liceale. Lo studio del Latino (associato ad una significativa applicazione alle discipline storiche e filosofiche) migliora l'efficacia comunicativa dello studente: anche qualora si orienti a una specializzazione scientifica, lo prepara a diventare, per esempio, un analista finanziario, chirurgo, biologo, architetto capace di esprimere con precisione ed efficacia argomentativa il proprio pensiero.
4. Concentrazione, precisione e rigore: Sono la base di ogni buona traduzione, ma sono anche le cifre di ogni lavoro ben fatto, di ogni tempo ben speso, di ogni opera ben costruita. Trovare in se stessi queste caratteristiche è la premessa ideale di qualsiasi percorso formativo superiore e di ogni successo, personale e professionale. Concentrazione, precisione e rigore logico sono proprio ciò che ciascun
o di noi si aspetta da chiunque abbia un ruolo di responsabilità, sia esso magistrato, ingegnere o macchinista.
5. Dura lex? Non per i latinisti…: Il Diritto Romano, in lingua latina, è la base del diritto moderno. Renzo nei Promessi Sposi di Manzoni non capisce le leggi perché sono in Latino: ma Renzo era un “sempliciotto”, un analfabeta… Proviamo a chiedere agli studenti di Giurisprudenza che non sanno il Latino quanta fatica fanno a raccapezzarsi: davvero sapere cosa significano ius, mos, lex, res, causa, vitium etc… non serve “a niente”? E chi non lo sa e si accosta agli studi giuridici, non si sente un po’ come il povero Renzo?
6. Alla radice delle scienze moderne: Per secoli – anche dopo la fine dell’Impero Romano – il Latino è stata la lingua della filosofia, della medicina, della scienza, della matematica, dell’architettura. Serve riconoscere i vocaboli che hanno contribuito a creare il lessico di queste discipline? Dovremmo chiederlo, ad esempio, a qualche studente universitario di Medicina e Biologia: non sono forse latini i nomi con cui si chiamano spesso le malattie, o i generi e le specie di animali e piante?

Ma non la finisco qui, e procedo con altre argomentazioni. Lo scorso aprile 2012 partecipai presso l’Università di Torino a un convegno internazionale dal tema Disegnare il futuro con intelligenza antica. L’insegnamento del Latino e del Greco antico in Europa e nel Mondo. Qui ho appreso come al diffuso scetticismo della Scuola europea verso le lingue classiche, faccia riscontro un interesse molto particolare – ad esempio – per il Latino, nelle scuole di Russia e delle Americhe (sia Stati Uniti che Messico). E so - per contatti personali - come si cerchino docenti di Latino in Cina (“fossi stato un po’ più giovane...” dirò con Francesco De Gregori), e che Latino e Storia Classica stiano vivendo un momento di grande successo nelle Università del Giappone, in primis la famosa Waseda di Tokyo, donde provengono brillanti latinisti con cui ho avuto e ho ancora contatti.
Per carità, non sono di quelli che pensano che noi dobbiamo fare quello che fanno gli altri. Non credo che sia però solo “gusto per l’esotico” quello che spinge culture così lontane allo studio di una lingua che è – pure per loro – “morta” e apparentemente inutile. Ritengo invece che ci sia alle spalle la coscienza dell’importanza di cosa si possa “imparare attraverso questa lingua”: forse molte delle cose che – un po’ sommariamente – si sono elencate sopra. Anche senza l’aspetto “identitario”, infatti, il Latino (non solo questo, intendiamoci!) amplia il lessico del discente e sviluppa rigore e logica; quella logica di tipo interpretativo e comunicativo che non può non essere considerata una competenza, anche tra le pieghe dei codicilli ministeriali nostrani.
Torno però, prima di chiudere, all’Europa, riflettendo in forma più ampia e meno “schematica” sul punto 1. del precedente elenco. L’identità europea non è una sciocchezza, una pericolosa fuga in avanti o – viceversa – un anacronistico passo indietro verso il cosmopolitismo settecentesco a scapito della romantica “idee di nazione”. È qualcosa che o riesce, in qualche modo, ad attecchire nelle nuove generazioni, oppure ci riproporrà l’Unione disunita degli anni bui che stiamo vivendo. Non sono pazzo, non penso che “tornare al Latino” possa essere un antidoto a questo pullulare di revanchismi e nazionalismi. Però mi piace ricordare un dato, che è stato bene evidenziato da Benedict Anderson nel suo famoso libro Comunità immaginate. Origine forme dei nazionalismi (trad. it. Roma 2000). Anderson non è un classicista, ma un sociologo americano, per di più marxista. Eppure dice che il Latino era uno dei media che accomunavano da sempre le genti d’Europa, facendole sentire “comunità sacre” ed “eredi” dei loro antenati (ricordate Petrarca che parla con Sant’Agostino?); e quando il Latino – dopo il 1640 – perse il primato nei libri a stampa, secondo questo studioso iniziò un lungo processo in cui – cito alla lettera – “le comunità sacre integrate da vecchi linguaggi sacri furono gradualmente frammentate, pluralizzate, territorializzate”. Da qui, a suo avviso, trassero linfa i nazionalismi nella loro meno nobile accezione…
Ripeto, non sogno un’Europa che parli Latino. Ma un’Europa che sappia che senza la civiltà greco-romana che è alle sue spalle molti dei suoi valori distinguenti (tra i quali democrazia, solidarietà, tolleranza) non si sarebbero sviluppati. E poco importa che i suoi giovani non capiscano del tutto Platone o Cicerone in lingua originale, come pure Erasmo o Galileo; importa che li leggano, che sappiano “da dove vengono”, e che con un testo a fronte comprendano, ad esempio, che l’humanitas latina è quel mix di cultura e filantropia che solo l’educazione sa dare: quella educazione che dovremmo impartire (che termine obsoleto! Ma a me piace, lo ammetto) ai nostri allievi, ogni giorno.

