Chi scrive non ha mai fatto mistero, anche da queste colonne, di essere favorevole al superamento della cosiddetta versione “pura” nella Seconda Prova della Maturità classica. Lo so, mi sono per questo attirato le critiche di non pochi colleghi che legittimamente la pensavano diversamente; eppure ritenevo che chi – come me – ha i capelli grigi e ha speso tutta la vita a studiare, indagare, insegnare e divulgare le discipline classiche, avesse il diritto-dovere di spendersi perché la loro pratica venisse mantenuta nel tempo e possibilmente potenziata, nelle scuole così come nelle università.

La statua marmorea di Tacito sulla facciata del Parlamento di Vienna.

Non chiedevo una Prova più “moderna” (l’aggettivo è inadeguato…), ma più completa e che tenesse conto della necessaria interazione tra la didattica della lingua e quella della letteratura e della civiltà. Quest’anno la riforma è avvenuta e – addirittura – è stata proposta agli studenti non solo una versione di Latino “con domande” (come io, e molti altri, auspicavamo), ma anche un confronto con un testo greco (con traduzione a fronte). In realtà qualche timore per questa “mescolanza” tra Latino e Greco ce l’avevo, anche perché – da autore di libri di testo, e anche di versionari latini – ho sperimentato la difficoltà nella creazione di comparazioni non artificiose tra passi delle due lingue. La scelta per la maturità in corso (scrivo, come ieri, dalla Commissione) è stata quella di accostare un brano del primo libro delle Historiaedi Tacito (1, 27; N.d.A. il numero esatto del paragrafo l’ho controllato, non lo ricordavo a memoria!) a uno di argomento analogo tratto dalla Vita di Galbadi Plutarco, una delle quattro “non parallele” delle vite del noto biografo greco. In particolare, si è chiesto di tradurre dal Latino il momento dell’inizio del golpeche Otone – con la complicità dei pretoriani – attuò ai danni dell’anziano Galba, l’imperatore che solo pochi mesi prima aveva preso il posto di Nerone.

Difficile, per chi scrive, dare un giudizio spassionato: Tacito è di gran lunga l’autore latino che preferisco, e l’anno “dei quattro imperatori” (il 69 d.C.) è da tempo uno dei periodi storici cui ho dedicato maggiore studio e attenzione: non a caso proprio alla storiografia di Tacito e all’anno dei quattro imperatori ho dedicato nei mesi scorsi due webinar di formazione trasmessi dalla piattaforma di Loescher.

Cercherò comunque di valutare oggettivamente versione e domande, che nel complesso mi paiono adeguate per difficoltà a un Esame di Stato che sia improntato a serietà ma non a pedantismo. Il testo latino, infatti, sembra “quasi fattibile” (l’espressione è quella tipica degli studenti…) e la parallela narrazione plutarchea già tradotta lo rende certo più comprensibile: è però vero che, leggendolo e rileggendolo, tutte le potenziali difficoltà saltano fuori. Non mancano dunque – è pur sempre Tacito, eh! - alcune sottili insidie, come la frase “quasi anacolutica” quae significatio… convenerat, oppure quel digressus(genitivo singolare, ma poco “amichevolmente” confondibile con un participio). Non è poi facile la resa in Italiano sia della lunga frase cum… finxisset(le “finzioni” non sono mai chiare del tutto), e soprattutto della triplice serie participiale/aggettivale consalutatum… trepidum… impositum…retta dal verbo rapiunt. Che dire poi di un nesso brachilogico, tacitiano quant’altri mai clamore et gladiis? Una variatio? Un’endiadi? Tutte e due le cose insieme? Vi risparmio comunque la traduzione completa del testo, che credo sia oggi stesso proposta da numerosi siti web.

Venendo alle tre domande finali, cercherò di analizzarle nel dettaglio.

