Una mostra a Roma tra Colosseo, Palatino e Fori rievoca l'“età dell’orgoglio” universalistico della dinastia di imperatori venuta dall’Africa e del loro tentativo di rimandare il più possibile una crisi che arriverà comunque dopo di loro.

  • xSettimio Severo, Museo Nazionale Romano
  • xGiulia Domna, Museo Nazionale Romano
  • xCaracalla, Museo Archeologico Nazionale, Napoli
  • xElagabalo, Archivio Fotografico Musei Capitolini

La morte di Commodo (192 d.C.), ultimo degli Antonini, aveva provocato una grave crisi politica nell’Impero romano, cosicché nel giro di poco tempo si alternarono sul trono effimeri principi, con una sorta di remake di quello che era capitato nel 69 d.C. dopo la fine di Nerone. Ciò finché non fu acclamato imperatore dalle legioni di stanza sul Danubio un abile generale di origine africana, Settimio Severo, il quale, liberatosi di nemici e usurpatori, regnò dal 193 al 211 d.C.: a lui successero il figlio avuto dall’influente moglie Giulia Domna, cioè Caracalla (211-217 d.C.) e quindi – dopo il breve interregno di Macrino – Elagabalo (218-222 d.C.) e Severo Alessandro (222-235 d.C.), i quali costituirono la cosiddetta dinastia dei Severi.

Una mostra tra Colosseo, Palatino e Fori

Proprio a questi imperatori e alla loro epoca è dedicata un’interessante mostra a Roma fino al prossimo 25 agosto, dal titolo: Roma Universalis. L’impero e la dinastia venuta dall’Africa. Promossa dal Parco archeologico del Colosseo, la rassegna – ideata da Clementina Panella che l’ha curata con Alessandro D’Alessio e Rossella Rea – si articola tra Colosseo, Foro Romano e Palatino. Naturale complemento dell’evento sono due pubblicazioni edite da Electa: un poderoso (e da ora in poi imprescindibile) volume di studi, e un’agile guida breve alla mostra con testo bilingue.

Un’epoca di contraddizioni

  • xL’allestimento della mostra al Colosseo; in primo piano il busto di Caracalla.

Ma torniamo ai nostri Severi, i cui ritratti campeggiano all’inizio del percorso espositivo del Colosseo; e qui esprimo un giudizio personale, poiché continuo a pensare che il famoso busto di Caracalla qui esposto – con l’aria del “bello e maledetto” – sia uno dei più suggestivi lasciti della Romanità.

Certamente meno fashion dei Giulio-Claudi (e chi potrebbe gareggiare col lusso delle ville di Livia Augusta, Tiberio o Nerone?), vissuti in un’epoca più difficile di quanto non toccò ai Flavi o agli Antonini – che godettero di congiunture economiche favorevoli – i Severi rappresentano da un lato tutte le contraddizioni del loro tempo, dall’altro lo strenuo tentativo di conservare quell’impero che le frequenti incursioni barbariche (ma anche carestie e pestilenze) minavano nel profondo.

La loro epoca si caratterizza così per il forte autoritarismo politico, per il ruolo sempre più importante dell’esercito, ma anche per le profonde inquietudini religiose, poiché – insieme con numerosi culti orientali – sempre di più si diffonde la “pericolosa” religione cristiana. Parlavo di contraddizioni, prima, ma forse sarebbe meglio parlare di adattamento alle diverse situazioni e del tentativo di interpretarle al meglio. Dunque Settimio Severo fu uno strenuo difensore della dignità e del rigore militare, mentre il giovane nipote Elagabalo era addirittura sacerdote del dio solare siriaco Elagabal: niente di strano, ormai, se è vero che nel 212 d.C. Caracalla (che di Elagabalo era cugino di secondo grado) aveva esteso con il suo Editto la cittadinanza romana a tutti i provinciali, e pertanto una divinità siriaca aveva (mi si perdoni il paradosso) ormai gli stessi “diritti” (o quasi) del vecchio, caro, Giove Capitolino!