 

Tomba_di_VirgilioLeggo su Repubblica del 10 giugno che alcuni studenti olandesi del Liceo di Utrecht hanno scritto un bigliettino per poi depositarlo nella cosiddetta “tomba di Virgilio”, a Napoli. Con un atto tra il devoto, l’ingenuo e il superstizioso costoro si raccomandano (in inglese!) al poeta augusteo perché li aiuti nel prossimo esame di Maturità, soprattutto nella prova di Latino… Lo hanno fatto sulle orme di Dante, che da Virgilio si fa salvare dalla Selva del peccato? O sulla scia del loro conterraneo Erasmo da Rotterdam, che – da buon umanista – nella lingua di Virgilio scriveva abitualmente? O in ricordo di quei turisti nordici che durante il Grand Tour veneravano le rovine dell’antichità classica, tomba di Virgilio compresa? Forse avevano in mente tutte e tre queste situazioni, o forse nessuna di esse. Di certo attraverso una qualche frequentazione della lingua di Roma hanno appreso l’importanza di quel poeta, della sua Eneide, della sua fortuna plurisecolare; e forse hanno anche appreso che la loro Utrecht è stata un centro umanistico di prim’ordine, al pari di altri dell’Europa rinascimentale, quali Firenze, Roma o Parigi; e sanno che prima di essere olandesi sono appartenenti ad una comunità culturale e valoriale più ampia, nel tempo e nello spazio. Non so se queste siano semplici conoscenze o più profonde competenze (come credo); so solo che sono un importante tassello per la costruzione di un’identità, che tanto più viene da lontano, tanto più unisce. Identità intesa come “macro-identità” (troppo dire: europea?), che può fungere da antidoto a quelle “micro-identità” fatte di “imbroglio, illusione, finzione” (rubo queste definizioni all’antropologo Ugo Fabietti, L’identità etnica, Roma 1998), sbandierate un po’ ovunque da populismi e localismi. Europa (che è termine greco-latino, non scordiamolo…) vs Padania? Per me è un match senza storia!
Concludendo. Spero anzitutto che Virgilio protegga l’esame dei nostri amici olandesi: se lo meritano, col lungo viaggio che hanno fatto. Spero poi che in Italia e in Europa Greco e Latino mantengano il loro peso culturale e curricolare nei Licei: so però che alle Lingue Classiche sparano addosso – e non a salve – un po’ tutti. E, da ultimo,spero che Federico Batini accolga benevolmente la mia replica: gli ricordo che nel secondo Dopoguerra su questo stesso tema polemizzavano, e con toni ben più aspri, “mostri sacri” come Concetto Marchesi e Antonio Banfi. A me toccherebbe il ruolo del primo, a lui del secondo: si parva licet componere magnis, non ci va così male, no?

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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