Quella di comprensione/interpretazione (1) chiede, tra l’altro, di confrontare la diversa descrizione della personalità di Otone da parte delle due fonti. Certamente l’Otone tacitiano è più risoluto di quello plutarcheo, è consapevole che gli auspici gli stanno consegnando il potere (Othone… id ut laetum e contrario et suis cogitationibus prosperum interpretante), e – tutto sommato – ci appare pronto a captare la “parola d’ordine” che indica l’inizio della congiura. L’Otone di Plutarco è più timoroso del “grande passo”, cambia colore per la paura, e sembra nel complesso più lo strumento di disegni altrui che l’ispiratore della ribellione contro Galba. D’altronde Tacito è uno storico, e a lui interessano maggiormente le strategie politiche dei turbamenti e delle indecisioni caratteriali, che invece tanto piacciono al biografo Plutarco, il quale tra le sue fonti dovette annoverare forse anche le Historiae tacitiane, come dimostra la presenza nei due racconti di identici dettagli (ad es. i ventitré congiurati iniziali); si tratta però di una questione complessa, legata anche (e soprattutto) alla cronologia biografica dei due, che vissero più o meno negli stessi anni.

Il secondo quesito (2) chiede invece di trovare esempi della brevitas tacitiana e della peculiarità del suo stile, ed eventualmente proporre qualche confronto col testo greco. Qui, in realtà, c’è solo l’imbarazzo della scelta: quale altro autore ci propone infatti così tante forme participiali in così poco spazio? Il participio è sempre indizio di costruzione implicita, tanto più se usato nell’ablativo assoluto (audiente…, interpretante), o in modalità arditamente “congiunte” (ad es. consalutatum… impositum). E che dire poi dello straordinario participio futuro animum… sumpturi, che in una brevissima espressione ci dà l’idea del coraggio che, minuto dopo minuto, sta maturando nell’animo dei rivoltosi? E ciò al termine di una frase che ha solo l’aspetto esteriore della concinnitas(alii… plerique… pars… pars…), ma che in realtà è un condensato perfetto della schizofrenia collettiva del golpeche si sta attuando. Nulla di tutto ciò, ovviamente, nella prosa elegante ma un po’ cronachistica di Plutarco.

Passando al quesito finale (3), quasi scontata la richiesta di un confronto tra la storiografia e la biografia nel mondo greco e romano. Non è questa, come è ovvio, la sede per discettare di un tale tema, e per di più su una rivista che ha come lettori degli esperti colleghi. Io ho solo una speranza, quella che i miei studenti, che in questo momento vedo lavorare con la giusta dose di ansia (non troppa, però, in fin dei conti) si ricordino nel rispondere di quello che ho detto loro a mo’ di mantra centinaia di volte in questi lunghi anni di lavoro comune. E cioè che – citando Cicerone – la storiografia romana era opus oratorium maxime, mentre la biografia un “genere di consumo”, seppure di buon livello, come nel caso di Svetonio o del greco-romano Plutarco, che della specificità del genere biografico era ben consapevole e ce ne parla puntualmente all’inizio della sua Vita di Alessandro. Certo, molto altro si potrebbe (dovrebbe?) dire anche sulla storiografia greca, magari facendo riferimento a quegli Erodoto e Tucidide studiati anni addietro: non so se questo avverrà, anche perché nelle 10-12 righe richieste non c’è spazio per tutto; c’è però spazio, e questo mi fa piacere, per far trasparire – oltre alle proprie competenze traduttive – anche quelle di comprensione complessiva di quello straordinario mondo classico che abbiamo, in ogni modo, cercato di fa loro amare. Speriamo davvero che – citando De Gregori – tra le pagine chiare e le pagine scurequalcosa rimanga; e che la Maturità si possa, nei ricordi futuri, annoverare tra le pagine chiare.

P.S. Si poteva (credo di sì) trovare un modo meno maccheronico di intervenire nel cosiddetto “pre-testo” per raccordare i “tagli” della traduzione di Azelia Arici? Infatti leggere, testualmente: “(Pensava che) bisognava quindi osare ed agire, mentre l’autorità di Galba era debole” non è granché elegante. Suggerisco una variante: “Bisognava quindi osare ed agire (pensava Otone), finché etc.”

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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