È davvero un peccato trascurare lo studio dell’Apologetica e della Patristica latine: si suggerisce pertanto un’ipotesi di approccio alla letteratura latina cristiana.

santambrogio_mosaicosacelloL’anno scolastico volge al termine, e van con lui le torme… delle ultime scelte programmatiche, soprattutto per i docenti delle classi che sosterranno l’Esame di Stato.
La mia riflessione odierna sarà incentrata sulla letteratura latina, e – in particolare – sulla opportunità di affrontare in classe alcuni aspetti della letteratura latina cristiana. Le “indicazioni nazionali”, ovviamente, ci chiedono di trattare gli inizi della letteratura cristiana; la rinascita pagana del IV secolo; i grandi autori cristiani: Ambrogio, Agostino: ma lì, come ben sappiamo, c’è dentro tutto (e forse anche troppo…), mentre programmare significa fare scelte precise e mirate. Inoltre l’esperienza di molti anni di scuola – passati per lo più al Liceo Classico o Scientifico – mi ha insegnato che la maggioranza dei colleghi preferisce fermarsi alla letteratura del II sec. d.C., ad Apuleio, tanto per capirci. Le motivazioni di tale scelta sono molte, e non solo dovute all’urgenza di “farci stare” nelle nostre ore la traduzione, gli autori, la letteratura etc. Infatti molte Università hanno rigidamente suddiviso le cattedre di Letteratura Latina e Letteratura Latina Cristiana, dando così l’impressione che si tratti di discipline diverse, dal differente statuto epistemologico. E pure il grande linguista Leonard R. Palmer, definendo il latino dei cristiani una “lingua speciale”, ha creato involontariamente l’idea, per me fuorviante, che Apologetica e Patristica rappresentino un’esperienza del tutto avulsa dalla tradizione precedente.

 

Filippino_lippi_santagostinoIo penso invece che dedicare l’ultimo mese della III Liceo Classico o della V Liceo Scientifico ad affrontare lo studio dei cristiani sia di estremo interesse; magari “tagliando” (sì, la parola è brutta… ma di gran moda!) su alcuni autori di età precedente, che di interesse ne suscitano un po’ meno. Che dire infatti – pur con tutto il rispetto che merita – di Persio? E di Giovenale? E dell’epica di età flavia? Dovremmo forse rinunciare ad Agostino per le Argonautiche di Valerio Flacco? Su, colleghi, siamo seri…
Inoltre non credo alla “dicotomia” ipotizzata prima, poiché la letteratura cristiana è sì l’inizio di qualcosa di nuovo, ma ha solide radici nelle fondamenta giuridiche, retoriche e filosofiche della tradizione classica: Gerolamo amava anche troppo Cicerone e Plauto (addirittura immagina che Dio glielo imputi come peccato…) e Agostino arrivò al Dio cristiano anche (o soprattutto?) attraverso Platone e Cicerone. E la lingua? Beh, il far vedere agli studenti una lingua che sta cambiando, che sta snaturando la sua sintassi ma arricchendo a dismisura il suo lessico con prestiti greci ed ebraici è spesso fonte – da parte loro – di grande curiosità e attenzione. Io dico sempre ai miei che “il cerchio si sta chiudendo”: abbiamo anni prima studiato il passaggio medievale dal latino al volgare e ora ne stiamo – come in una sorta di flash back – vedendo l’antefatto tardo-antico…
Ma come fare, nel mare magnum del cristianesimo antico, a fare una selezione adeguata? Dopo molti tentativi ho “modellizzato” così l’approccio a questo macro-argomento, evidenziandone alcuni temi e testi, a mio avviso, articolarmente significativi. Eccoli:
- Introduzione storica all’epoca tardo imperiale;
- Lettura in lingua originale degli Acta Martyrum Scillitanorum;
- Il concetto di Apologetica, con letture passim (in traduzione) di Tertulliano e Minucio Felice;
 -Il concetto di Patristica: Gerolamo e il “problema” della traduzione;
- Agostino (in particolare, letture in traduzione dalla Confessiones).
Si tratta, ovviamente, di una scelta soggettiva, che può senza dubbio subire variazioni: io stesso ogni anno provvedo a fare qualche modifica; quelle che evitano il tran tran
E se certamente l’Apologetica e Agostino non hanno bisogno di “giustificazioni”, potrà forse essere utile riflettere sul perché della lettura in lingua degli Acta Martyrum Scillitanorume della lezione o due (non molto di più…) sulla Vulgata di Gerolamo. Forse qualcuno potrebbe pensare che si tratti di argomenti tecnici, poco spendibili didatticamente… ma vi assicuro che non è così.

