Qualche considerazione sulla campagna elettorale nell’antica Roma, tra testi letterari, epigrafici, epistolari. Sorprendenti – nel bene e, soprattutto… nel male – i confronti con i nostri tempi.

foto-elettorale

 

“L’Italia è un Paese in perenne campagna elettorale”. Purtroppo non è solo un luogo comune, ma una palese verità, dato che – oltre alle elezioni politiche (sovente “anticipate”, come quelle del prossimo 24 febbraio…) – ci sono ogni anno (e pure quest’anno) alcuni turni di votazioni amministrative. E – novità di questi tempi – abbiamo le cosiddette “primarie” e/o “parlamentarie”: certo, limitate ad alcune forze politiche, ma pur sempre elezioni bisognose di propaganda (con o senza camper…). Per non parlare della prossima elezione – anche se non a suffragio universale - del Capo dello Stato.
Quello che ci aspetta da qui al 24 febbraio e oltre è sotto gli occhi di tutti, e i primi fuochi (peraltro accesi in forme subdole già da mesi) non lasciano presagire nulla di buono: nei dibattiti, finora, pochi temi concreti, e invece molti slogan, promesse poco documentate, “scaricabarile” sulle passate scelte fiscali ed economiche, e qualche siparietto da avanspettacolo con 9 milioni di spettatori… E che dire della battaglia sui simboli più o meno “civetta” o “taroccati” da mettere sulle schede? Mi è tornata in mente una vecchia barzelletta di quando ero ragazzo, nella quale un esponente del Partito Comunista e uno del Movimento Sociale – si parla ormai “archeologia politica” - cercavano entrambi di circuire una vecchietta religiosissima convincendola che gli acronimi dei loro partiti fossero P(artito) C(ristiano) I(taliano) e M(adonna) S(antissima) I(mmacolata)!

Ma come avveniva la campagna elettorale nella Roma antica? No, non temete: non intendo fare un lungo e noioso discorso sulle elezioni romane, anche perché dovrei operare numerose distinzioni di tempo e spazio. Infatti c’erano le “politiche”, poiché – in età repubblicana – i comizi centuriati (assemblee popolari) eleggevano annualmente i consoli e i magistrati superiori; prassi rimasta (come finzione…) anche in età imperiale, quando i candidati erano però meri “fantocci” raccomandati dall’imperatore. Ma non mancavano le “amministrative”, con le quali i municipia e le coloniae (dunque le autonomie locali) eleggevano le coppie dei loro “sindaci” , chiamati – a seconda dei casi – duoviri, quattuorviri, aediles... E soprattutto non mancava – per entrambi i tipi di elezioni – una campagna elettorale spregiudicata, fatta di promesse, colpi bassi e corporazioni in azione per favorire i propri garanti. Ed è di questa, solo di questa, che voglio parlare: della campagna elettorale.

Tutti ricordano che Marco Tullio Cicerone – insieme a Gaio Antonio Ibrida – divenne console per il 63 a.C., sconfiggendo lo spregiudicato Lucio Sergio Catilina; quest’ultimo, non digerendo lo smacco, ordì un colpo di Stato sventato dallo stesso Cicerone, del quale parla l’Arpinate nelle sue Catilinarie, ma anche lo storico Sallustio nel De coniuratione Catilinae. Pochi sanno però che esiste un manuale attribuito al fratello di Cicerone, Quinto, che avrebbe spiegato a Tullio come condurre la campagna elettorale del 64 a.C. (dunque per il consolato dell’anno successivo): si tratta del cosiddetto Commentariolum petitionis, del quale sul web si trova un affidabile testo latino, ma anche qualche accettabile traduzione italiana: consiglio però l’edizione a stampa curata da P. Fedeli e G. Andreotti nel 2006 per l’Editore Salerno, Roma.

Quinto, dunque, spin doctor di Tullio? Forse sì, anche se non mancano motivati dubbi sulla reale paternità del testo, che per qualcuno è una mera esercitazione retorica di epoca successiva; eppure, chiunque l’abbia scritto, mostra una certa scaltrezza e un’indubbia pratica degli affari pubblici romani.

 

CiceroMarco Tullio Cicerone era infatti un homo novus, e cioè il primo della sua famiglia – di rango equestre (“borghese” diremmo noi) – ad aspirare a una carica tanto prestigiosa. Doveva dunque secondo Quinto sopperire alla mancanza di nobiltà usando la sua bravura retorica, ricordando i suoi successi come avvocato, facendosi vedere in giro il più possibile – accompagnato da “portaborse” –  alla ricerca di amicitiaee consensi, tastando il polso delle lobbies, demonizzando – se necessario – i suoi competitores; e, soprattutto, non dimenticando mai questa frase: Benché ciò che conta di più è la naturale disposizione, tuttavia sembra che in una faccenda limitata a qualche mese (cioè la campagna elettorale, n.d.a.), la simulazione possa avere la meglio sulla naturale disposizione. Insomma: la simulatio può più della natura, sul breve periodo, e questa idea sembra ripresa poi dal Machiavelli quando nel Principe ricorda come il governante debba essere gran simulatore e dissimulatore; e qualcuno dei politici nostrani ha imparato la lezione piuttosto bene, anche tra quelli che – come l’avvocato Cicerone – vengono dalle professioni: da quella “società civile” di cui tutti oggi si riempiono la bocca…
Il tutto mentre gli aspiranti al consolato giravano con una toga bianca, candida, per essere ben visibili (da qui l’espressione candidatus, “candidato”) e i muri erano più o meno iscritti (o dipinti) da frasi di propaganda elettorale, ufficiali, ufficiose o spontanee, opera sia di agenzie professionali  sia di privati cittadini. E mentre i clientes e gli amici dei candidati provavano a sponsorizzare i politici in gara con un meticoloso supporto “porta a porta”.