Insomma, l’impero era ormai una sorta di variegato “villaggio globale” (Roma Universalis, appunto) nel quale la conoscenza e la condivisione di culture e valori diversi aveva – in alcuni casi – omologato (o comunque avvicinato) i sistemi di vita degli abitanti dell’ecumene romano.

Il materiale esposto

  • xLe anfore dal Testaccio
  • xFrammento di Forma Urbis, Archivio Fotografico dei Musei Capitolini

Le varie sezioni della mostra del Colosseo spiegano bene tutto ciò, con documenti che attestano il clima politico, militare, religioso del tempo. Si va dai raffinati fregi di un arco onorario per Settimio Severo da poco scoperto a Napoli, alle raffigurazioni delle “nuove” divinità del tempo (e alle epigrafi loro dedicate), ai diplomi militari che attestano il congedo dei soldati, fino ai raffinati vetri dell’epoca e alle anfore vinarie e olearie provenienti dal monte Testaccio.
Queste ultime meritano un discorso a parte, poiché il loro accumulo nei pressi del porto fluviale sul Tevere – massime proprio in età severiana – diede origine a una vera e propria collina di testae (cioè “anfore” in latino), divenuta nei secoli quel monte che ha dato il nome odierno a questo quartiere: se pensiamo che queste sono probabilmente più di 50 milioni (sì, 50 milioni…), ci rendiamo conto cosa significasse “nutrire l’Urbe” in quegli anni.

  • xArco di Settimio Severo
  • xTerme di Elagabalo
  • xI reperti dalle Terme di Elagabalo, in mostra al Tempio di Romolo

E, a proposito di Urbe, fu proprio Settimio Severo a far eseguire la Forma Urbis, una mappa catastale incisa su marmo della città, rimastaci in forma lacunosa e parzialmente esposta in mostra. Ciò dimostra che a lui (e anche ai suoi successori) importò che la capitale mantenesse quella dignità e quel decoro che l’aveva resa caput mundi.

Vanno in tal senso alcune opere monumentali (noto a tutti è l’arco di Settimio nei Fori, uno dei più noti elementi dello skyline romano), e urbanistiche, tra le quali l’intervento su un edificio termale scavato di recente e convenzionalmente detto “Terme di Elagabalo”: alcuni bellissimi reperti che provengono da qui sono, per l’occasione, esposti ora nel Tempio di Romolo.
In fondo era stato proprio Romolo, il fondatore, ad aprire con l’istituto dell’asilo la città a genti di provenienza straniera, e legittimare così l’idea stessa di Roma Universalis: tale collocazione può dunque essere letta come l’individuazione di una sorta di fil rouge che ha contrassegnato la storia romana.

L’orgoglio universalistico, prima della crisi

  • xIl Foro romano
  • xIl colosseo e l'arco di Costantino

Ma qui mi fermo, perché in un solo articolo non posso riassumere tutto ciò che questa mostra evoca, nella sua rigorosa sobrietà espositiva: poco spettacolo, tanta sostanza, per dirla in breve. Né posso in questa sede adeguatamente riflettere sul passaggio – non del tutto indolore – di Roma dall’epoca classica al “tardo-antico”. 

Sì, l’epoca severiana è stata una sorta di tentativo di rimandare il più possibile la cosiddetta “crisi del III secolo” e la parallela “anarchia militare” proprie gli anni successivi all’omicidio di Alessandro Severo.
È stata, in poche parole, una sorta di “età dell’orgoglio” prima di quella “età dell’angoscia” di cui tanto bene ha scritto Eric Dodds: un orgoglio un po’ scomposto, talora rabbioso, perfino sanguinario e crudele, proprio come denuncia il ritratto di Caracalla di cui sopra citato; un orgoglio che è, in fin dei conti, racchiuso nel solenne appellativo di Roma universalis – le cui ragioni già ho spiegato – che la mostra in corso ha voluto darsi.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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