 

I_Martiri_di_SebasteI celeberrimi Acta Martyrum Scillitanorum (180 d.C.), infatti, non sono solo la testimonianza del coraggioso martirio di un gruppo di cristiani africani; sono anche un testo latino di facile comprensione, eppure ricco di tutte quelle specificità che sono proprie di una lingua in trasformazione. Interessante è il fatto che il governatore pagano Saturnino – che condannerà i martiri – chiami l’imperatore dominus, mentre i cristiani accusati usino lo stesso termine solo per indicare Dio, con un evidente fenomeno di risemantizzazione. Non solo: Dio è anche rex regum, il “re dei re”, con l’utilizzo enfatico del termine rex che per i Romani era tabù dalla cacciata dei Tarquinii. La corona, inoltre, non è più quella dei sovrani o degli atleti vincitori: è quella che spetta ai martiri in Paradiso! E quante sono, nelle parole dei martiri, le citazioni dal Vangelo o dalle lettere di Paolo? Tantissime, a cominciare da quel Honorem Caesari quasi Caesari; timorem autem Deo che riecheggia il famoso “Date a Cesare…” di sapore scritturale (Matteo 5, 16, 45; 6, 1, 9; 22, 21; Marco 11, 25; Luca 12, 4-5; 1). Per tacere dei grecismi (tra tutti il celebre teloneum, la tassa sulle compravendite, l’IVA d’antan…) e dello straordinario prestito ebraico Amen con cui il testo si conclude: insomma, questa sì che è un’eccellente “palestra linguistica” per i nostri allievi!

 

Gerolamo_di_Antonello_da_MessinaCosì come è una “palestra di riflessione” il tempo speso sui dubbi del traduttore Gerolamo (tradurre alla lettera o liberamente? dare peso alla versione greca dei Settanta o agli originali ebraici? etc… Ottima in tal senso la lettura della Epistola a Pammachio) che sono i dubbi dei traduttori di ogni epoca, e non solo degli esegeti dei testi sacri. Ma anche ragionare sul valore storico, politico, prima che culturale delle grandi traduzioni bibliche: da quella dei Settanta nell’Egitto tolemaico, alla Vulgata geronimiana, per giungere a quelle di Wulfila (IV sec.) e Martin Lutero (1534) in ambito tedesco, Cirillo e Metodio nel mondo slavo (IX sec.), e alla King James Version (1611) della chiesa anglicana inglese, e anche oltre… Tradurre la Bibbia, infatti, non è mai stato solo “tradurre”, ma anche interpretare lo spirito e del tempo in cui si operava e soddisfare le altissime aspettative dei lettori, umili o potenti che fossero. Non dimentichiamoci tra l’altro che, in ambito cattolico, il Concilio di Trento aveva riaffermato il primato della Vulgata di Gerolamo, diffidato dal tradurre la Bibbia in lingua volgare e vietato di sottoporre i testi sacri ad indagine filologica. Quanto alla prima traduzione italiana, questa fu edita a Venezia nel 1471, per opera del monaco camaldolese Nicolò Malermi; ma soltanto nel 1943 (sì, sì, la data è giusta: capisco però lo stupore collettivo…), con l’enciclica Divino affilante spiritu di Pio XII, si aprì qualche spiraglio agli studi di filologia sui testi sacri – affermatisi nel clima positivistico ottocentesco - dopo che ancora Pio X, agli inizi del secolo, l’aveva fortemente avversata. Tutto ciò per dire che il latino di Gerolamo fu – per secoli e secoli, anzi per saecula saeculorum…– il latino per eccellenza, l’unico latino (talora storpiato in latinorum…) che milioni di cittadini europei lessero ed ascoltarono: vogliamo davvero impedire ai nostri allievi di fare parte di questa folta schiera?

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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