Purtroppo, nell’Urbe nulla di tutto questo è rimasto. Ma la cittadina campana di Pompei – di medie dimensioni – è stata nel 79 d.C. sommersa e paradossalmente “protetta” dalla colata lavica del Vesuvio: e la lava ci ha anche miracolosamente preservato scritte per lo più dipinte relative ad elezioni locali, “amministrative” diremmo noi. E senza dubbio vale la pena di leggerne qualcuna, tra le centinaia ancora oggi visibili (qui proposte tutte nella traduzione di L. Canali e G. Cavallo, Graffiti latini, Bompiani, Milano 1991); ed erano talmente tante che – su una parete della Basilica – c’era scritto:

Admiror, paries, te non cecidisse ruina / qui tot scriptorum taedia sustineas. (CIL IV, 1904)
Mi meraviglio, o muro, che tu non sia crollato in rovina, / tu che sostieni il peso di tanti slogan elettorali.

In effetti, in procinto delle elezioni, i muri pompeiani diventavano una sorta di Ballarò o Porta a Porta ante litteram, o forse meglio un twitter d’antan, dove singoli o gruppi facevano endorsement per questo o quell’altro candidato.
Ad esempio:

Cuspius Pansam / aedilem Fabius Eupor princeps libertinorum. (CIL IV, 117)
Fabio Eupore, capo dei liberti, (propone) / Cuspio Pansa come edile.

E lo stesso Cuspio Pansa era supportato in quell'elezione – non sappiamo con che forza contrattuale – dalle lobby degli orefici, dato che leggiamo su una parete:

C. Cuspium Pansam aedilem / aurifices universi / rogant. (CIL IV, 710)
Gli orefici tutti / propongono / G. Cuspio Pansa edile.

 

propaganda_elettorale_a_pompei

 

Ma diverse altre scritte (tutte di poco anteriori al 79 a.C.) inneggiano ad altri politici locali o li dileggiano: niente di nuovo, no? Inoltre non pare ci fosse una regolamentazione precisa dell’uso degli spazi murali: tutti abusivi, nessun abusivo…

C’è infatti una lode sperticata delle virtù di un tale Lucrezio Frontone o la speranza che Gaio Iulio Polibio, eletto, non manchi di ricompensare con “pane buono” i suoi elettori. Leggiamo dunque:

Si pudor in vita quicquam prodesse putantur / Lucretius hic Fronto dignus honore bono est. (CIL IV, 6626)
Se si ritiene che la virtù valga qualcosa nella vita, / Lucrezio Frontone è degno di essere eletto alla carica.

C. Iulium Polybium / aedilem oro vos faciatis. Panem bonum fert. (CIL IV, 429)
Vi prego di eleggere edile / G. Giulio Polibio. Porta pane buono.

Invece un’anonima quanto perfida mano non perdona all’edile Proculo la sua omosessualità, e lo definisce sarcasticamente Procula, con desinenza femminile; inoltre – con procedimento antifrastico – sembra proporlo impietosamente come esempio di pudore e rispetto:

Aedilem Proculum cunctorum turba probavit: / hoc pudor ingenuus postulat et pietas. (CIL IV, 7065)
Tutto il popolo ha approvato Procula come edile: / ciò è richiesto dal nativo pudore e dal rispetto.

Credo che, senza forzose confusioni tra passato e presente, proporre agli studenti qualche esempio della campagna elettorale d’altri tempi possa essere di un qualche interesse. Magari accompagnando il tutto con qualche lettera di Plinio il Giovane (inizio del II sec. d.C.), nella quale egli – illustre senatore – dispensa a destra e a manca raccomandazioni per rampolli di nobili amici - “delfini” di famiglia… - che vogliono “salire in politica” (Mario Monti dixit) sia a livello locale sia a livello centrale. Ad esempio in Epistulae 7, 22 il comasco Plinio scrive a un suo pari, il nobile Pompeo Falcone, per raccomandargli al tribunato militare un giovane transpadano, e cioè Cornelio Miniciano, originario di Bergomum. Il giovanotto è definito ornamentum regionis meae seu dignitate seu moribus (cioè “vanto della mia terra, per prestigio e costumi”), e natus splendide abundat facultatibus, amat studia ut solent pauperes (“benché sia nato ricco e abbondi di risorse, egli ama gli studi come sogliono amarli i poveri”): insomma è sì un figlio di papà ma non uno scansafatiche! Sappiamo per certo che Miniciano ottenne il tribunato – carica militare riservata ai giovani, necessario trampolino per cadreghe di reale potere – ma che poi non “sfondò” nei palazzi romani e mai divenne senatore nell’Urbe: insomma, una raccomandazione riuscita a metà…

Dunque: simulazione e dissimulazione, ipervisibilità personale, attenzione ai “poteri forti”, scritte sui muri, attacchi agli avversari (perfino il dileggio dei loro gusti sessuali…), “delfini” rimasti “trote” (sic!) o forse solo pesciolini rossi e – dulcis in fundo – raccomandazioni a go-go! Ma siamo davvero nell’antica Roma o la Roma descritta è quella dei nostri giorni, divisa tra i melanconici echi di fine legislatura, i camaleontici (o gattopardeschi) guizzi di nuovi e vecchi partiti, la macchinosa redazione di liste e simboli per le prossime elezioni? Francamente mi pare che una qualche continuità si possa individuare, nel bene e nel male. Temo inoltre che prima o poi un filmato d’epoca ci proporrà il sensazionale talk-show Ianua ad ianuam, e che il conduttore abbia il nomen di un insetto: tra l’altro in latino Vespa si dice proprio Vespa, e non sarà certo un caso…

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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